Sotto le foglie
da domenica 6 a venerdì 12 dicembre 2025
SOTTO LE FOGLIE
regia di Francois Ozon

Il maestro che promise il mare
da domenica 30 novembre a venerdì 5 dicembre 2025
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IL MAESTRO CHE PROMISE IL MARE
regia di Patricia Font
“Antoni Benaiges è un maestro delle scuole elementari di origini catalane a cui viene assegnata una pluriclasse a Bañuelos de Bureba (Burgos). I suoi metodi di insegnamento innovativi e il fatto di non nascondere il proprio ateismo gli alienano le simpatie del parroco e del sindaco ma non quelle degli alunni che lo sentono vicino alle loro speranze e ai loro sogni. Uno dei quali è quello di poter vedere il mare.
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Giulio Martini Domenica pomeriggio |
staziante omaggio ad una figura vergognosamente obliterata nella memoria ispanica ed elogio di un'utopia sospesa tra ricerca operativa come metodo didattico e apertura al futuro come criterio di evoluzione civile.
Qualche patetica sottolineatura ( evitabile) non pregiudica affatto un esordio promettente, da confrontare con il - più asciutto - "Vermiglio", cui assomiglia specie per il confronto tra generazioni, lo sfondo storico riconsiderato , le reazioni del borgo verso un esteaneo, la comune composta e lucida regia, al femminile. |
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Angelo Sabbadini Lunedì sera |
Il maestro che promise il mareracconta con semplicità e pudore l’irruzione della pedagogia di Célestin Freinet in una scuola rurale spagnola destinata all’obbedienza. Attraverso il testo libero, la tipografia e la parola condivisa, il maestro Antoni Benaiges trasforma la classe in una piccola comunità democratica, restituendo ai bambini la dignità di pensare e raccontare. Il film mostra come questa fragile libertà diventi un atto politico, capace di terrorizzare il potere franchista. La promessa del mare non è solo un sogno: è l’immagine di un orizzonte possibile. |
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Guglielmina Morelli Mercoledì sera |
A 50 anni dalla morte di Franco e 80 dalla vicenda narrata (il film si ispira ad un maestro realmente esistito) fa bene ricordare, dai nostri tempi cupi, il nero del franchismo. Si poteva fare con meno convenzionalità ma il risultato è più che dignitoso. Le due storie (passato e presente) scivolano l’una nell’altra con naturalezza e i bimbi, tutto sommato, sono spontanei e carini (meno qualche attore adulto, tra cui la protagonista Laia Costa insignita in Spagna del poco onorevole premio “Yo-ga” come peggior attrice dell’anno). I buoni lo sono davvero e i cattivi sono brutti ceffi ma, per una volta, può andar bene così. |
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Rolando Longobardi venerdì sera |
Sceglie di raccontare la vicenda su due livelli temporali la regista Patricia Font. Due piani distinti ma che mirano entrambe a focalizzare il ruolo della memoria come ricerca personale finalizzata alla costruzione della propria storia personale. Il mare come metafora di sogno realizzabile anche se lontano e di promessa comunque mantenuta fatta attraverso una relazione che nemmeno la violenza fascista può distruggere. In tal senso non è importante il corpo o le ossa, ma ciò che porta alla scoperta. |
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Marco Massara Jolly |
Il film soddisfa le aspettative di un titolo forse troppo anticipatore e che ogni tanto rischia di cadere nel patetismo; d'altronde argomenti quali ‘maestri ‘rivoluzionari in ambiente rurale’ sono materiali da maneggiare con cura… Ben riuscita la fusione tra i due tempi narrativi e molto curata l’ambientazione e la recitrazione e la condanna implicita del periodo del Franchismo. |
Maria Cristina Cinquemani
E' un racconto apparentemente semplice, ma invece pieno di significati e sfumature.
Da una parte l'amore per il nonno e il suo passato, dimostrato da Ariana con la passione della sua ricerca, dall'altro la vicenda esemplare del maestro Antonio, pieno di idealismo ed entusiasmo per l'insegnamento, che è andato incontro consapevolmente ad una fine precoce e dolorosa.
