Titolo

FLOW
 

da domenica 11 a venerdì 16 gennaio 2026

 

FLOW

regia di GInt Zilbalodis

Flow (2024) - IMDb

 

“Flow è l'eccezionale film di animazione in grafica computerizzata 3D (ma dal sapore fortemente artigianale) del regista lèttone Gints Zilbalodis, che riesce a creare una metafora allo stesso tempo cinematograficamente avvincente e filosofica raccontando in purezza, e con andamento incalzante, il flusso (questo significa "flow") della vita che gli animali assecondano con saggezza e sano opportuno.
Non ci sono dialoghi, solo immagini e suoni (eccezionale l'occasionale commento musicale dello stesso Zilbalodis insieme al compositore e connazionale Rihards Zalupe). Il tratto semplice e senza fronzoli risulta incantevole e quasi ipnotico nel trasportarci di sequenza in sequenza, e il fatto che rimandi in qualche modo al videogame non fa altro che aggiungere potenza metafisica alla storia.
Il gatto protagonista ricorda un po' quello che insieme alla gabbianella animava il film culto di Enzo D'Alò, e ci identifichiamo in lui come in qualunque eroe umano di avventura: sentiamo la sua paura, ammiriamo il suo coraggio, comprendiamo i suoi dubbi circa i compagni di traversata. E lo vediamo compiere gesti di generosità e altruismo dei quali ci domanderemo se saremmo altrettanto capaci, imparando a dare e a ricevere fiducia.(...)
Flow non è un film solo per bambini: anche gli adulti ne seguiranno con meraviglia l'animazione in costante movimento e si appassioneranno alle vicende mozzafiato del gruppetto di animali di fronte a sempre nuovi imprevisti. Il film di Zilbalodis è una continua invenzione artistica e narrativa, un incalzare incessante di piccoli e grandi eventi che scorrono insieme assumendo la forma mutevole dell'acqua.(...)
Flow è anche una parabola ammonitrice di ispirazione ecologista, ma non diventa mai una lezioncina pedestre o un "catastrophy movie". È invece un'ode alla solidarietà e alla cooperazione, necessarie per sopravvivere anche agli eventi che rischiano di annullarci per sempre.”
Paola Casella da MYmovies.it
 
 
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Emilia Perez
 

da domenica 18 a venerdì 23 gennaio 2026

 

EMILIA PEREZ

regia di  Jacques Audiard

Locandina italiana Emilia Perez

 

“Emilia Perez è un musical, costruito in quattro atti operistici, con una scansione regolare di parti cantate e numeri coreografati, scritti dall’artista francese Camille (le parole con Audiard, la musica con il compagno Clément Ducol), anni luce distante da La La Land, forse più vicino a un Les Parapluies de Cherbourg di Jacques Demy, ma girato da Pedro Almodóvar.
È camp, kitsch, e non soltanto perché racconta la transizione sessuale di un narcos messicano, Juan Manitas Del Monte, che vuole ottenere il corpo femminile che ha sempre desiderato vivere. Il lavoro sul corpo è il tratto essenziale del film, a partire da quello della protagonista, Karla Sofía Gascón, attrice che ha realmente sperimentato la transizione di genere e ha fortemente voluto interpretare (nonostante le perplessità iniziali del regista) entrambi i ruoli: quello di Manitas e quello di Emilia.
Una straordinaria iperbole attoriale, che l’ha portata a essere l’uomo che non è più (Carlos) e anche quello che non è mai stata, perché Manitas spiega bene di aver dovuto, contro (o forse solo ai margini de) la sua volontà, essere il più spietato, spregevole, animale del “porcile” in cui è vissuto, quello dei narcos: padre amorevole, marito distante, assassino ferale. Ma insieme Gascón interpreta anche la donna che è già stata e non è più, perché la sua Emilia si inebria dell’iper-femminilizzazione entusiasta immediatamente successiva alla transizione, marcata dall’eccesso (di abiti, trucchi, protesi) che le deriva dalla spropositata ricchezza della sua precedente attività criminale.(...) Zoe Saldana è Rita, la promettente avvocatessa che accetta di aiutare prima Manitas (per denaro) a organizzare il cambiamento di sesso e l’allontanamento della moglie e dei figli, e poi Emilia a fondare (per ideale) l’associazione La lucecita, che aiuta i parenti dei desaparecidos a recuperare i cadaveri dei propri cari uccisi dai narcos.
Anche il suo personaggio, che illumina la scena dentro e fuori i numeri di balletto, si trasforma al mutare della condizione economica, dentro e fuori, da “dottorata” sotto-pagata a ricca socialite londinese, poi pasionaria e insieme personaggio pubblico di found rising.
È un film sul denaro Emilia Pérez, sul suo potere di corruzione e salvazione. Audiard è spietato, non cinico, brutale, crudele, e non nasconde mai che tutto ciò che Emilia e Rita ottengono è il frutto della fortuna di Manitas. Non c’è niente di pulito, nemmeno la prigione dorata dei bambini, l’incontro d’amore di Emilia con Epifanía,
l’azione di volontariato. Tutto è marchiato dal Male.(...) È un “film tia” questo Emilia Pérez, esorbitante nel suo regime di base, che più del musical è il melodramma, genere femmineo (non femminile) per eccellenza, ma insieme gangster movie e dramma sociale. (...) È un film sulla tragedia sociale del popolo messicano che vive tutti i giorni la dittatura dei narcos e le discriminazioni di genere, e insieme sulla forza soprannaturale dell’animismo che feconda e infervora la religiosità popolare. Audiard è molto attento a lasciare fuori (campo) tutto l’immaginario di entrambi i mondi, si tiene lontano dal primo come genere e dal secondo come appropriazione culturale.”
Andrea Bellavita da cinematografo.it
 
