Titolo

Sotto le foglie
 

da domenica 6 a venerdì 12 dicembre 2025

 

SOTTO LE FOGLIE

regia di Francois Ozon

Locandina italiana Sotto le foglie

 

“Per lo spettatore di un film di Ozon farsi delle domande e darsi delle risposte è parte dell’esperienza: è per questo che la recensione che segue va letta (come tutte, del resto) a visione avvenuta.
Nella prima parte di Sotto le foglie c’è da un lato il solito sviamento che il francese opera per disorientare il pubblico, dall’altro un segreto, un pesante non detto che attende di essere sciolto: entrambi si esemplificano nella prima sequenza in cui Michelle (Hélène Vincent) entra in chiesa e ascolta il Vangelo. Sviamento: guardando quella scena, nello spettatore si forma l’idea della protagonista come di una devota signora anziana che ha l’abitudine di recarsi a messa. Questa apparenza reca già in sé il non detto del film e il suo svelamento: il prete legge il brano del Nuovo Testamento in cui la peccatrice lava i piedi a Gesù e Michelle, da ex prostituta (il non detto, per l’appunto), ne rimane colpita. Con questo incipit, che sembra di mera contestualizzazione, Ozon ha già messo in moto la sua operazione: ha insinuato nello spettatore un falso convincimento – che potrà smentire in seguito – e ha inserito una chiave rivelatoria che, alla seconda visione, si potrà cogliere in tutta la sua portata. Basterebbe questo per dire della sottigliezza di questo autore, qui felicemente tornato a una sceneggiatura originale (anche se i suoi adattamenti sono altrettante ardite personalizzazioni dei testi dati): Sotto le foglie è il suo racconto d’autunno che, dietro la constatazione apparentemente lieve delle abitudini della sua protagonista – una donna che vive in campagna, in conflitto con la figlia e in adorazione del nipotino – insinua una serie di motivi che intorbidiscono il quadretto e lo rendono via via più sfumato, sfuggente a conclusioni univoche. Osserviamo dunque Michelle che raccoglie la verdura dal suo orto, che prepara la cena, che mangia e ascolta la radio: sono pennellate che delineano il personaggio, lo rendono familiare allo spettatore senza svelarne la peculiarità. Non abbiamo dubbi, allora, nell’individuare in Valérie (Ludivine Sagnier) una figlia degenere e ingenerosa, che maltratta e sfrutta la madre: non sappiamo (ancora) che la condizione che la figlia ha vissuto è stata terribile, non possiamo (ancora) capire perché detesti la campagna e la vita vissuta in una piccola comunità in cui, in tutta evidenza, tutti sanno tutto. Nonostante rischi la vita per i funghi avvelenati che la madre ha servito a pranzo, riteniamo eccessiva la sua reazione e drastica la decisione di allontanarsi dalla Borgogna privando la madre della compagnia del nipote. Però Michelle quando ha riportato in cucina il piatto, per metà ancora pieno, non ha avuto remore nel buttare nella spazzatura i funghi rimasti, come se avessero espletato la loro funzione («Non è stato mica premeditato» le dice il medico, «Non lo so più» risponde la donna). E
poi, a ben guardare, anche nel suo placido quotidiano ci sono elementi che incuriosiscono e insinuano increspature nel quadro (la lettura accanto al caminetto: un romanzo di Ruth Rendell). Da sempre Ozon mette in discussione il consesso familiare quale intreccio di relazioni impastato di trame nere, storture e traumi (l’idea dei funghi avvelenati è legata a un episodio della sua infanzia), qui complicato da un conflitto generazionale che si muove simbolicamente in due ambienti (la pittoresca Borgogna, la livida capitale), con la polizia ai margini (come una paradossale minaccia) e un’indagine che si abbozza e che serve a isolare, nel racconto, un ambiguo piano morale in cui tutti mentono. È proprio in questa ambiguità la grandezza del film, nel suo procedere ellittico (...), in quel lasciare strategici vuoti nei rapporti tra i personaggi che sarà inevitabilmente lo spettatore a colmare (farsi delle domande, darsi delle risposte è parte dell’esperienza, ripeto). (…) Perché, freudianamente, è anche di rimozioni che si nutrono i personaggi di questo film, a cominciare dalla protagonista, Michelle, commossa – e forse un po’ invidiosa – quando constata l’attaccamento di Vincent per Marie-Claude: la foto sul desktop del cellulare di Vincent lo ritrae con la madre. Michelle, donna sempre più sola, è alla fine della vita (è arrivato l’autunno…), e non ha nessuna voglia di dedicarsi al volontariato in chiesa: ha investito sulla cura del nipote, nessuno potrà toglierglielo, soprattutto una figlia che parla della sua possibile dipartita senza alcun tatto e come una pura formalità. (…) È in questo proliferare di motivi e possibilità il miracolo di un film che – nel suo tono compassato e nei suoi passaggi persino commoventi – riesce a tessere trame sotterranee di crudeltà, ferocia, morbosità. E, ribadisco, di un cinismo che non risparmia nessuno: non dimentichiamoci che il piccolo Lucas non solo mente alla polizia (…) ma alla fine del film rivela che a lui i funghi piacciono, il che ci fa leggere in tutt’altra chiave il suo dichiarare di non amarli e il rifiuto di mangiarli al famoso pranzo che aveva determinato l’intossicazione (che sia lui il potenziale avvelenatore?). Il tutto attraversando i generi, non soffermandosi su nessuno, ché basta una battuta a mutare toni e mood: il dramma si fa giallo che si fa commedia (con tocchi quasi demenziali), in controluce la sottile militanza (la famiglia fuori dai canoni, Vincent e Lucas chiaramente gay - « Perché Vincent non ha una moglie?» - e, nel futuro, possibili amanti). Ospiti (s)graditi i fantasmi. (…) Su tutto domina la capacità del regista di lasciare intuire, dietro ogni scena, l’abisso, il mistero, la morte, l’eros. Maestro.”
Luca Pacilio da spietati.it
 