Tutto ciò avviene in una cornice di semplici case di pietra che parlano di tempi antichi, di uomini che preferiscono ammazzarsi di lavoro piuttosto che perdere tempo per ottenere una pur minima cultura e di bambini che nella loro semplicità sanno apprezzare ciò che viene loro proposto.
Questo film ci esorta a non dimenticare gli orrori di un passato non troppo lontano che, oltre alla Spagna, ha riguardato anche noi.
Folle - Mente
da domenica 16 a venerdì21 novembre 2025
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FOLLE - MENTE
regia di Paolo Genovese
“Romeo è tenero e romantico, Valium folle e paranoico, Eros arrapato e sensuale, ilProfessore razionale e giudicante. No, non sono esseri umani, ma personalità che abitano la mente di Piero, insegnante di Storia e Filosofia recentemente divorziato e con una figlia piccola, intenzionato a rimettersi in gioco con le donne ma ancora scottato dalle delusioni del passato. Giulietta è romantica e sognatrice, Trilli istintiva e sexy, Alfa ideologica e disciplinata e Scheggia irrazionale e istintiva. E anche loro non sono persone reali, ma parti della personalità di Lara, la giovane donna single reduce dalla relazione infelice con un uomo sposato che vorrebbe un partner affidabile che l'aspetti sotto casa, e invece tende a cadere nella trappola di amori senza futuro. Lara e Piero si incontrano per il loro primo appuntamento, si piacciono ma non osano confessarlo (nemmeno a se stessi), incartandosi su ogni dettaglio, impegnati ad ascoltare le voci interiori delle loro rispettive personalità. Riusciranno a zittire quel chiacchiericcio incessante e a trovare la strada verso una relazione finalmente appagante?
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Giulio Martini domenica pomeriggio |
Funambolico gioco di montaggio tra scena e retroscena critico, a commentare la crisi dei maschi parallela a quella delle femmine che di fronte alle tempeste ormonali si interrogano sull' Amore. Ritratto di una sessualita' che ha perso ogni riferimento ,ma vorrebbe averne di autentici. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
Paolo Genovese costruisce un universo visivo pensato per tradurre sullo schermo la dimensione mentale dei personaggi. Nelle sequenze ambientate nelle “stanze della mente”, la composizione spaziale assume un’impostazione volutamente teatrale: colori più saturi, luci direzionate e set costruiti per accentuare la natura metaforica dell’ambiente. La messa in scena richiama così un vero e proprio “palcoscenico psicologico”, dove le personalità interne dei protagonisti vengono isolate attraverso inquadrature simmetriche e nette separazioni verticali del quadro. Il montaggio alterna con rapidità i diversi livelli diegetici, restituendo la percezione dell’instabilità cognitiva, mentre la colonna sonora agisce come ponte costante fra mondo interno ed esterno. Ne deriva una forma estetica sospesa tra cinema e teatro, capace di incontrare con naturalezza il favore del pubblico del Bazin. Verde |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Film che gioca con un meccanismo non proprio originale ma gradevole e dà modo a molte e molti interpreti di dimostrare capacità e limiti. I reels, tipici dei social con la loro velocità nella battuta e la ripetitività del personaggio (sempre uguale a se stesso), sono alla base della struttura comica del film che, quindi, può aver riscosso l’approvazione anche di un pubblico disabituato all’opera sperimentale o pensosa. E tuttavia, nonostante il limite di una certa convenzionalità che poco aggiunge a ciò che già sappiamo del rapporto uomo – donna nella nostra società, il film è simpatico e si fa vedere. |