 
 
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Sotto le foglie
 

da domenica 6 a venerdì 12 dicembre 2025

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SOTTO LE FOGLIE

regia di Francois Ozon

Locandina italiana Sotto le foglie

 

“Per lo spettatore di un film di Ozon farsi delle domande e darsi delle risposte è parte dell’esperienza: è per questo che la recensione che segue va letta (come tutte, del resto) a visione avvenuta.
Nella prima parte di Sotto le foglie c’è da un lato il solito sviamento che il francese opera per disorientare il pubblico, dall’altro un segreto, un pesante non detto che attende di essere sciolto: entrambi si esemplificano nella prima sequenza in cui Michelle (Hélène Vincent) entra in chiesa e ascolta il Vangelo. Sviamento: guardando quella scena, nello spettatore si forma l’idea della protagonista come di una devota signora anziana che ha l’abitudine di recarsi a messa. Questa apparenza reca già in sé il non detto del film e il suo svelamento: il prete legge il brano del Nuovo Testamento in cui la peccatrice lava i piedi a Gesù e Michelle, da ex prostituta (il non detto, per l’appunto), ne rimane colpita. Con questo incipit, che sembra di mera contestualizzazione, Ozon ha già messo in moto la sua operazione: ha insinuato nello spettatore un falso convincimento – che potrà smentire in seguito – e ha inserito una chiave rivelatoria che, alla seconda visione, si potrà cogliere in tutta la sua portata. Basterebbe questo per dire della sottigliezza di questo autore, qui felicemente tornato a una sceneggiatura originale (anche se i suoi adattamenti sono altrettante ardite personalizzazioni dei testi dati): Sotto le foglie è il suo racconto d’autunno che, dietro la constatazione apparentemente lieve delle abitudini della sua protagonista – una donna che vive in campagna, in conflitto con la figlia e in adorazione del nipotino – insinua una serie di motivi che intorbidiscono il quadretto e lo rendono via via più sfumato, sfuggente a conclusioni univoche. Osserviamo dunque Michelle che raccoglie la verdura dal suo orto, che prepara la cena, che mangia e ascolta la radio: sono pennellate che delineano il personaggio, lo rendono familiare allo spettatore senza svelarne la peculiarità. Non abbiamo dubbi, allora, nell’individuare in Valérie (Ludivine Sagnier) una figlia degenere e ingenerosa, che maltratta e sfrutta la madre: non sappiamo (ancora) che la condizione che la figlia ha vissuto è stata terribile, non possiamo (ancora) capire perché detesti la campagna e la vita vissuta in una piccola comunità in cui, in tutta evidenza, tutti sanno tutto. Nonostante rischi la vita per i funghi avvelenati che la madre ha servito a pranzo, riteniamo eccessiva la sua reazione e drastica la decisione di allontanarsi dalla Borgogna privando la madre della compagnia del nipote. Però Michelle quando ha riportato in cucina il piatto, per metà ancora pieno, non ha avuto remore nel buttare nella spazzatura i funghi rimasti, come se avessero espletato la loro funzione («Non è stato mica premeditato» le dice il medico, «Non lo so più» risponde la donna). E
