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I colori del tempo
 

da domenica 17 a SABATO 22 maggio 2026

 

I COLORI DEL TEMPO

regia di Cédric Klapisch

 

Locandina italiana I colori del tempo

 

 

Nazione: Francia

Durata: 124 min

Regia: Cédric Klapisch

Interpreti: Suzanne Lindon, Abraham Wapler , Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France 

Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena

Fotografia: Alexis Kavyrchine

Musiche: Robin Coudert

Montaggio: Anne-Sophie Bion

Scenografia: Marie Cheminal

Produzione: Bruno Levy

Distribuzione: Teodora Film

I colori del tempo si inserisce con grazia nel filone tematico che sembra dominare quest’anno sulla Croisette: la necessità di riguardare indietro, di riassemblare i cocci del tempo per comprendere il presente. È un film che non ha l’urgenza di sorprendere, ma quella – ben più sottile – di ricordare. E nel ricordare, riconciliarsi. Sì, certo, c’è chi storcerà il naso: troppi personaggi, un impianto corale che a volte sbanda, qualche cliché di troppo. Ma c’è anche quella leggerezza “impressionista” che è il marchio di fabbrica del regista: una joie de vivre che aleggia come una brezza sottile. Non è un film che segna. È un film che passa. Ma passa bene. E poi c’è quella battuta, lasciata in chiusura dal più giovane dei protagonisti, che riassume tutto: “Ho inseguito da sempre il futuro, ma guardare al passato mi ha fatto bene.” Vale per la vita, vale per il cinema. E vale per Klapisch, che con questo film sembra dirci che, prima di inventare il nuovo, possiamo ancora (e forse dobbiamo) rovistare tra le pieghe dell’antico. Non per nostalgia, ma per lucidità. Non è un capolavoro, I colori del tempo. Ma è un film che fa bene. E oggi, non è poco.”

Da wwwcinematografo.it

 

“Sono tutti più o meno delusi dalla loro vita. C’è chi è irrealizzato, chi sta iniziando una carriera e chi la sta finendo. Sono il gruppo variamente assortito di parigini di oggi chiamati per un’eredità, discendenti di un’unica donna, Adèle Meunier, diventata adulta a fine Ottocento passando per un cruciale periodo trascorso a Parigi, dove, partendo dalla natìa Normandia, partì in cerca della madre mai conosciuta. Generazioni (di oggi) a confronto, mentre prende forma la storia di formazione di una giovane donna di ieri, di un periodo certo non scelto a caso da Cédric Klapisch, buon artigiano del cinema francese che ama cambiare atmosfere e generi, in questo caso anche epoche .(…) È una commedia, I colori del tempo, all’interno di un film originale, che regala un intrattenimento piacevole senza alzare la voce, con palese divertimento e la sincera curiosità di avventurarsi in anni cruciali per lo stesso cinema. Siamo nel 1895, proprio quando la nuova arte azzardava i primi vagiti, ma soprattutto la fotografia sembrava poter dominare il racconto visivo, soppiantando e addirittura decretando la morte della pittura. Almeno era quello che in molti pensavano, facendo sorridere al pensiero di anni più recenti - tipo oggi - e al grido comune alla morte del cinema. (…)  Al di là di tutto, è soprattutto un ennesimo inno alla vita di Klapisch, a quell’avventura che si svela ogni giorno davanti ai nostri occhi, fra l’emozionato primo video musicale del giovane influencer, che si innamora della bella cantante, e il giorno della pensione del professore di lettere, così amato dai suoi studenti che gli tributano un infinito applauso che lo scorta fuori dalla scuola, verso la sua nuova vita. E in un’epoca ripiegata su sé stessa, suona anche come un invito non pedante a guardarsi indietro, per avere consapevolezza piena del proprio futuro, guidati dall’amore per la scoperta e dall’immaginazione.”