| Giorgio Brambilla | Paolo Genovese costruisce un Inside Out per adulti, coinvolgendo un gruppo di attori italiani in splendida forma, e illustra con un fuoco di fila di trovate lo scontro tra le diverse personalità che ci abitano. Il film procede a un ritmo decisamente elevato, giocando sui caratteri peculiari dei personaggi, sul contrasto tra quanto accade nella nostra testa e quello che lasciamo trasparire, o su quanto al contrario siamo schiavi delle nostre paure, e su alcune metafore divertenti, come i cassetti aperti disperatamente nel tentativo di cercare parole che non vengono. Soprattutto mette in scena l’eterno dilemma se per farsi accettare sia meglio essere se stessi o cercare di dare un’immagine migliore, e se possiamo provare a essere felici, o se sia meglio rimanere in una situazione incolore ma accettabile, anche per non rischiare di avere una delusione dopo aver gustato dei momenti di gioia e pace (con tutte “le voci di dentro” che si danno alla fine una calmata) autentiche. La risposta è politicamente corretta, fatta per un grande pubblico, ma costruita in modo esemplare, inclusa la scelta consapevole di non protrarre il gioco oltre i novanta minuti |
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Marco Massara Jolly |
Bella l’idea che si può leggere sia come ‘dare un corpo al pensiero’ come ‘lasciare la mente in folle’ libera di spaziare, ribattere ad altri pensieri e costruirsi un mondo a parte. La regia scorre con agilità e naturalezza e gli attori, notoriamente molto affiatati da lunga militanza insieme, la assecondano nel dare leggerezza ad argomenti anche piuttosto impegnativi. Peccato però per la scena finale, troppo lunga e soprattutto ridotta ad una prova attoriale notevole, ma che lascia lo spettatore un po’ perplesso. In fondo è un po’ il problema di anche un altro film di Paolo Genovesi, “Perfetti sconosciuti” dove anche lì rientrare nella normalità della vita normale era un punto non del tutto risolto. |
Maria Cristina Cinquemani
Il film mi è abbastanza piaciuto, anche se ho trovato un po' complicato seguire i dibattiti delle varie presenze degli inconsci alternate alle azioni dei due protagonisti.
Certo l'idea è originale, le battute spesso azzeccate e gli interpreti molto bravi, ma nell'insieme ho avuto la sensazione di qualcosa costruito a tavolino.
Mi piacciono le belle commedie ma le preferisco meno cervellotiche.
Genovese non è fra i miei registi preferiti.
Hit man
da domenica 23 a venerdì 28 novembre 2025
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Hit man
regia di Richard Linklater
““È piuttosto evidente che tra i temi più cari al
cinema di Richard Linklater ci sia quello del tempo, in ogni sua declinazione possibile. (..) Lungo queste diverse traiettorie, Linklater non perde mai l’occasione di riflettere anche sul tempo presente e su come questo influenzi l’essenza dei vari personaggi, il loro stare al mondo e il modo di relazionarsi con gli altri. Il suo è un cinema che spesso racconta di come il tempo e il suo far accadere le cose interagisca, modifichi e plasmi la personalità e l’essenza di tutti. Anche Hit Man - Killer per caso, presentato fuori concorso all’80ª Mostra del Cinema di Venezia, riflette sul tempo e sul modo in cui il presente e la sua frammentarietà abbiano messo in crisi il concetto stesso di identità.
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Giulio Martini domenica pomeriggio |
Funambolico gioco di montaggio tra scena e retroscena critico, a commentare la crisi dei maschi parallela a quella delle femmine che di fronte alle tempeste ormonali si interrogano sull' Amore. Ritratto di una sessualita' che ha perso ogni riferimento ,ma vorrebbe averne di autentici. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
Hit Manè un film che mette in scena la vita come un palcoscenico permanente. Gary, professore anonimo, scopre che fingere di essere un sicario non è solo un lavoro sotto copertura: è l’unico modo per avvicinarsi a una versione di sé finalmente viva. Linklater usa il gioco dell’interpretazione per mostrare quanto ogni identità sia un costume ben stirato, un ruolo che impariamo a interpretare per essere accettati. Madison diventa lo specchio che rivela il cortocircuito: quando ci innamoriamo, ci innamoriamo della persona o del personaggio? La spassosa commedia si trasforma così in un film sulla fragilità dell’“io”, dove recitare non è più finzione, ma un modo di esistere. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Sarà una commedia? Si ride certo, non sempre. Non ha i ritmi tipici della commedia, si perde nei modi del film sentimentale e persino del thriller. Ma non è un thriller. Quindi come leggiamo questo Hit man? Azzardo una ipotesi: è una riflessione filosofica sui temi del desiderio e dell'identità. Relativamente al primo punto è evidente che l'ampio ed esplicito versante “sentimentale” riflette proprio l'ansia del protagonista per una passione appagante e totalizzante (vedi indicazione stradale!). Per ciò che riguarda il tema dell'identità, della consapevolezza di chi essere (conosci te stesso, come diceva qualcuno) e delle scelte, c'è solo l'imbarazzo di quale episodio privilegiare. A me ha colpito il fatto che Madison si infatui di Ron ma sposi Gary. Fa pensare. E anche finale ci sarebbe da riflettere ma forse è solo una commedia (questa sì), però nera. |