poi, a ben guardare, anche nel suo placido quotidiano ci sono elementi che incuriosiscono e insinuano increspature nel quadro (la lettura accanto al caminetto: un romanzo di Ruth Rendell). Da sempre Ozon mette in discussione il consesso familiare quale intreccio di relazioni impastato di trame nere, storture e traumi (l’idea dei funghi avvelenati è legata a un episodio della sua infanzia), qui complicato da un conflitto generazionale che si muove simbolicamente in due ambienti (la pittoresca Borgogna, la livida capitale), con la polizia ai margini (come una paradossale minaccia) e un’indagine che si abbozza e che serve a isolare, nel racconto, un ambiguo piano morale in cui tutti mentono. È proprio in questa ambiguità la grandezza del film, nel suo procedere ellittico (...), in quel lasciare strategici vuoti nei rapporti tra i personaggi che sarà inevitabilmente lo spettatore a colmare (farsi delle domande, darsi delle risposte è parte dell’esperienza, ripeto). (…) Perché, freudianamente, è anche di rimozioni che si nutrono i personaggi di questo film, a cominciare dalla protagonista, Michelle, commossa – e forse un po’ invidiosa – quando constata l’attaccamento di Vincent per Marie-Claude: la foto sul desktop del cellulare di Vincent lo ritrae con la madre. Michelle, donna sempre più sola, è alla fine della vita (è arrivato l’autunno…), e non ha nessuna voglia di dedicarsi al volontariato in chiesa: ha investito sulla cura del nipote, nessuno potrà toglierglielo, soprattutto una figlia che parla della sua possibile dipartita senza alcun tatto e come una pura formalità. (…) È in questo proliferare di motivi e possibilità il miracolo di un film che – nel suo tono compassato e nei suoi passaggi persino commoventi – riesce a tessere trame sotterranee di crudeltà, ferocia, morbosità. E, ribadisco, di un cinismo che non risparmia nessuno: non dimentichiamoci che il piccolo Lucas non solo mente alla polizia (…) ma alla fine del film rivela che a lui i funghi piacciono, il che ci fa leggere in tutt’altra chiave il suo dichiarare di non amarli e il rifiuto di mangiarli al famoso pranzo che aveva determinato l’intossicazione (che sia lui il potenziale avvelenatore?). Il tutto attraversando i generi, non soffermandosi su nessuno, ché basta una battuta a mutare toni e mood: il dramma si fa giallo che si fa commedia (con tocchi quasi demenziali), in controluce la sottile militanza (la famiglia fuori dai canoni, Vincent e Lucas chiaramente gay - « Perché Vincent non ha una moglie?» - e, nel futuro, possibili amanti). Ospiti (s)graditi i fantasmi. (…) Su tutto domina la capacità del regista di lasciare intuire, dietro ogni scena, l’abisso, il mistero, la morte, l’eros. Maestro.”
Luca Pacilio da spietati.it
 
 

Giulio Martini

mercoledì pomeriggio

Ingegnosa ed astuta narrazione per porre al pubblico il dilemma: si può  fare il Bene facendo del male ?

La questione etica - fin dalla sequenza  sulla prostitute Maddalena - si intreccia  con un sottotetto, sottile ma congruo, sulla moralità  sessuale, considerata sia dal punto vista etero sia dal punto di vista delle omosessualità  da parte del gay Ozon. Chiarissima la sequenza del funerale.

Ben strutturato, ben caratterizzato nella scelta degli attori, fluido e stimolante è  tra i film meglio riusciti e di maggior spessore dell'abile francese.  