Da www.comingsoon.it

 

I colori del tempo conferma la persistenza, nel cinema francese contemporaneo, di un gusto per la memoria domestica, per un passato riprodotto in vitro sotto forma di eleganza visiva e di equilibrio narrativo. (…) Cédric Klapisch sceglie un dispositivo meno legato al profilmico e più al linguaggio cinematografico in senso stretto: il montaggio alternato come strumento per far dialogare due epoche, la fine dell’Ottocento e il presente, unite da un’eredità e da una casa che diventa soglia simbolica. Un gruppo di personaggi contemporanei, sconosciuti tra loro, scopre di essere legato da un testamento comune: la proprietà di una dimora appartenuta a una donna, Adèle, vissuta nella provincia francese e poi trasferitasi a Parigi negli ultimi anni del XIX secolo. L’eredità materiale è, come spesso accade in Klapisch, pretesto per un’esplorazione più ampia della continuità affettiva e culturale tra le generazioni. (…) Il riferimento al 1895, anno di nascita del cinema, è tutt’altro che casuale. Klapisch sembra voler mettere in scena una piccola genealogia dello sguardo: da un lato la pittura impressionista, con il suo sforzo di catturare l’istante e la luce, dall’altro il cinema nascente, che trasforma la fissità dell’immagine in movimento. Il quadro di Monet (Impression, soleil levant, del 1872) che attraversa la vicenda diventa così il punto di congiunzione tra due forme di rappresentazione, la tela e lo schermo, entrambe legate all’esperienza della visione e del tempo. Ma il film, invece di interrogare criticamente questa relazione, la riduce a simmetria illustrativa: la pittura come eco estetica del cinema, non come suo antecedente problematico. Insomma, I colori del tempo costruisce un discorso sulle immagini senza mai interrogare davvero il loro potere. L’idea di un montaggio che metta in dialogo passato e presente resta una dichiarazione d’intenti: non si traduce in tensione né in rottura, ma in un ritmo costante, rassicurante, che finisce per anestetizzare il fluire del racconto. (…) Il film guarda alla Parigi fin de siècle come a uno spazio da abitare esteticamente, non come a un territorio da interrogare. In questo senso, l’operazione di Klapisch si inserisce pienamente in quella che lo studioso Emiliano Morreale in un suo saggio definiva “l’invenzione della nostalgia”: il passato costruito come simulacro, come dispositivo di piacere per uno spettatore che cerca riconoscimento più che perturbazione.”

Da www.quinlan.it

 

“Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l'equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c'è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. (…) Con La venue de l'avenir, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po', dirigendo con brio un grande cast corale che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca. (…) I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un'energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare - quella che contribuisce alla coscienza collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.”

Da www.mymovie.it

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La vita va così
 

da domenica 10 a venerdì 15 maggio 2026

 

LA VITA VA COSI'

regia di Riccardo Milani

 

 

Locandina italiana La vita va cosìPaese/Anno: Italia, 2005

 

Regia: Riccardo Milani

Sceneggiatura: Michele AstoriRiccardo Milani

Fotografia: Saverio GuarnaSimona D'Onofrio

Montaggio: Francesco RendaPatrizia Ceresani

Interpreti: Aldo BaglioDiego AbatantuonoGeppi CucciariIgnazio Giuseppe LoiIgnazio MulasVirginia Raffaele

Colonna sonora: Moses Concas

Produzione: Medusa FilmOur FilmsPiper FilmWildside

Distribuzione: MedusaPiper Film

Durata: 121'

 

“Le premesse di La vita va così, il sedicesimo lungometraggio da regista di Riccardo Milani, selezionato come film d’apertura alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, dialogano curiosamente con un tema di scottante attualità: gli effetti silenziosi, eppure più che evidenti, di una qualsivoglia manifestazione pacifica che, in aperto scontro con la violenza e l’intolleranza d’una proposta altra, resiste con forza, senza cedere d’un passo. È davvero inutile manifestare il proprio dissenso, mettendo da parte fin da subito qualsiasi pratica violenta? Oppure è proprio questa la chiave della vittoria e del percorso dell’eroe? (…) Sospeso tra commedia e dramma La vita va così sembra rintracciare inizialmente una forma-cinema adeguata ai volti e ai corpi che la rappresentano, cioè quelli di Virginia Raffaele e Aldo Baglio (entrambi appartenenti al registro buffo e, più in generale, della comicità, funzionali lì e poco altrove), per poi confondersi, fino a deragliare. (…) Al pari dei suoi interpreti e della scrittura, il cinema di Milani appare confuso. C’è più da ridere o più da piangere? Non è chiaro, e il disequilibrio di tono senz’altro non aiuta.”