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Giorgio Brambilla venerdì sera |
Richard Linklater e Gary Johnson costruiscono un film che i muove a tre livelli: - prima di tutto mette in scena una commedia sentimentale che progressivamente confluisce nel thriller, due generi che, con toni diversi, si fondano sull’esclusione (il grande rilievo dato a ciò che non si vede) e sull’equivoco (il fatto che i personaggi non capiscano effettivamente cosa sta accadendo mentre, a volte, lo spettatore sì). - Imposta anche una riflessione sull’arte di recitare, con il protagonista che interpreta personaggi sempre diversi a uso e consumo dei suoi diversi improbabili “clienti”. - Infine riflette sulle possibilità che ciascuno ha di scegliere la vita che preferisce, facendo passare il protagonista stesso dall’essere contento all’essere felice. In tutti e tre i casi la differenza scatta quando Gary diventa regista di se stesso, non limitandosi a recitare su commissione, e invita gli altri a seguirlo o a fare altrettanto. Questo accade con i suoi studenti, ma soprattutto con Madison, in una delle scene più brillanti che mi sia capitato di vedere ultimamente, con il sedicente killer consulente della polizia che scrive per la donna che ama la parte che può salvarle la vita e che i due interpretano davanti al microfono che lui steso porta addosso, raggiungendo un livello di complicità personale, abilità attoriale e autodeterminazione perfetti, che li portano a uccidere serenamente un uomo e a… vivere felici e contenti. Ovviamente si tratta di un’iperbole, non di un’istigazione all’omicidio, ma rappresenta la proposta allo spettatore di un gioco assolutamente coinvolgente, direi per la stragrande maggioranza delle persone in sala e, di sicuro, per me |
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Marco Massara Jolly |
Mi spiace di essere profondamente in disaccordo con i miei colleghi, ma la collaborazione alla sceneggiatura tra il regista e l’attore protagonista produce un film troppo verboso e in cui si ‘vede’ troppo poco. Peccato perché Linklater aveva realizzato film molto interessanti (“Prima dell’alba”, soprattutto oltre il monumentale “Boyhood”). Qui mi pare non vada oltre il simpatico compitino. |
Maria Cristina Cinquemani
A metà tra la commedia e il noir questa nuova pellicola di Linklater diverte e sorprende, con una trama pirotecnica, dove gli avvenimenti si succedono velocemente e in modo inaspettato.
Ho molto amato la trilogia che iniziava con "Prima dell'alba" , ma ho trovato che la sua vena romantica ha saputo diluirsi affrontando un thriller vivace e arguto.
Anche il finale lascia un po' spiazzati, contraddicendo la teoria che "il crimine non paga".
Molto apprezzabili anche i due interpreti.
The Apprentice
da domenica 9 a venerdì 14 novembre 2025
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THE APPRENTICE
regia di Ali Abbasi
ulteriormente il livello dell’impegno accettando di dirigere un film diversissimo dal precedente, il suo primo in lingua inglese, ma altrettanto orientato a entrare nel merito della più stretta attualità politica. The Apprentice è infatti interamente incentrato sulla figura di Donald Trump. Il film – che attraverso il titolo evoca il reality show sull’imprenditoria condotto da Trump per 14 stagioni fra il 2004 e il 2015 – racconta l’ascesa dell’ex presidente Usa nel mondo dell’edilizia di Manhattan fra l’inizio degli anni Settanta e la metà del decennio successivo, approfondendo soprattutto il rapporto di Trump con il controverso avvocato newyorkese Roy Cohn e quello con la prima moglie Ivana Zelníčková.