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Il film di François Ozon sceglie una struttura narrativa dove la descrizione minima della provincia colloca in secondo piano l’intreccio e il puzzle criminogeno, per privilegiare quel mistero sotteso dai volti, i gesti e le azioni dei personaggi. La risoluzione rimane nelle possibilità del fuori campo, inscritta com’è in una complessa psicologia relazionale che emerge dal gioco delle tensioni familiari. Ancora una volta il territorio è quello legato alla rilettura del cinema di Chabrol, con una sceneggiatura originale che trattiene alcune intuizioni dall’universo letterario di Ruth Rendell, scrittrice già utilizzata da Ozon come ponte con l’universo del grande regista francese. 

Guglielmina Morelli

domenica pomeriggio

Cosa succede quando viene l’autunno? Che sono passioni e desideri che deflagrano quando si mettono di mezzo i funghi … che creano un film articolato e complesso, come complicata è spesso la vita. Anche se moltiplichiamo l’attenzione e nulla ci sfugge di ciò che vediamo sullo schermo, non possiamo comprendere tutto ciò che accade (il regista lavora su omissioni e disseminando false piste). Allo stesso modo non possiamo conoscere fino in fondo l’animo umano, come si mostra il desiderio di bene e di fare il bene; come fallimenti e recriminazioni albergano accanto ad affetti e speranze. Ozon ci dice che forse siamo come questo suo film: contraddittori e inconoscibili. Forse la parola definitiva è della poliziotta: solo il perdono, qualunque sia stata la colpa, ci salva.

Giorgio Brambilla

venerdì sera

Sotto le foglie lavora su vari tipi di equivoci, innanzitutto i segreti che non sono tali e le verità che noi stessi non sappiamo. Alla prima categoria appartiene il passato di Michelle, che il film stesso tiene segreto all’inizio, alludendovi però attraverso il vangelo letto in chiesa, e il fatto che Vincent è stato la causa della morte di Valérie, che Marie-Claude le confessa prima di morire. Alla seconda appartiene la risposta alla domanda: Michelle ha avvelenato di proposito la figlia?

E poi: com’è andata davvero tra Valérie e Vincent? Come mai Lucas ha detto che i funghi non gli piacciono e anni dopo dice che gli sono sempre piaciuti?

La cifra di tutte questa ambiguità sembra affidata all’unico maschio adulto che abbia un minimo di spessore: il sacerdote che, al funerale di Marie-Claude dice più o meno che la sua vita ha avuto luci e ombre, ma noi non giudichiamo, perché Dio non lo fa. Mi pare che questo si possa tradurre in questi termini: noi umani non siamo perfetti, spesso crediamo a ciò che più ci conviene, ma siamo comunque persone decenti nel momento in cui instauriamo delle relazioni che abbiano un valore, come fanno Michelle, Marie-Claude, Vincent e Lucas. Umano, molto (non troppo) umano 

Marco Massara

Jolly

Un film con una straordinaria gestione della tensione drammatica ed una accurata gestione dei personaggi e dei loro intrecci.

Una vicenda ben introdotta dal titolo originale che suona “Quando arriva l’autunno” con una sorta di ‘resa dei conti’ delle anziane protagoniste sullo sfondo di una provincia francese ancora una volta descritta con tono dolente, ma mai patetico.

e anche il titolo italiano questa volta ci azzecca: sotto le foglie ci sono i funghi buoni e quelli cattivi:, come i personaggi che alimentano la vicenda ; nel dubbio usiamo quelli in scatola….

 

Maria Cristina Cinquemani

 

Ennesimo bel film di Ozon.

Bella la campagna francese, rassicuranti gli interni che profumano di cucina casalinga e tratteggiati con leggerezza i protagonisti.

Nessuno è totalmente classificabile, nessuno è pienamente buono o cattivo, nessuno è sicuramente innocente o colpevole. 

L'amore materno può riversarsi su di un nipote ma anche sul figlio dell'amica, l'amore filiale può trasformarsi in insofferenza e nulla è totalmente chiaro o scuro.

Nel complesso il racconto avvince, ma con garbo, senza obbligarci a scegliere con giudizi morali sull'eticità o meno dei vari comportamenti.