da www.sentieriselvaggi.it

 

“1999. Efisio Mulas vive in una casa sul magnifico mare della Sardegna del Sud, pascolando le sue mucche sulla spiaggia. Sua moglie e sua figlia Francesca si sono trasferite nel paese vicino, Bellesamanna, ma lui non abbandona quella dimora fatiscente che era di suo padre e di suo nonno. E non lo fa nemmeno quando un gruppo immobiliare milanese, che vuole costruire un resort a cinque stelle ecosostenibile proprio lungo quel tratto di costa, gli offre una cifra consistente per andarsene. (…) la declinazione è prevalentemente di commedia, facendo leva anche su qualche accenno stereotipato, ma si sente un genuino amore per la Sardegna e la sua gente, lo stesso che ha portato il calciatore Gigi Riva (protagonista del bel documentario di Milani Nel nostro cielo un rombo di tuono) a farne la sua terra di adozione. (…) Milani è attento a rappresentare le ragioni di tutti senza svilire la preoccupazione economica dei paesani, e riproducendo un conflitto reale non dissimile da quello che si è creato a Taranto con l'ILVA: se a Taranto la scelta è fra lavoro e salute, qui è fra lavoro e bellezza/tradizione. (…) C'è qualche lungaggine di troppo, ma la vicenda è paradigmatica, ed è molto pregnante il tema del tempo che nobilita alcuni e corrompe irrimediabilmente altri, lasciando un'eredità positiva o negativa ai figli (cioè al futuro). Milani veicola bene il desiderio di tutti di "rientrare a casa", e la consapevolezza che molti, la propria "casa", l'hanno ceduta al miglior offerente per poi rimpiangerla per sempre.”

Da www.mymovies.it

 

“Riccardo Milani torna sul grande schermo con un’altra storia fortemente legata al territorio, questa volta ambientata nel Sud Sardegna nel territorio del Sulcis Iglesiente. La vita va così, presentato alla 20ª Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, racconta la storia di un anziano pastore sardo che pascola le sue mucche sull’incantevole spiaggia di Tuerredda, un angolo incontaminato della costa in cui una sabbia bianchissima incornicia un mare cristallino: si estende per oltre 500 m. all’interno di un’insenatura fra Capo Malfatano e Capo Spartivento. La spiaggia è parte del territorio di Teulada, il cui centro storico si vede a più riprese, in particolare piazza Parrocchia, in cui padroneggia la Chiesa dedicata alla Vergine del Carmine, dove Francesca (Virginia Raffaele) incontra per la prima volta Giovanna (Geppi Cucciari) senza sapere che è un magistrato. La vicenda è ispirata ad una storia vera, quella di Ovidio Marras, recentemente scomparso all'età di 93 anni, che lottò per difendere i suoi terreni nella zona di Capo Malfatano, dal progetto di un gruppo imprenditoriale che voleva farne un resort di lusso in riva al mare. Un racconto ironico e appassionato lungo vent’anni, ambientato in un angolo meraviglioso della Sardegna, dove una comunità si troverà stretta tra il sogno del lavoro e la difesa del territorio e della sua identità.”

Da www.italyformovies.it

 

 

 

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Un semplice incidente
 

da domenica 12 a venerdì 17 aprile 2026

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UN SEMPLICE INCIDENTE

regia di Jafar Panahi

Locandina italiana Un semplice incidente

 

Anno: 2025

Produzione: Iran, Francia, Lussemburgo

Regia e sceneggiatura: Jafar Panahi

Fotografia: Amin Jafari

Cast: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr

Durata: 105’

Produzione: Bidibul Productions, Les Films Pelléas, Pio & Co

Distribuzione: Lucky Red

 