 
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Il maestro che promise il mare
 

da domenica 30 novembre a venerdì 5 dicembre 2025

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IL MAESTRO CHE PROMISE IL MARE

regia di Patricia Font

Locandina italiana Il maestro che promise il mare“Antoni Benaiges è un maestro delle scuole elementari di origini catalane a cui viene assegnata una pluriclasse a Bañuelos de Bureba (Burgos). I suoi metodi di insegnamento innovativi e il fatto di non nascondere il proprio ateismo gli alienano le simpatie del parroco e del sindaco ma non quelle degli alunni che lo sentono vicino alle loro speranze e ai loro sogni. Uno dei quali è quello di poter vedere il mare.

 
Un film dallo straordinario successo in Spagna che ha un messaggio universalmente valido. Patricia Font dirige un film in continua alternanza tra il presente e il passato. (...) Questo duplice piano di narrazione è già di per sé significativo. Ci ricorda il dovere della memoria in un presente in cui il revisionismo storico si approfitta di amnesie collettive indotte dal flusso comunicativo in cui il fake prevale.
Antoni Benaiges è davvero esistito e veramente ha promesso il mare a dei bambini che potevano solo immaginarlo. Quella promessa aderiva perfettamente al suo progetto didattico e pedagogico. Per comprendere meglio questo aspetto è bene ricordare che Benaiges applicava il 'metodo naturale' elaborato dal pedagogista Célestin Freinet che prevedeva una partecipazione costante da parte degli alunni, dettata dai propri bisogni, al processo di conoscenza. Freinet riteneva fondamentale l'utilizzo in classe della tipografia per favorire l'apprendimento della scrittura nell'ambito di una cooperazione degli allievi con il maestro e tra di loro. Ad uno spettatore odierno, abituato alla scrittura su computer, potranno sembrare metodologie preistoriche quelle che invece erano così innovative all'epoca da destare l'ostilità più bieca e cieca da parte della componente più retriva della società. Quasi tutti i quaderni stampati nella classe di Benaiges vennero bruciati pubblicamente perché realizzati nell'ambito di un processo di insegnamento considerato 'sovversivo'. Font riesce a restituirci il clima di quell'epoca mostrandoci la passione per l'insegnamento di Antoni (i docenti che ne sono privi producono più danni che vantaggi per i propri allievi erodendo in loro il piacere dell'apprendere) e facendoci leggere sul volto dei suoi alunni, anche dei più restii, la gioia per ogni nuova scoperta. Ma, con il percorso compiuto da Ariana, la nipote in cerca del passato del nonno prima che costui lasci questa terra, ci ammonisce sulla vigilanza. Benaiges insegna e viene messo nel mirino mentre il franchismo sta covando sotto la cenere alimentandosi con le posizioni dei cosiddetti 'benpensanti'. La Storia può ripetersi e certe lezioni andrebbero ascoltate.
 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

staziante omaggio ad una figura  vergognosamente obliterata nella  memoria ispanica ed elogio di un'utopia sospesa 

tra ricerca operativa   come metodo didattico  e apertura al futuro come criterio di evoluzione civile.

 

Qualche patetica sottolineatura ( evitabile) non pregiudica affatto un esordio  promettente, da confrontare con il -  più asciutto - "Vermiglio", cui assomiglia specie per il confronto tra generazioni, lo sfondo storico riconsiderato , le reazioni del borgo verso un esteaneo, la comune composta e lucida regia, al femminile.