 
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C'era una volta in Bhutan
 

da domenica 14 a venerdì 19 dicembre 2025

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C'ERA UNA VOLTA IN BHUTAN

regia di   Pawo Choyning Dorji

Locandina italiana C'era una volta in Bhutan

 

“L’immagine di un monaco con un fucile è uno splendido ossimoro cinematografico. Non c’è nessun western, nonostante il titolo e le molte armi, in C’era una volta in Bhutan, il nuovo film di Pawo Choyning Dorji, già regista di Lunana – Il villaggio alla fine del mondo. Il film era stato un sorprendente candidato all’Oscar come miglior film internazionale nel 2022. Raccontava di un maestro che provava a insegnare in una scuola sperduta nelle montagne del Bhutan. La nazione è ancora protagonista del suo nuovo film, ma questa volta la prospettiva si allarga dai banchi alle urne elettorali improvvisate. Siamo nel 2006, e il Re ha rinunciato ai suoi poteri. Ci saranno le prime elezioni democratiche. Ma come fare? Fervono i preparativi per una simulazione della tornata elettorale. Nel mentre, il Lama cerca un fucile per “sistemare le cose”. Cosa intenderà? C’era una volta in Bhutan è semplice e sembra scritto per risuonare più forte fuori dai suoi confini territoriali; nei paesi come il nostro, dove l’esercizio del voto porta con sé un senso di impotenza senza precedenti e dove l’esercizio del potere attribuito al popolo è però anche un diritto dato per assodato. Lo spaesamento dei bhutanesi, la loro incapacità a comprendere non solo come si vota, ma anche perché si vota, è il cuore dell’opera. La democrazia porta delle tensioni a cui non sono abituati. Il dibattito pubblico sembra loro un’azione violenta non necessaria. Impareranno la sua nobiltà? La maggioranza vorrebbe delegare ancora al Re tutto questo e continuare a occuparsi solo del proprio nucleo ristretto. La televisione, che attira intorno a sé il popolo e mostra il fucile di James Bond (grande strumento narrativo in contrasto con il significato di quello dei monaci), potrebbe essere uno strumento di aiuto all’apertura verso il mondo. Qualcosa che, nella storia reale, è avvenuto con successo. (…) Sono rari i film così solari e semplici. Vedendolo, sembra ribadire qualcosa che sappiamo già. Il messaggio per gli occidentali è: teniamo strette le belle conquiste della civiltà. Allora perché, mentre si guardano le origini di una democrazia ritardataria, tutto questo non ci sembra per nulla scontato.”
Gabriele Lingiardi da chiesadimilano.it
 
“Regno del Bhutan, 2006. La modernizzazione è finalmente arrivata. Il Bhutan diventa l’ultimo Paese al mondo a connettersi a Internet e alla televisione, e ora è la volta del cambiamento di grande di tutti: il passaggio dalla monarchia assoluta alla democrazia. Per insegnare alla gente a votare, le autorità organizzano una finta elezione, ma gli abitanti del posto non sembrano convinti. In viaggio nelle zone rurali del Bhutan, dove la religione è più popolare della politica, il supervisore elettorale scopre che un anziano Lama sta organizzando una misteriosa cerimonia per il giorno delle elezioni … Il Bhutan fa il suo esordio sulla scena cinematografica internazionale alla fine del secolo scorso, quando La coppa (1999) e Maghi e viaggiatori (2003) di Khyentse Norbu trovano visibilità e distribuzione al di fuori dei
confini nazionali. Quest’ultimo rappresenta naturalmente una figura di riferimento e un mentore per Pawo Choining Dorji, che ha prima portato il piccolo Stato asiatico fino alla notte degli Oscar e ora, con l’opera seconda C’era una volta in Bhutan, si conferma voce interessante e da seguire, con la giuria capitanata da Gael García Bernal che ha tributato, durante l’ultima Festa del cinema di Roma, al film una menzione speciale. Un prodotto audiovisivo, parimenti da esportazione e rivolto e pubblico e mercato interno, che s’interroga su dilemmi nuovi e antichi con uno sguardo fresco e “innocente”, aiutato in questo dalla miriade di attori non professionisti che si è quasi obbligati ad utilizzare in un Paese dove non esiste ancora una vera e propria industria cinematografica. (…) Dorji, anche sceneggiatore, riesce a narrare vari accadimenti in parallelo seguendo i suoi personaggi attraverso schemi e strutture narrative consolidate, ma anche riproposte attraverso lo stupor mundi che i suoi personaggi mostrano di provare verso i nuovi arrivi nella comunità, che siano questi una scheda elettorale o un fucile ottocentesco proveniente dall’epoca della guerra civile americana. E sono proprio gli Usa il termine di paragone per ogni opposizione e per ogni quesito a cui si tenta di dar risposta: si può importare la democrazia in un Paese che non si rivela pronto e che non ne avverte il bisogno? Un sistema democratico è un valore aggiunto di per se stesso? Si può mediare tra l’affrancarsi da sistemi sociali arcaici (e patriarcali) e il mantenimento della propria identità e cultura specifica? Un piccolo film, quindi, con grandi ambizioni, e che attraverso un tono leggero e profondo insieme dispiega un arco narrativo compiuto e che si chiude senz’ambiguità alcuna, in perfetta concordanza con la cultura buddhista che, semplificando brutalmente, considera l’ambiguità come un insormontabile difetto. (...) In conclusione, un’ultima annotazione: a precisa domanda, Pawo Chojning Dorji indica come film del cuore e della vita La vita è bella di Roberto Benigni. Che questo rientri perfettamente nel sopracitato discorso su innocenza contrapposta ad arido e disincantato cinismo? Meditate, gente, meditate, anche al di fuori del monastero di Ura.”
Donato D'Elia da quinlan.it
 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