“Per la prima volta dopo 15 anni non mette in scena sé stesso, Jafar Panahi, abbandona l’autofiction, eppure in Un semplice incidente c’è tutto il peso dell’esperienza diretta con il regime, e, soprattutto, emerge nell’amarezza di certi scambi di battute, dei sette mesi passati in carcere, tra luglio 2022 e febbraio 2023, solo una parte dei 6 anni richiesti dalla corte di Teheran nel 2010 (…) Un semplice incidente è un film politico e diretto, immaginato però con una vena ottimistica che può sembrare quasi distopica, tratteggiando un contesto dove le donne portano i foulard dai colori più luminosi, coi nodi allentati, e l’aria in generale sembra essere di distensione se non di apertura a un tuttora inimmaginabile cambiamento. Un contesto dove un piccolo incidente come quello del titolo può aprire una crepa nelle strutture di autoconservazione del regime iraniano, una frattura attraverso cui emerge una campionatura simbolica di voci della società civile (l’artigiano, la fotografa, la sposa col marito, il giovanotto facile a infiammarsi, tutti interpretati da attori non professionisti), serpeggia il dilemma di come reagire ed eventualmente punire chi ha gestito il potere con violenza, un giorno che la crepa dovesse diventare irrichiudibile.”

Da cineforum.it

 

“Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna, con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più compiuto e radicale del suo autore.”

Da quinlan.it

 

“Chi cerca un cinema in cui l'impegno civile si ammanti di raffinatezze da cinefili farà bene a tenersi lontano da questo film. Chi invece sente l'urgenza della denuncia di una struttura di repressione in cui si stanno insinuando crepe visibili (soprattutto dopo la discesa nelle piazze delle donne) non potrà non apprezzare il fatto che il coraggioso regista iraniano abbia scelto la strada dell'ironia per poi poter colpire dritto il bersaglio mettendone a nudo la crudeltà. I suoi protagonisti, la cui presenza a partire da colui che compie il sequestro, procede per accumulo, seppur limitato, sono esseri umani che hanno subito la violenza e la perversione di un potere che si vede come teocratico (deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che non vada nel paradiso delle vergini) ed è invece solo interessato a conservare sé stesso.”

Da mymovies.it

Giorgio Brambilla

Domenica Pomeriggio

Jafar Panahi ci propone una commedia che riflette sulla tragica situazione dell’Iran, in un momento precedente i massacri di quest’inverno da parte del governo e la guerra in corso con gli USA e Israele. All’inizio ci presenta il malvagio torturatore Eghbal come una persona normalissima, un bravo padre di famiglia dispiaciuto di aver investito un un povero cane. Poi, attraverso il microcosmo di sue ex vittime che si forma, ci mostra gli effetti del regime criminale al potere in Iran e le possibili reazioni alle sue vessazioni, lasciando insieme trasparire la corruzione endemica sulla quale si regge il potere, che ha la sua esemplare manifestazione nel POS usato dagli agenti per incassare mazzette. Qui ci sono momenti davvero toccanti, come le reazioni dei vari personaggi quando pensano che potrebbero aver trovato il loro carnefice, o l’accompagnamento di sua moglie in ospedale. Infine ci pone la domanda delle domande: è possibile rimanere brave persone senza farsi schiacciare? Dopo un memorabile piano sequenza nel quale interagiscono i tre personaggi principali che ci dà una prima risposta, il finale ci fa intuire la serietà di questa scelta. Che riesca a fare tutto questo facendoci sorridere, è un piccolo miracolo

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

In Un semplice incidente, Jafar Panahi costruisce da par suo un sapiente dispositivo narrativo costruito sulla compresenza simultanea di commedia e tragedia. Spesso l’apologo sfiora il paradosso grazie a un dosaggio oculato di equivoci, esitazioni e dialoghi circolari. Tutto conduce in modo magistrale all’invenzione finale che attiva i visionari del Bazin. A luci accese si confrontano in modo serrato interpretazioni e intuizioni diverse. Tutte giustificate e veritiere dato il carattere aperto dell’epilogo del riuscito film del cineasta persiano. 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Un amico sosteneva che il dibattito non si deve fare subito dopo la visione del film, ma la
settimana successiva. Occorre lasciar sedimentare sensazioni ed emozioni per ragionare
con più lucidità. Proprio ciò che mi è accaduto nel caso di Un semplice incidente: l’angoscia
scaturita dalla visione mi ha nuovamente impressionata e sconvolta, impedendomi di
mettere a fuoco con chiarezza alcuni punti che già mi erano parsi decisivi ma non sapevo
bene perché. Ci ho ragionato, costringendomi ad una freddezza che il film rende difficoltosa.
Come abbiamo visto, la cecità è il tema chiave del film, prima affligge le vittime, ora il
presunto carnefice e quasi sempre noi spettatori. Il presunto torturatore non è riconosciuto
sicuramente da nessuna delle vittime (erano bendati), credono di riconoscerlo dal rumore
della sua gamba artificiale. Nessuno lo ha certamente riconosciuto, è chiaro che vogliono
che quell'uomo sia il loro torturatore: la prigione li ha sconvolti (fino alla paranoia) e solo il
libraio ha saputo gettarsi alle spalle ciò che il regime gli ha inflitto e giustamente trova inutile
la vendetta. Ma conosciamo (noi abbiamo visto chiaramente) un particolare: la ferita alla
gamba è certamente recente, e quindi? Azzardo una lettura un po' stravagante: l'uomo non
è il torturatore. Come quel crudele poliziotto aveva estorto false confessioni bendando i
carcerati e sottoponendoli a torture così questo poveraccio ha confessato ciò che le sue
vittime (ora torturatori) vogliono sentirsi dire; è stato come loro minacciato di morte, bendato,
legato, drogato, picchiato, rinchiuso in un camper-galera, trascinato nel deserto, allontanato
dalla sua famiglia. L'unico modo per ottenere la libertà è per lui “confessare” ciò che il
gruppo vuole. Funziona? Così si spiegherebbe anche l'indifferenza del regime nei confronti
del film e del regista. Certo, il finale resta enigmatico!