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Il maestro che promise il mareracconta con semplicità e pudore l’irruzione della pedagogia di Célestin  Freinet in una scuola rurale spagnola destinata all’obbedienza. Attraverso il testo libero, la tipografia e la parola condivisa, il maestro Antoni Benaiges trasforma la classe in una piccola comunità democratica, restituendo ai bambini la dignità di pensare e raccontare. Il film mostra come questa fragile libertà diventi un atto politico, capace di terrorizzare il potere franchista. La promessa del mare non è solo un sogno: è l’immagine di un orizzonte possibile. 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

A 50 anni dalla morte di Franco e 80 dalla vicenda narrata (il film si ispira ad un maestro realmente esistito) fa bene ricordare, dai nostri tempi cupi, il nero del franchismo. Si poteva fare con meno convenzionalità ma il risultato è più che dignitoso. Le due storie (passato e presente) scivolano l’una nell’altra con naturalezza e i bimbi, tutto sommato, sono spontanei e carini (meno qualche attore adulto, tra cui la protagonista Laia Costa insignita in Spagna del poco onorevole premio “Yo-ga” come peggior attrice dell’anno). I buoni lo sono davvero e i cattivi sono brutti ceffi ma, per una volta, può andar bene così.

Rolando Longobardi

venerdì sera

Sceglie di raccontare la vicenda su due livelli temporali la regista Patricia Font. Due piani distinti ma che mirano entrambe a focalizzare il ruolo della memoria come ricerca personale finalizzata alla costruzione della propria storia personale. Il mare come metafora di sogno realizzabile anche se lontano e di promessa comunque mantenuta fatta attraverso una relazione che nemmeno la violenza fascista può distruggere. In tal senso non è importante il corpo o le ossa, ma ciò che porta alla scoperta. 

Marco Massara

Jolly

Il film soddisfa le aspettative di un titolo forse troppo anticipatore e che ogni tanto rischia di cadere nel patetismo; d'altronde argomenti quali ‘maestri ‘rivoluzionari in ambiente rurale’ sono materiali da maneggiare con cura…

Ben riuscita la fusione tra i due tempi narrativi e molto curata l’ambientazione e la recitrazione e la condanna implicita del periodo del Franchismo.

Maria Cristina Cinquemani

E' un racconto apparentemente semplice, ma invece pieno di significati e sfumature.

Da una parte l'amore per il nonno e il suo passato, dimostrato da Ariana con la passione della sua ricerca, dall'altro la vicenda esemplare del maestro Antonio, pieno di idealismo ed entusiasmo per l'insegnamento, che è andato incontro consapevolmente ad una fine precoce e dolorosa.

Tutto ciò avviene in una cornice di semplici case di pietra che parlano di tempi antichi, di uomini che preferiscono ammazzarsi di lavoro piuttosto che perdere tempo per ottenere una pur minima cultura e di bambini che nella loro semplicità sanno apprezzare ciò che viene loro proposto.

Questo film ci esorta a non dimenticare gli orrori di un passato non troppo lontano che,  oltre alla Spagna, ha riguardato anche noi.

 
 
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Folle - Mente
 

da domenica 16 a venerdì21 novembre 2025

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FOLLE  - MENTE

regia di Paolo Genovese

 

“Romeo è tenero e romantico, Valium folle e paranoico, Eros arrapato e sensuale, ilProfessore razionale e giudicante. No, non sono esseri umani, ma personalità che abitano la mente di Piero, insegnante di Storia e Filosofia recentemente divorziato e con una figlia piccola, intenzionato a rimettersi in gioco con le donne ma ancora scottato dalle delusioni del passato. Giulietta è romantica e sognatrice, Trilli istintiva e sexy, Alfa ideologica e disciplinata e Scheggia irrazionale e istintiva. E anche loro non sono persone reali, ma parti della personalità di Lara, la giovane donna single reduce dalla relazione infelice con un uomo sposato che vorrebbe un partner affidabile che l'aspetti sotto casa, e invece tende a cadere nella trappola di amori senza futuro. Lara e Piero si incontrano per il loro primo appuntamento, si piacciono ma non osano confessarlo (nemmeno a se stessi), incartandosi su ogni dettaglio, impegnati ad ascoltare le voci interiori delle loro rispettive personalità. Riusciranno a zittire quel chiacchiericcio incessante e a trovare la strada verso una relazione finalmente appagante?