Come promuovere  la Democrazia e come promuovere il paradiso turistico del Bhutan, che non vuol perdere le sue tradizioni ?

Il film vince puntando su un "ambo" molto improbabile in partenza. Gioca la carta di un umorismo gentile facendosi  beffe delle demenziali regole made in USA sulle armi.

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

C’era una volta in Bhutanaffronta il buddismo non come dottrina, ma come pratica dello sguardo: un’arte della sottrazione, del tempo lungo e dell’impermanenza. L’ironia nasce proprio da qui, lieve e mai corrosiva, come distacco compassionevole più che come battuta. Il film sorride delle istituzioni, delle certezze politiche, persino dei simboli sacri, senza mai profanarli. È una commedia meditativa in cui il riso non scioglie il pensiero, lo rende più acuto. 

Marco Massara

mercoledì sera

“C’era una volta…” viaggia su un sottile equilibrio tra la voglia di difendere le tradizioni di una società arcaica e le pulsioni di modernità e corruzione del denaro che inevitabilmente premono ai confini e propagate attraverso la politica, la televisione ed internet.

Una serie di dualismi antitetici, soprattutto ben rappresentati dal titolo originale ossimorico (“Il monaco ed il fucile”) interpellano lo spettatore con un cinema semplice, diretto ed a tratti ingenuo.

Ma che fa pensare.

Giorgio Brambilla

venerdì sera

C’era una volta in Bhutan, come lascia intuire il titolo italiano, è una sorta di favola che mostra, in primis a noi occidentali, un paese che negli anni 2000 ha fatto il salto nella contemporaneità, con l’arrivo di internet, della televisione e della democrazia. Ci fa tenerezza vedere le persone che vivono in campagna in questo stato scoprire l’”acqua nera” e 007, comprendere l’importanza di sapere la propria data di nascita e riflettere sull’utilità del voto. Ci diverte vedere un americano, con la sua logica capitalista, scontrarsi con un luogo dove gli affari non contano e fare un favore al proprio lama vale di più che pagare i propri debiti. Ci sentiamo un po’ presi in giro quando il regista ci insinua il sospetto che il monaco possa usare il fucile per sparare sulle persone. E alla fine, proprio come il mercante americano, ci troviamo con in mano un grosso oggetto che ci crea un certo imbarazzo, che ci lascia indecisi tra l’essere finiti in un mondo di pazzi o l’essere noi i pazzi veri. È però un dubbio costruttivo, che ci fa riflettere sui pregi e i limiti della nostra e della loro visione del mondo, come ogni vero incontro con l’altro dovrebbe fare 