Giulio Martini

Venerdì sera

    Panahi vince  ancora la sfida di costruire un ingegnoso e fluido racconto girato in condizioni precarie.Fa scorrere il suo dolore tra  furie e dilemmi, voglia di rivalsa e pietà, alla spasmodica ricerca di un via d'uscita per se' stesso,i suoi amici  ed il suo Paese,ingabbiati in decenni di assurda violenza.

Marco Massara

Jolly

Nella prima parte del film, Panahi sembra abbandonare lo stile del “cinema necessario “ delle sue opere precedenti, per rivolgersi più ad un pubblico  “occidentale” (con tutte le riserve del momento su tale termine) scegliendo  una certa delicatezza del tocco e del tono del racconto, rischiando una certa perdita di lucidità.

Nella seconda parte invece vira verso una denuncia esplicita di delazioni e torture.  Emblematica l’inquadratura “sonora” finale: Anche se perdoni non  è detto che l’aguzzino non possa tornare, forse anche più vicino..

 

Maria Cristina Cinquemani

Come sempre la denuncia di Panahi colpisce il segno.

Con un racconto spesso in tono di commedia, a momenti persino esilarante, mette a nudo tutta la crudeltà del regime iraniano, descrivendo le ferite inguaribili di chi è stato nelle sue prigioni.

Nonostante questo non manca di far emergere la bontà di fondo del protagonista che, pur nella sua ansia di vendetta, non può fare a meno di avere compassione dei familiari del colpevole.

Anche il finale è consolatorio, quando l'aguzzino, ormai liberato, sembra voler punire chi lo ha rapito, ma poi inaspettatamente si allontana.

Il tono leggero di tutto il film non nasconde i particolari di crudezza che emergono dalle varie testimonianze.

 
 

 

 
 
 
 
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L'ultimo turno
 

da domenica 3 a venerdì 7 maggio 2026

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L'ULTIMO TURNO

regia di Petra Volpe

Locandina italiana L'ultimo turno

 

 