Folle-Mente inventa uno scenario in cui, da spettatori, assistiamo sia all'incontro fra Piero e Lara che alla battaglia che si svolge nelle loro menti, dato che le varie personalità battibeccano senza sosta, ognuna intenta a portare il discorso (e le decisioni che ne conseguono) dalla propria parte.
Ne deriva un fuoco di fila di battute di un'ora e mezza, con un cast di attori ben noti al pubblico, ognuno intento ad incarnare un aspetto ben definito del "carattere" maschile o femminile, e a far entrare in contraddizione la coppia centrale interpretata da Edoardo Leo e Pilar Fogliati.
L'idea ricorda il film di animazione Inside Out, ma qui non si tratta di emozioni bensì di tratti comportamentali. Ovviamente a far ridere sono soprattutto Trilli ed Eros (Emanuela Fanelli e Claudio Santamaria) così come Valium e Scheggia (Rocco Papaleo e Maria Chiara Giannetta), mentre a Giulietta e Romeo (Vittoria Puccini e Maurizio Lastrico) tocca la parte più commovente e al Professore e Alfa quella più rigidamente raziocinante.
L'energia cinetica fra gli attori funziona, così come funziona il copione scritto a cinque mani dal regista Paolo Genovese (anche autore del soggetto) con Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, che immaginiamo seduti
intorno a un tavolo fare a gara per tirare fuori la battuta più divertente. Al fondo c'è qualcosa di meccanico, come c'era anche nel più grande successo di Genovese, quel Perfetti sconosciuti di cui sono stati fatti un numero record di remake internazionali. Ma l'idea è divertente, e lo sviluppo è attento ad incorporare le nuove (iper)sensibilità maschili e femminili in tema di rapporti sentimentali, nonché a preservare la componente romantica di quella che vorrebbe diventare una storia d'amore, nonostante tutto., Folle-Mente è un film dichiaratamente da grande pubblico che beneficerà della reazione collettiva a situazioni (anche dolorosamente) familiari e sfacciatamente comiche, riflettendo quelle esitazioni che caratterizzano le relazioni contemporanee ("Verso io o versi tu?", "Femminismo o galateo"? Senso di responsabilità o istinto animale? Sincerità o mistero?).”
Paola Casella da MYmovies.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

Funambolico gioco di montaggio tra scena e retroscena critico, a commentare la crisi dei maschi parallela a quella delle femmine  che di fronte alle tempeste  ormonali si interrogano sull' Amore.

Ritratto di una sessualita' che ha perso ogni riferimento ,ma vorrebbe averne di autentici.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Paolo Genovese costruisce un universo visivo pensato per tradurre sullo schermo la dimensione mentale dei personaggi. Nelle sequenze ambientate nelle “stanze della mente”, la composizione spaziale assume un’impostazione volutamente teatrale: colori più saturi, luci direzionate e set costruiti per accentuare la natura metaforica dell’ambiente. La messa in scena richiama così un vero e proprio “palcoscenico psicologico”, dove le personalità interne dei protagonisti vengono isolate attraverso inquadrature simmetriche e nette separazioni verticali del quadro. Il montaggio alterna con rapidità i diversi livelli diegetici, restituendo la percezione dell’instabilità cognitiva, mentre la colonna sonora agisce come ponte costante fra mondo interno ed esterno. Ne deriva una forma estetica sospesa tra cinema e teatro, capace di incontrare con naturalezza il favore del pubblico del Bazin. Verde 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Film che gioca con un meccanismo non proprio originale ma gradevole e dà modo a molte e molti interpreti di dimostrare capacità e limiti. I reels, tipici dei social con la loro velocità nella battuta e la ripetitività del personaggio (sempre uguale a se stesso), sono alla base della struttura comica del film che, quindi, può aver riscosso l’approvazione anche di un pubblico disabituato all’opera sperimentale o pensosa. E tuttavia, nonostante il limite di una certa convenzionalità che poco aggiunge a ciò che già sappiamo del rapporto uomo – donna nella nostra società, il film è simpatico e si fa vedere.

Giorgio Brambilla Paolo Genovese costruisce un Inside Out per adulti, coinvolgendo un gruppo di attori italiani in splendida forma, e illustra con un fuoco di fila di trovate lo scontro tra le diverse personalità che ci abitano. Il film procede a un ritmo decisamente elevato, giocando sui caratteri peculiari dei personaggi, sul contrasto tra quanto accade nella nostra testa e quello che lasciamo trasparire, o su quanto al contrario siamo schiavi delle nostre paure, e su alcune metafore divertenti, come i cassetti aperti disperatamente nel tentativo di cercare parole che non vengono. Soprattutto mette in scena l’eterno dilemma se per farsi accettare sia meglio essere se stessi o cercare di dare un’immagine migliore, e se possiamo provare a essere felici, o se sia meglio rimanere in una situazione incolore ma accettabile, anche per non rischiare di avere una delusione dopo aver gustato dei momenti di gioia e pace (con tutte “le voci di dentro” che si danno alla fine una calmata) autentiche. La risposta è politicamente corretta, fatta per un grande pubblico, ma costruita in modo esemplare, inclusa la scelta consapevole di non protrarre il gioco oltre i novanta minuti 

Marco Massara

Jolly

Bella l’idea che si può leggere sia come ‘dare un corpo al pensiero’ come ‘lasciare la mente in folle’ libera di spaziare, ribattere ad altri pensieri e costruirsi un mondo a parte.