Guglielmina Morelli

Jolly

Come accade nel film La coppa (1999) del padre nobile della cinematografia del Bhutan, Khyentse Norbu, giovani monaci e saggi Lama sono alle prese con la modernità (il gioco del calcio!). E come allora, anche qui, come nel recente Lunana, abbiamo una riflessione sul mondo arcaico della tradizione e sulla modernità (le elezioni ma purtroppo anche il trafficante d'armi) che irrompe dall'esterno. Sarà un bene accogliere ciò che appare diverso o sarà bene rifiutarlo nel nome della “felicità” di ciò che da secoli è e tuttora si vive? Con ironia e garbo il regista affida al saggio (e tutt'altro che ingenuo) Lama una risposta: saranno sepolte le armi e la violenza del presente, poi si pregherà e ballerà insieme. Ma le schede elettorali non saranno distrutte: sarà necessario invece convertire tutti alla pace (e la gomma, tanto ambita dalla bimba, è più necessaria agli adulti: il loro compito è cancellare e riscrivere, fino ad arrivare al bene comune).
PS. In qualche sito web si dice che prima di arrivare al tradizionale suffragio universale esisteva un suffragio “per famiglia”. Sarà vero? Nel film sembra proprio così!         
 
 

 

Maria Cristina Cinquemani

Piacevole commedia, ambientata in un paese idilliaco, con personaggi fuori dal tempo che si scontrano con realtà moderne, che non capiscono e non accolgono con favore.

Subito si accorgono che la pace in cui vivono viene turbata dalla competizione innescata dalla scelta di un partito contrapposto agli altri, che la semplicità della vita abituale è intaccata dal desiderio di poter contare su eventuali appoggi favorevoli: in definitiva tutte le distorsioni che viviamo abitualmente sono già ben rappresentate da questo piccolo campione di società.

Siamo così portati a ragionare sul dilemma: è veramente un miglioramento ciò che ci viene proposto come tale o seguire un vecchio e consolidato stile di vita ci può rendere più felici?

 
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Il maestro che promise il mare
 

da domenica 30 novembre a venerdì 5 dicembre 2025

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IL MAESTRO CHE PROMISE IL MARE

regia di Patricia Font

Locandina italiana Il maestro che promise il mare“Antoni Benaiges è un maestro delle scuole elementari di origini catalane a cui viene assegnata una pluriclasse a Bañuelos de Bureba (Burgos). I suoi metodi di insegnamento innovativi e il fatto di non nascondere il proprio ateismo gli alienano le simpatie del parroco e del sindaco ma non quelle degli alunni che lo sentono vicino alle loro speranze e ai loro sogni. Uno dei quali è quello di poter vedere il mare.

 
Un film dallo straordinario successo in Spagna che ha un messaggio universalmente valido. Patricia Font dirige un film in continua alternanza tra il presente e il passato. (...) Questo duplice piano di narrazione è già di per sé significativo. Ci ricorda il dovere della memoria in un presente in cui il revisionismo storico si approfitta di amnesie collettive indotte dal flusso comunicativo in cui il fake prevale.
Antoni Benaiges è davvero esistito e veramente ha promesso il mare a dei bambini che potevano solo immaginarlo. Quella promessa aderiva perfettamente al suo progetto didattico e pedagogico. Per comprendere meglio questo aspetto è bene ricordare che Benaiges applicava il 'metodo naturale' elaborato dal pedagogista Célestin Freinet che prevedeva una partecipazione costante da parte degli alunni, dettata dai propri bisogni, al processo di conoscenza. Freinet riteneva fondamentale l'utilizzo in classe della tipografia per favorire l'apprendimento della scrittura nell'ambito di una cooperazione degli allievi con il maestro e tra di loro. Ad uno spettatore odierno, abituato alla scrittura su computer, potranno sembrare metodologie preistoriche quelle che invece erano così innovative all'epoca da destare l'ostilità più bieca e cieca da parte della componente più retriva della società. Quasi tutti i quaderni stampati nella classe di Benaiges vennero bruciati pubblicamente perché realizzati nell'ambito di un processo di insegnamento considerato 'sovversivo'. Font riesce a restituirci il clima di quell'epoca mostrandoci la passione per l'insegnamento di Antoni (i docenti che ne sono privi producono più danni che vantaggi per i propri allievi erodendo in loro il piacere dell'apprendere) e facendoci leggere sul volto dei suoi alunni, anche dei più restii, la gioia per ogni nuova scoperta. Ma, con il percorso compiuto da Ariana, la nipote in cerca del passato del nonno prima che costui lasci questa terra, ci ammonisce sulla vigilanza. Benaiges insegna e viene messo nel mirino mentre il franchismo sta covando sotto la cenere alimentandosi con le posizioni dei cosiddetti 'benpensanti'. La Storia può ripetersi e certe lezioni andrebbero ascoltate.
 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