Paese di produzione Svizzera, Germania

Anno 2025
Durata 92 min
Regia Petra Volpe
Sceneggiatura Petra Volpe
Produttore Reto Schaerli, Lukas Hobi
Casa di produzione Zodiac Pictures, MMC Zodiac, SRF, SRG SSR
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Judith Kaufmann
Montaggio Hansjörg Weißbrich
Musiche Emilie Levienaise-Farrouch
Interpreti e personaggi Leonie Benesch: Floria Lind
È stato scelto come candidato svizzero all'Oscar al miglior film internazionale 2026.[1]
“La regista Petra Volpe, che ha presentato il film all'ultima Berlinale nella sezione Gala, segue la sua protagonista con la macchina a mano nel corso di lunghi piani-sequenza che trasmettono la concitazione delle sue ore. La tecnica naturalmente impeccabile, per quanto garantita ormai da qualsiasi prodotto cinematografico o televisivo (come nel recente Adolescence, ad esempio), crea un'atmosfera di continua tensione, e punta naturalmente all'identificazione dello spettatore con l'esperienza della protagonista.
Aldilà però della facile struttura narrativa ad accumulo (narrativo e visivo), e pure della scelta un po' discutibile di inserire un risvolto quasi giallo nella lunga notte di Floria (scelta figlia dell'influenza della serialità sul cinema, come se un racconto non potesse non avere un momento thrilling...), L'ultimo turno deve la sua efficacia soprattutto ai rapporti interpersonali che crea. Stanza dopo stanza, conversazione dopo conversazione, cura dopo cura, la frenesia dei movimenti di Floria si oppone alla debolezza dei suoi pazienti, alla loro rassegnazione dopo scoppi di rabbia, ed è in questi spazi di vita, di contraddizione e in fondo di bellezza (come nel confronto con l'arrogante manager malato di tumore al pancreas), che il film lascia alla sua bravissima interprete Leonie Benesch (conosciuta in La sala professori) il tempo e il modo di mostrarsi come uno dei volti più interessanti del cinema europeo, così fragile da non chiedere altro che empatia e così forte da trascinare il film ben oltre i cliché del cinema medico.”
Da MYmovies.it
“Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì. Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto, evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio di ritorno …), in cui il presupposto di utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una discreta dose di intrattenimento.”
Da quinlan.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

interessante e ben riuscito  focus  su un ruolo ed un delicato lavoro  sociale gia' trattato dal cinema ( tra impegno e pieghe sexy ) ma qui pedinato per  meditare sul concetto - molto luterano -  di  "Beruf".

Non solo efficienza e competenza, ma anche - come dice il nome e pensa ogni tedesco - "vocazione", cioe' compito civile e umano che incrocia il senso del vivere.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

L’eroina (Heldin) evocata dal titolo originale del film di Petra Volpe è Floria, un’infermiera che affronta con tenacia e dedizione un turno ospedaliero ad alta tensione. La macchina da presa la segue senza tregua per novanta minuti, immergendoci nel suo ritmo serrato. Attraverso il suo sguardo comprendiamo la natura estenuante del lavoro di cura. Ne emerge una performance fisica, morale e psicologica continua e logorante, magistralmente condotta dalla protagonista Leonie Benesch. Un ritratto lucido di una professione essenziale, oggi sempre più a rischio. 

Marco Massara

mercoledì sera

Non cadiamo nell’errore di consideralo un documentario o un film a tema.  Il film infatti inserisce in una situazione caratterizzata da un duro realismo alcuni momenti di ottimo cinema di finzione:  slanci di generosità, momenti di empatia e di umana reazione ad situazioni sempre più incalzanti ed opprimenti.

Compresa la  piccola favola dell’orologio ‘defenestrato’ e ritrovato dalla paziente più insofferente; ogni paziente crede che i suoi desideri delimitino un mondo al di fuori del quale non esiste nulla. E per soddisfarli ci vuole davvero una ‘eroina’ (il titolo originale del film).

Straordinaria Leonie Benesch- Consiglio di rivederla ne “La sala professori”

Giorgio Brambilla

venerdì sera

La regista Petra Volpe ci fa seguire la sua “eroina”, che è poi il titolo originale del film, dal viaggio verso l’ospedale a quello con cui lo lascia, dopo aver fatto il turno pomeridiano. L’ingresso è a passo di marcia, attraverso un corridoio sotterraneo che pare l’accesso a un bunker, perché in effetti fa entrare in una vera zona di guerra. Costretta ad avere a che fare con pazienti e parenti di ogni categoria, cortesi e in cerca di solidarietà o aggressivi e pretenziosi, la sig.ra Lind si muove con l’efficienza di una macchina, che può anche incepparsi, e l’attenzione di un’amica che tiene davvero a coloro che cura, professionale e umana. La regista non è interessata a spettacolarizzare la vita d’ospedale, come tante serie TV, ma a mostrarci come lei, presente in ogni singola sequenza del film, vive tutto ciò che accade. Questo si vede in modo esemplare nel momento della rianimazione della sig.ra Bilgin, con la macchina da presa sempre a distanza, il personale in azione sfocato e il controcampo insistito della com-passione di Floria. Il senso del suo lavoro ci è dato dal biglietto del sig. Leu e dall’incontro finale in bus con la paziente di cui sopra. Attraverso di lei passa il significato politico del testo.