La regia scorre con agilità e naturalezza e gli attori, notoriamente molto affiatati da lunga militanza insieme, la assecondano nel dare leggerezza ad argomenti anche piuttosto impegnativi.

Peccato però per la scena finale, troppo lunga e soprattutto ridotta ad una prova attoriale notevole, ma che lascia lo spettatore un po’ perplesso. In fondo è un po’ il problema di anche un altro film di Paolo Genovesi, “Perfetti sconosciuti” dove anche lì rientrare nella normalità della vita normale  era un punto non del tutto risolto.

 

Maria Cristina Cinquemani

Il film mi è abbastanza piaciuto, anche se ho trovato un po' complicato seguire i dibattiti delle varie presenze degli inconsci alternate alle azioni dei due protagonisti.

Certo l'idea è originale, le battute spesso azzeccate e gli interpreti molto bravi, ma nell'insieme ho avuto la sensazione di qualcosa costruito a tavolino.

Mi piacciono le belle commedie ma le preferisco meno cervellotiche.

Genovese non è fra i miei registi preferiti.

 
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Hit man
 

da domenica 23 a venerdì 28 novembre 2025

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Hit man

regia di Richard Linklater

“È piuttosto evidente che tra i temi più cari al cinema di Richard Linklater ci sia quello del tempo, in ogni sua declinazione possibile. (..) Lungo queste diverse traiettorie, Linklater non perde mai l’occasione di riflettere anche sul tempo presente e su come questo influenzi l’essenza dei vari personaggi, il loro stare al mondo e il modo di relazionarsi con gli altri. Il suo è un cinema che spesso racconta di come il tempo e il suo far accadere le cose interagisca, modifichi e plasmi la personalità e l’essenza di tutti. Anche Hit Man - Killer per caso, presentato fuori concorso all’80ª Mostra del Cinema di Venezia, riflette sul tempo e sul modo in cui il presente e la sua frammentarietà abbiano messo in crisi il concetto stesso di identità.

 

La storia, ispirata da un articolo di giornale letto dal regista una ventina di anni fa, è quella di Gary Johnson, un professore universitario di filosofia che vive una vita piuttosto anonima, schiacciata dal peso di un passato fatto di scelte sbagliate. Ma Gary Johnson è anche il (finto) killer professionista più richiesto di New Orleans: lavora infatti come agente sotto copertura per la polizia, fingendosi un sicario con i clienti che vorrebbero assoldarlo per fare fuori un marito infedele o un boss violento.
In questo senso il protagonista, interpretato in modo davvero superlativo da Glenn Powell (che del film è anche co-sceneggiatore con Linklater), vive un presente che si azzera continuamente: ad ogni incontro di lavoro, Gary diventa una persona diversa, si adatta a chi ha di fronte, alle sue aspettative e alla situazione. Imprigionato in un eterno presente, è costretto dalle circostanze a rinnovarsi continuamente senza la possibilità di costruire e sviluppare un’identità unica, con un passato inventato e un futuro impossibile da immaginare. Da questo punto di vista non è certamente un caso che Gary capisca cosa voglia essere e diventare nel momento in cui si invaghisce di una cliente disperata e in fuga da un marito violento (lei è un’irresistibile Adria Arjona). Perché in un presente frammentato come quello contemporaneo, in cui la narrazione delle nostre vite si adatta e si deforma in base al contesto, l’unico modo per darsi una forma coerente è quello di seguire - essere e diventare - ciò che amiamo.
Con Hit Man, Linklater firma in questo senso una delle sue opere più teoriche, che a partire da una forma tipicamente americana, da cinema classico senza guizzi, amplia e stratifica la sua visione d'autore e allarga il discorso anche al cinema, ai suoi generi e al suo rapporto con lo spettatore. Grazie a una scrittura assolutamente brillante e a una regia sempre puntualissima, il film viene cucito addosso alle molteplici maschere del suo protagonista: Hit Man parte infatti dalla commedia per
arrivare al noir, al thriller e al dramma psicologico; cambia forma continuamente, rimanendo però sempre coerente con se stesso e con il discorso che vuole portare avanti. Come Gary Johnson rinnova le caratteristiche del proprio personaggio in base alle esigenze del cliente, lavorando sui cliché dell’immaginario legato alla figura del sicario, anche la regia di Linklater si muove tra le regole del cinema di genere, adattando i tempi e i toni del racconto per accontentare e, allo stesso tempo, sorprendere le aspettative dello spettatore. Nella sua apparente semplicità, Hit Man è quindi un film capace di rendere immediato e diretto un discorso complesso e articolato: una realtà frammentata resa coerente dallo stile classico, ma personale, che un regista ha costruito seguendo - raccontando e trasmettendo - ciò che ama.”
Francesco Ruzzier da cineforum.it
 

Giulio Martini

domenica pomeriggio

Funambolico gioco di montaggio tra scena e retroscena critico, a commentare la crisi dei maschi parallela a quella delle femmine  che di fronte alle tempeste  ormonali si interrogano sull' Amore.