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Giulio Martini domenica pomeriggio |
In cinema può far politica ? L' iraniano /danese Abassi dice ancora sì e - imitando con controllata ferocia, il genere USA dedicato a quasi tutti i Presidenti - fa il mazzo al megalomane, erotomane venditore di bugie,ma anche al suo "stregone". Il linguaggio del cinema a schermo intero e nel buio della sala è più forte della TV ? Si,specie se il film è ben fatto,come questo. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
Ali Abbasi se ne intende di mostri. Dopo il serial killer di Holy Spider, racconta Donald Trump come Frankenstein: un corpo e una mente plasmati dal suo spietato mentore, l’avvocato Roy Cohn. L’idea è folgorante — e avrebbe potuto aprire a una riflessione grottesca sugli sviluppi del potere negli Stati Uniti d'America — ma la sceneggiatura di Gabriel Sherman, più giornalistica che visionaria, si arena in una ricostruzione didascalica, zeppa di fatti risaputi. Così The Apprentice finisce per ridursi a un assunto elementare: “Non c’è spiegazione per quest’uomo se non l’avidità e il capitalismo.” |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Abbas, proveniente dalla violenza del serial killer iraniano, si trova a narrare di un altro personaggio, ben più inquietante. Nel tratteggiare l'apprendistato di Tramp il regista alterna i momenti dell'ascesa del personaggio nell'America degli anni ‘80 con le traversie della vita privata e ne emerge l'immagine di un perfetto idiota manipolato da un mefistotelico mentore con orecchie a punta tipo rappresentazione medievale del demonio. Manipolatore che viene scaricato non appena il nostro diventa potente. Plot narrativo già visto, se non fosse che più o meno è ciò che è davvero accaduto e le conseguenze le vediamo adesso. Riflessione sul potere (Abbas parte addirittura dal maccartismo, stigma o vanto nella tradizione giuridica americana?), sui riflessi emotivi che provoca ma anche sul senso di chi da artista lo indaga e descrive. Non un capolavoro ma un film interessante e utile. |
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Rolando Longobardi giovedì sera |
Il regista non statunitense delinea un tratto di donald Trump assolutamente credibile e incredibile. Credibile in quello che pensiamo essere il soggetto e incredibile per come possa esserlo. Un film che su due ore lascia intravedere anche una trasforma fisica dell'attore che imperaonafica Trump), a cominciare dal labbro. Un mostro che si crea a immagine del suo mentore (avvocato) e che poi divora e getta via come fosse una liposuzione. |
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Marco Massara Jolly |
Il problema è che sappiamo come (purtroppo) è finita. E per questo era lecito aspettarsi qualcosa di più; invece siamo capitati in un’indagine stile anni 80: camera a spalle,i inquadratura sporca e montaggio arrembante, in nome di un “butto il sasso nello stagno e poi vediamo" . Il problema è che questo “poi” si vede poco o è sfocato e lo stile scade in una eccessiva scorrevolezza, che in politica diventa superficialità. Restano due interpretazioni magistrali ed il brivido nella schiena se si pensa a quanti avvocati Cohn ci sono in azione in questo momento…….. |
Maria Cristina Cinquemani
Bel film che tiene viva l'attenzione dal primo all'ultimo minuto.
Il personaggio è ben conosciuto ma, stranamente, viene presentato all'inizio come un giovane un po' impacciato, quasi ingenuo in confronto ai personaggi di cui ama circondarsi per poter sfondare nel mondo dei grossi affari newyorkesi.
Ben presto però ci si ricrede, mentre si succedono le conquiste che ottiene, soprattutto con metodi spregevoli e intrallazzi di ogni tipo.
Mi è piaciuta molto l'interpretazione di Sebastian Stan ma ho trovato superlativa quella di Jeremy Strong nei panni dell'avvocato Cohn.
Nel complesso una lenta discesa all'inferno che non credo possa migliorare l'opinione che abbiamo generalmente di Trump.