Leonie Benesch È il film, con una prova d’attrice magistrale 

Guglielmina Morelli

jolly

La struttura del film sembra semplice o lineare, in realtà è una calibratissima climax dove la tecnica asseconda il tema di fondo. Si parte lenti, quando un ampio piano sequenza segue la protagonista, ordinata e dinamica, che inizia il suo turno e nel suo primo approccio con la paziente malata di demenza senile è, unica volta nel film, aiutata da un collega. Man mano che procede l’azione, il ritmo della macchina da presa si fa più frenetico e ansiogeno, sottolineando i temi forti che il film tocca nel suo percorso (la vita, la solitudine, l’incomunicabilità, la malattia, il dolore, la morte, il destino, la cura, la solidarietà, la pietà) e l’attrice restituisce progressivamente lo sforzo di una occupazione (che deve gestire da sola) con una postura del corpo che rende sempre più la fatica e la prostrazione. Fino al momento della massima tensione dove il tema principe diventa il tempo (l’orologio), il tempo della vita o della morte ora del manager altezzoso e disperato, ora il tempo di tutti i personaggi. Finale per nulla consolatorio, dolente espressione di una donna esacerbata da un impegno insostenibile.

 

Maria Cristina Cinquemani

Film molto interessante ma faticoso da seguire. Si viene veramente contagiati dall'ansia e dalla concitazione della povera infermiera protagonista.

Pare veramente impossibile che ci sia una simile carenza di operatori, visto che non ricordo di aver mai assistito a tanta frenesia, ma evidentemente le cose stanno rapidamente peggiorando.

 

Brava l'interprete e brava la regista. sono riuscite entrambe a farmi immedesimare nella drammaticità della situazione.

 

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Primavera
 

da domenica 18 a venerdì 24 aprile 2026

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PRIMAVERA

regia di Damiano Micheletto

 

Locandina italiana Primavera

“Il tempo di Vivaldi alla Pietà è anche quello delle Quattro stagioni, che escono nel 1725 in Il cimento dell’armonia e dell’invenzione, Opus 8, ma giustamente Michieletto non incentra il film sulla composizione più nota del musicista (ascoltiamo la Primavera solo nei titoli di coda); anzi alle musiche di Vivaldi, che tiene come diegetiche, affianca quelle di Fabio Massimo Capogrosso per la parte extradiegetica e sfrutta al meglio tutti i reparti tecnici, dalla scenografia ai costumi, per raccontare una Venezia non cartolinesca né sgargiante, con una fotografia che rimane sui toni freddi per,rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più,impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film).

 

L’altro elemento notevole, in un’opera perfettamente orchestrata in tutti i suoi aspetti (alla sceneggiatura c’è Ludovica Rampoldi, autrice tra l’altro de Il maestro con Andrea Di Stefano e ora regista del convincente Breve storia d’amore) e incredibilmente matura per un esordiente, sia pure sui generis come Michieletto, è quello attoriale: Tecla Insolia è come al
solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino sempre in parte, nell’equilibrio precario che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia”
Da cineforum.it
“Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto, che guarda al mercato estero – tra i coproduttori c’è la Warner Bros., anche in qualità di distributore – punta a una direzione partecipe ma asciutta, coinvolgente e sensibile ma senza patemi né manierismi. L’esperienza sui palcoscenici di Michieletto si vede in primo luogo sul lavoro con gli attori, lasciati liberi di “respirare” nel loro personaggio, mai messi alle strette nei loro “assoli”, nei loro incontri/scontri (prova ne sia anche la composta e convincente prova di Stefano Accorsi nei panni di un reduce di guerra). Il regista riserva loro la stessa cura esperta che impiega nel comparto musicale, affidato a Fabio Massimo Capogrosso – già collaboratore, fra gli altri, di Marco Bellocchio – che fa un ottimo lavoro modulando le sue partiture con quelle del compositore veneziano, che logicamente hanno la parte del leone, soprattutto in termini di musica diegetica. Lo spettatore ha modo di veder nascere le note dello splendido oratorio sacro Juditha Triumphans, mentre il regista evita di sfruttare la fama dell’opera più nota al grande pubblico, ovvero il ciclo di quattro concerti per violino e orchestra, come il titolo del film lascerebbe presupporre: di essi, soltanto la Primavera accompagna i titoli di chiusura”
Da quinlan.it
“Una storia così codificata (su cui non si costruiscono quelle necessarie variazioni per renderla unica tra le tante simili) mostra però come l’elemento narrativo sia stato quasi sacrificato a vantaggio di quello estetico. Ad una scrittura infatti prevedibile e caratterizzata da personaggi non propriamente memorabili, si accompagna una ricostruzione storica di buon livello – detto che non può esistere un impianto estetico che possa compensare fino in fondo carenze di scrittura. Sono ottimi in particolare i costumi di Maria Rita Barbera, degni
anche di produzioni di maggior calibro e probabilmente aspetto più interessante di Primavera.”
Da sentieriselvaggi.it
Paese/Anno: Francia, Italia | 2025
Regia: Damiano Michieletto
Sceneggiatura: Damiano Michieletto, Ludovica Rampoldi
Fotografia: Daria D'Antonio
Montaggio: Walter Fasano
Interpreti: Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Michele Riondino, Stefano Accorsi, Tecla Insolia, Valentina Bellè
Colonna sonora: Fabio Massimo Capogrosso
Produzione: Indigo Film, Warner Bros.
Distribuzione: Warner
durata 110 minuti
 