Ritratto di una sessualita' che ha perso ogni riferimento ,ma vorrebbe averne di autentici.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Hit Manè un film che mette in scena la vita come un palcoscenico permanente. Gary, professore anonimo, scopre che fingere di essere un sicario non è solo un lavoro sotto copertura: è l’unico modo per avvicinarsi a una versione di sé finalmente viva. Linklater usa il gioco dell’interpretazione per mostrare quanto ogni identità sia un costume ben stirato, un ruolo che impariamo a interpretare per essere accettati. Madison diventa lo specchio che rivela il cortocircuito: quando ci innamoriamo, ci innamoriamo della persona o del personaggio? La spassosa commedia si trasforma così in un film sulla fragilità dell’“io”, dove recitare non è più finzione, ma un modo di esistere. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Sarà una commedia? Si ride certo, non sempre. Non ha i ritmi tipici della commedia, si perde nei modi del film sentimentale e persino del thriller. Ma non è un thriller. Quindi come leggiamo questo Hit man? Azzardo una ipotesi: è una riflessione filosofica sui temi del desiderio e dell'identità. Relativamente al primo punto è evidente che l'ampio ed esplicito versante “sentimentale” riflette proprio l'ansia del protagonista per una passione appagante e totalizzante (vedi indicazione stradale!). Per ciò che riguarda il tema dell'identità, della consapevolezza di chi essere (conosci te stesso, come diceva qualcuno) e delle scelte, c'è solo l'imbarazzo di quale episodio privilegiare. A me ha colpito il fatto che Madison si infatui di Ron ma sposi Gary. Fa pensare. E anche finale ci sarebbe da riflettere ma forse è solo una commedia (questa sì), però nera.

Giorgio Brambilla

venerdì sera

 Richard Linklater e Gary Johnson costruiscono un film che i muove a tre livelli:

- prima di tutto mette in scena una commedia sentimentale che progressivamente confluisce nel thriller, due generi che, con toni diversi, si fondano sull’esclusione (il grande rilievo dato a ciò che non si vede) e sull’equivoco (il fatto che i personaggi non capiscano effettivamente cosa sta accadendo mentre, a volte, lo spettatore sì).

- Imposta anche una riflessione sull’arte di recitare, con il protagonista che interpreta personaggi sempre diversi a uso e consumo dei suoi diversi improbabili “clienti”.

- Infine riflette sulle possibilità che ciascuno ha di scegliere la vita che preferisce, facendo passare il protagonista stesso dall’essere contento all’essere felice.

In tutti e tre i casi la differenza scatta quando Gary diventa regista di se stesso, non limitandosi a recitare su commissione, e invita gli altri a seguirlo o a fare altrettanto. Questo accade con i suoi studenti, ma soprattutto con Madison, in una delle scene più brillanti che mi sia capitato di vedere ultimamente, con il sedicente killer consulente della polizia che scrive per la donna che ama la parte che può salvarle la vita e che i due interpretano davanti al microfono che lui steso porta addosso, raggiungendo un livello di complicità personale, abilità attoriale e autodeterminazione perfetti, che li portano a uccidere serenamente un uomo e a… vivere felici e contenti.

Ovviamente si tratta di un’iperbole, non di un’istigazione all’omicidio, ma rappresenta la proposta allo spettatore di un gioco assolutamente coinvolgente, direi per la stragrande maggioranza delle persone in sala e, di sicuro, per me 

Marco Massara

Jolly

Mi spiace di essere profondamente in disaccordo con i miei colleghi, ma la collaborazione alla sceneggiatura tra il regista e l’attore protagonista produce un film troppo verboso e in cui si ‘vede’ troppo poco. Peccato perché Linklater aveva realizzato film molto interessanti (“Prima dell’alba”, soprattutto oltre il monumentale “Boyhood”).

Qui mi pare non vada oltre il simpatico compitino.

 

Maria Cristina Cinquemani

A metà tra la commedia e il noir questa nuova pellicola di Linklater diverte e sorprende, con una trama pirotecnica, dove gli avvenimenti si succedono velocemente e in modo inaspettato.