staziante omaggio ad una figura  vergognosamente obliterata nella  memoria ispanica ed elogio di un'utopia sospesa 

tra ricerca operativa   come metodo didattico  e apertura al futuro come criterio di evoluzione civile.

 

Qualche patetica sottolineatura ( evitabile) non pregiudica affatto un esordio  promettente, da confrontare con il -  più asciutto - "Vermiglio", cui assomiglia specie per il confronto tra generazioni, lo sfondo storico riconsiderato , le reazioni del borgo verso un esteaneo, la comune composta e lucida regia, al femminile.

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Il maestro che promise il mareracconta con semplicità e pudore l’irruzione della pedagogia di Célestin  Freinet in una scuola rurale spagnola destinata all’obbedienza. Attraverso il testo libero, la tipografia e la parola condivisa, il maestro Antoni Benaiges trasforma la classe in una piccola comunità democratica, restituendo ai bambini la dignità di pensare e raccontare. Il film mostra come questa fragile libertà diventi un atto politico, capace di terrorizzare il potere franchista. La promessa del mare non è solo un sogno: è l’immagine di un orizzonte possibile. 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

A 50 anni dalla morte di Franco e 80 dalla vicenda narrata (il film si ispira ad un maestro realmente esistito) fa bene ricordare, dai nostri tempi cupi, il nero del franchismo. Si poteva fare con meno convenzionalità ma il risultato è più che dignitoso. Le due storie (passato e presente) scivolano l’una nell’altra con naturalezza e i bimbi, tutto sommato, sono spontanei e carini (meno qualche attore adulto, tra cui la protagonista Laia Costa insignita in Spagna del poco onorevole premio “Yo-ga” come peggior attrice dell’anno). I buoni lo sono davvero e i cattivi sono brutti ceffi ma, per una volta, può andar bene così.

Rolando Longobardi

venerdì sera

Sceglie di raccontare la vicenda su due livelli temporali la regista Patricia Font. Due piani distinti ma che mirano entrambe a focalizzare il ruolo della memoria come ricerca personale finalizzata alla costruzione della propria storia personale. Il mare come metafora di sogno realizzabile anche se lontano e di promessa comunque mantenuta fatta attraverso una relazione che nemmeno la violenza fascista può distruggere. In tal senso non è importante il corpo o le ossa, ma ciò che porta alla scoperta. 

Marco Massara

Jolly

Il film soddisfa le aspettative di un titolo forse troppo anticipatore e che ogni tanto rischia di cadere nel patetismo; d'altronde argomenti quali ‘maestri ‘rivoluzionari in ambiente rurale’ sono materiali da maneggiare con cura…

Ben riuscita la fusione tra i due tempi narrativi e molto curata l’ambientazione e la recitrazione e la condanna implicita del periodo del Franchismo.

Maria Cristina Cinquemani

E' un racconto apparentemente semplice, ma invece pieno di significati e sfumature.

Da una parte l'amore per il nonno e il suo passato, dimostrato da Ariana con la passione della sua ricerca, dall'altro la vicenda esemplare del maestro Antonio, pieno di idealismo ed entusiasmo per l'insegnamento, che è andato incontro consapevolmente ad una fine precoce e dolorosa.

Tutto ciò avviene in una cornice di semplici case di pietra che parlano di tempi antichi, di uomini che preferiscono ammazzarsi di lavoro piuttosto che perdere tempo per ottenere una pur minima cultura e di bambini che nella loro semplicità sanno apprezzare ciò che viene loro proposto.

Questo film ci esorta a non dimenticare gli orrori di un passato non troppo lontano che,  oltre alla Spagna, ha riguardato anche noi.

 
 
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