Giulio Martini

domenica sera

Bell'esordio nel lungometraggio di un  regista che adora la Musica ( qui ne fa l' elogio, quasi fosse capace di lenire i  vuoti esistenziali e i dolori più  atroci) ma anche capace di inquadrature  raffinate  e di un  montaggio ritmato a dovere.

La storia non è  solo sul sofferto sentire  di Vivaldi, privato per due secoli di ricordi  e di stima, ma anche su ogni abbandono/mortificazione con cui altri ( madri indegne , protettori avidi, maschi violenti e vanagloriosi ) deturpano la vita dei deboli e dei disgraziati, chiudendoli in gabbie sociali da cui è arduo se non impossibile fuggire e a cui la musica - appunto - offre un' insperata/utopica consolazione. 

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Damiano Michieletto mostra anche al Bazin tutto il suo talento! Il regista venezianoorchestra spazio, musica e corpi attoriali in un dispositivo coerente, senza nessun compiacimento e trasforma la materia narrativa in pulsante esperienza sensoriale. Ogni scelta visiva e musicale appare necessaria, inscritta in una logica unitaria. Ne risulta un’opera vibrante, capace di coniugare densità narrativa e tensione emotiva. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Costumi e scenografie elegantissimi per un film che omaggia la musica (facendone un meraviglioso tiranno totalizzante) e Venezia. L’obiettivo è il pubblico straniero (la produttrice e il regista non lo negano): non è un fatto negativo, è una scelta. Un pochino di politicamente corretto (i ricchi e nobili stupidi e cattivi, l'improbabile fuga finale), un omaggio al settecento dell’Amadeus di Forman, nessuna  verosimiglianza. Se non fosse davvero un film “bello” (e che forse si può leggere in chiave metaforica: il nome Cecilia della protagonista) sarebbe inutile. Meglio la suora musicista Battistina di Beatrice Solinas Donghi  nel volume La bella fuga.  

Giulio Martini

venerdì sera

GIULIO HA SOSTITUITO GIORGIO

Marco Massara

Jolly

Percorso di redenzione dalle tenebre (un record le scene scurissime di questo film) ad una precaria luce di libertà.

Film festivo per occhi e orecchie, anche se un po’ disinvolto in qualche snodo drammaturgico,

Mettete insieme le riprese di un’orchestra in azione ed un bravo montatore ed il risultato non può che essere un successo.

Maria Cristina Cinquemani

Bello e godibile.

All'inizio lo avevo trovato simile a Gloria, che mi era peraltro piaciuto molto, ma poi le differenze si sono fatte notare.

Intanto le belle esecuzioni di brani di Vivaldi, poi le scene della nobiltà veneziana perfettamente fotografata nei suoi eccessi e difetti e, infine, la grande personalità dei due protagonisti.

 

Fra musica, colori e immagini preziose il tempo vola e si esce felici e rilassati.

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