Ho molto amato la trilogia che iniziava con "Prima dell'alba" , ma ho trovato che la sua vena romantica ha saputo diluirsi affrontando un thriller vivace e arguto.

Anche il finale lascia un po' spiazzati, contraddicendo la teoria che "il crimine non paga".

Molto apprezzabili anche i due interpreti.

 

 

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The Apprentice
 

da domenica 9 a venerdì 14 novembre 2025

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THE APPRENTICE

regia di Ali Abbasi

ulteriormente il livello dell’impegno accettando di dirigere un film diversissimo dal precedente, il suo primo in lingua inglese, ma altrettanto orientato a entrare nel merito della più stretta attualità politica. The Apprentice è infatti interamente incentrato sulla figura di Donald Trump. Il film – che attraverso il titolo evoca il reality show sull’imprenditoria condotto da Trump per 14 stagioni fra il 2004 e il 2015 – racconta l’ascesa dell’ex presidente Usa nel mondo dell’edilizia di Manhattan fra l’inizio degli anni Settanta e la metà del decennio successivo, approfondendo soprattutto il rapporto di Trump con il controverso avvocato newyorkese Roy Cohn e quello con la prima moglie Ivana Zelníčková.

 
Adottando uno stile visivo e una fotografia che ricalcano le immagini televisive degli anni Settanta-Ottanta, Abbasi mette in scena un racconto – scritto da Gabriel Sherman – dove Trump emerge come una figura grottesca e inadeguata. Mosso soprattutto dalla propria estrema ambizione e spregiudicatezza nel campo degli affari, l’erede di una delle famiglie più ricche d’America si fa strada in un mondo di squali rimanendo nonostante tutto una specie di eterno parvenu il cui unico merito è quello di essere capace di una – ingenua – ostinazione attraverso cui riesce sempre a ottenere quello che vuole. Come un alieno che arriva in un pianeta affascinante ma sconosciuto, il Trump di Abbasi sembra non capire mai fino in fondo il gioco in cui si trova coinvolto, riuscendo nonostante questo a giocare meglio di tutti. Il suo (unico) merito, nel film, è quello di riuscire a mettere in scacco tanto gli ordinamenti legislativi su cui si regge la democrazia americana, quanto il sistema capitalista sfrenato e barbaro che domina la New York degli anni Ottanta. Quest’ultimo in particolare, incarnato totalmente dalla figura di Cohn – avvocato, faccendiere, consigliere politico per figure di rilievo del partito repubblicano da Joseph McCarthy a Ronald Reagan – si sgretola lentamente in una decadenza morale, oltre che materiale, alla quale Trump, che sembra interpretare i tempi meglio di tutti e perseguire fino in fondo il proprio individualismo, riesce a sottrarsi.
Allo stesso modo che con Ivana – goffamente corteggiata prima, sposata per orgoglio poi ma sempre manifestando un’evidente inferiorità all’interno del rapporto e infine scaricata cinicamente ai primi sintomi di monotonia – Trump volta le spalle a chiunque lo abbia aiutato nella sua corsa sfrenata verso il potere, la fama e la ricchezza. Riuscendo a mostrarsi pubblicamente – e a consegnarsi alla storia – come unico e solo artefice di se stesso.
Ciò che gli autori di The Apprentice intendono mostrare attraverso tutto questo – cui allegano un’estetica dei corpi e degli ambienti fatta di abiti sfarzosi ed eccessivi,
mascheroni di fondo tinta, chirurgia estetica, lusso pacchiano ed esibizionismo – è una sorta di “profezia della presidenza”. Ovvero l’idea che la personalità di Trump, i suoi modi, la sua ideologia e il carattere mostrato durante gli anni alla Casa bianca, si siano formati in quegli anni di vertiginosa ascesa. Il disprezzo per la politica, l’autoritarismo, l’incapacità a riconoscere i meriti degli avversari, la fede incrollabile nelle strutture (e storture) del capitalismo, la mancanza di morale e l’inclinazione a violare la legge, oltre a una totale assenza di empatia – sottolineata nel film dal sostanziale disinteresse per le sorti del fratello maggiore Fred Jr., debole, depresso e alcolizzato, morto prematuramente a 42 anni – sono tutti atteggiamenti, azioni e pensieri che Trump sviluppa durante quest’epoca di forti passioni.
A mancare è però un discorso che entri nel merito, che affondi oltre la superficialità dell’immagine patinata e luccicante messa a cornice al racconto. Riflettere su una delle personalità più emblematiche e controverse della storia contemporanea significa infatti prendere posizioni che vanno al di là dello sberleffo o della parodia. In The Apprentice tutto si risolve in un bozzetto piuttosto fiacco di situazioni, avvenimenti, episodi della vita di Trump che non raccontano nulla più di quanto già si sappia o comunque si sia in grado di immaginare rispetto alla storia di un uomo come lui. Se l’intento, per di più, è quello di fornire una rappresentazione negativa della sua figura – data la particolare contingenza storica, con le elezioni presidenziali che incombono – il dubbio è che un’opera così non sposti di una virgola le opinioni. E non solo: come spesso è successo quando si è cercato di colpire Donald Trump fuori dal contesto della politica, il rischio è che questo tentativo di screditarlo e ridicolizzarlo possa diventare l’ennesima arma a favore della sua retorica populista sempre in cerca di nemici attraverso cui legittimare l’eterodossia e l’indisciplina della sua condotta.”
Lorenzo Rossi da cineforum.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

In cinema può  far politica ?  L' iraniano /danese Abassi dice ancora sì e - imitando  con controllata ferocia, il genere USA dedicato a quasi tutti i Presidenti - fa il mazzo al megalomane, erotomane venditore di bugie,ma anche al suo "stregone".

Il  linguaggio del cinema a schermo intero e nel buio della sala è più  forte della TV  ?

Si,specie se il film è  ben fatto,come questo.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Ali Abbasi se ne intende di mostri. Dopo il serial killer di Holy Spider, racconta Donald Trump come Frankenstein: un corpo e una mente plasmati dal suo spietato mentore, l’avvocato Roy Cohn. L’idea è folgorante — e avrebbe potuto aprire a una riflessione grottesca sugli sviluppi del potere negli Stati Uniti d'America — ma la sceneggiatura di Gabriel Sherman, più giornalistica che visionaria, si arena in una ricostruzione didascalica, zeppa di fatti risaputi. Così The Apprentice finisce per ridursi a un assunto elementare: “Non c’è spiegazione per quest’uomo se non l’avidità e il capitalismo.” 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Abbas, proveniente dalla violenza del serial killer iraniano, si trova a narrare di un altro personaggio, ben più inquietante. Nel tratteggiare l'apprendistato di Tramp il regista alterna i momenti dell'ascesa del personaggio nell'America degli anni ‘80 con le traversie della vita privata e ne emerge l'immagine di un perfetto idiota manipolato da un mefistotelico mentore con orecchie a punta tipo rappresentazione medievale del demonio. Manipolatore che viene scaricato non appena il nostro diventa potente. Plot narrativo già visto, se non fosse che più o meno è ciò che è davvero accaduto e le conseguenze le vediamo adesso. Riflessione sul potere (Abbas parte addirittura dal maccartismo, stigma o vanto nella tradizione giuridica americana?), sui riflessi emotivi che provoca ma anche sul senso di chi da artista lo indaga e descrive. Non un capolavoro ma un film interessante e utile.

Rolando Longobardi

giovedì sera

Il regista non statunitense delinea un tratto di donald Trump assolutamente credibile e incredibile. Credibile in quello che pensiamo essere il soggetto e incredibile per come possa esserlo. Un film che su due ore lascia intravedere anche una trasforma fisica dell'attore che imperaonafica Trump), a cominciare dal labbro. Un mostro che si crea a  immagine del suo mentore (avvocato) e che poi divora e getta via come fosse una liposuzione.

Forte.

Marco Massara

Jolly

Il problema è che sappiamo come (purtroppo) è finita.

E per questo era lecito aspettarsi qualcosa di più; invece siamo capitati in un’indagine stile anni 80: camera a spalle,i inquadratura sporca e montaggio arrembante, in nome di un “butto il sasso nello stagno e poi vediamo" . Il problema è che questo “poi” si vede poco o è sfocato e lo stile scade in una eccessiva scorrevolezza, che in politica diventa superficialità.

Restano due interpretazioni magistrali ed il brivido nella schiena se si pensa a quanti avvocati Cohn ci sono in azione in questo momento……..

 

Maria Cristina Cinquemani

Bel film che tiene viva l'attenzione dal primo all'ultimo minuto.

Il personaggio è ben conosciuto ma, stranamente, viene presentato all'inizio come un giovane un po' impacciato, quasi ingenuo in confronto ai personaggi di cui ama circondarsi per poter sfondare nel mondo dei grossi affari newyorkesi.

Ben presto però ci si ricrede, mentre si succedono le conquiste che ottiene, soprattutto con metodi spregevoli e intrallazzi di ogni tipo.  

Mi è piaciuta molto l'interpretazione di Sebastian Stan ma ho trovato superlativa quella di Jeremy Strong nei panni dell'avvocato Cohn.

Nel complesso una  lenta discesa all'inferno che non credo possa migliorare l'opinione che abbiamo generalmente di Trump. 

 
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