Mio fratello è un Vichingo
da domenica 18 a venerdì 23 ottobre 2026
MIO FRATELLO E' UN VICHINGO
REGIA DI ANDERS THOMAS JENSEN

“Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo vero punto di vera forza sono però i due protagonisti (...) il suo straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità emotiva autentica. Lie Kaas (...) gli risponde con una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di opportunità mai veramente avute. Non tutto funziona alla perfezione. La seconda metà del film rallenta il passo rispetto all’energia travolgente della prima, e quando il registro si fa più drammatico, emergono alcune difficoltà nel toccare davvero il nervo scoperto delle relazioni tra i personaggi. La struttura volutamente libera può disorientare, e il tono oscillante tra commedia nera e dolore autentico può non essere la ricetta vincente per tutti. Ma proprio questa voluta e cercata incompiutezza, questo rifiuto di addomesticare il racconto tipico di una certa intransigenza drammaturgica che Jensen si porta dietro per le frequentazioni del movimento di Dogma 95 è ciò che rende il film un gioiello raro in cui si ride amaro a ritmi di tragedia, infliggendo ferite profonde senza il sadismo compiaciuto nel farlo, riuscendo a parlare di identità e appartenenza con una franchezza che il cinema europeo di razza sa esprimere meglio di chiunque altro.”
Guido Reverditi da www.cinecriticaweb.it
“Oggi (Jensen) torna al Lido con il sodale Mads Mikkelsen, fuori concorso, con The Last Viking. La sua è una caccia al tesoro che sfocia nella dark comedy, è come se Rain Man prendesse strade inaspettate, invece di concentrarsi sull’on the road canonico, del corpo e dell’anima. L’incipit è simile, i protagonisti sono due fratelli. Dopo una rapina, uno finisce in prigione per quindici anni, l’altro seppellisce il malloppo. Stacco. Finalmente si esce dal carcere. Ma il personaggio interpretato da Mikkelsen ha un disturbo mentale, e non vuole collaborare. Dove saranno i soldi? La vicenda sviluppa risvolti sorprendenti. La regola vorrebbe che il viaggio fosse alla scoperta di sé stessi, ma qui il focus è diverso, senza comunque snaturare il genere. Lo sguardo è esterno: quale immagine hanno gli altri di noi? E soprattutto quanto influiscono i giudizi che riceviamo sulla nostra personalità? Jensen risponde con una favola nera dalle sfumature pirotecniche. Mikkelsen risulta irresistibile e la strana coppia funziona. La sfida è ribaltare gli stereotipi, partendo già dal titolo. La traduzione italiana è L’ultimo vichingo. Il film viene dal Nord Europa, il richiamo è a un’epopea piena di guerrieri e battaglie (...). The Last Viking si immerge anche nell’animazione, emoziona, non fa la morale, e invita ad ampliare gli orizzonti. Si schiera contro l’individualismo imperante, e abbraccia chi si sente ai margini, concedendo una seconda possibilità.”
Gian Luca Pisacane da www.cinematografo.it
Add a commentSentimental value
da domenica 11 a venerdì 16 ottobre 2026
SENTIMENTAL VALUE
REGIA DI JOAKIM TRIER

“La regia di Trier si muove con la consueta morbidezza e fluidità nelle transizioni fra gli spazi e i sentimenti, spesso interrotta da schermi al nero e brusche frenate musicali, e riproduce la natura caleidoscopica dei rapporti, mantenendo una raffinatezza compositiva rarefatta ed essenziale, ma mai algida o priva di pathos: anzi, il pathos gonfia lentamente con la progressione geometrica (ma mai infeconda) della narrazione.
Il convitato di pietra è la madre di Nora e Agnes, una psicanalista che non ha saputo vedere la depressione della figlia maggiore, e il fantasma di Cechov aleggia sulle due (non tre) sorelle che sono il vero centro emotivo della storia.”
Paola Casella da www.mymovies.it
“La casa/set di Zemeckis è il modello, il sublime punto di arrivo di Trier nel momento in cui partono le riprese. Qui era esemplare nello studio e nella particolareggiata messa a punto dei dettagli da rintracciare nel piano fisso e nella profondità di campo. La casa/set di Sentimental Value mette a sua volta a fuoco le sue 'voci di dentro' quelle nascoste appena udibili dai muri con le crepe (…) L'appartamento è già il luogo di un backstage, già annunciato nel gran bell'inizio di film, con Nora che sta per andare in scena ma è presa da una crisi di panico e vuole scappare. Fugge dal palco, torna in camerino, attraversa tutta la parte nascosta dietro il sipario con i tecnici e la troupe che cercano faticosamente di riportarla davanti al pubblico. Qui si vede subito l'energia nervosa che amplia le tematiche (la distanza, il tentativo di riconciliazione) già affrontate in Segreti di famiglia e al tempo stesso affronta uno sfaccettato ritratto femminile sul peso delle attese degli altri in contrasto con i bisogni personali. (…) A livello di scrittura, Trier ha sempre una mano un po' pesante nella risottolineatura di una tensione già presente nell'aria e, a volte, amplificata oltremisura con dialoghi 'già sentiti'. Questo metodo serve però anche per caricare il film a molla, che regge alla grande le circa due ore e 15 minuti di durata; entra nella pelle dei suoi protagonisti e tira fuori il meglio dagli attori. (…)
Sentimental Valuenon (ci) dà tregua, neanche nella feroci battute (auto)ironiche come quella della sedia per il suicidio comprata da Ikea. Le lacrime sono di rabbia, i primi piani affondano ed entrano come nei pensieri. Tra frasi dette e parole che non riescono a uscire dalla bocca. (…) SentimentalValue è un cinema che (ti) disturba e (ti) travolge, un vortice emotivo inarrestabile. Per questo è una turbinosa, anche violenta storia d'amore corale. Tra sorelle. Tra padre e figlie. Di quelle che non si dimenticano facilmente.”
Simone Emiliani da www.sentieriselvaggi.it
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I colori del tempo
da domenica 17 a SABATO 22 maggio 2026
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I COLORI DEL TEMPO
regia di Cédric Klapisch

Nazione: Francia
Durata: 124 min
Regia: Cédric Klapisch
Interpreti: Suzanne Lindon, Abraham Wapler , Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Fotografia: Alexis Kavyrchine
Musiche: Robin Coudert
Montaggio: Anne-Sophie Bion
Scenografia: Marie Cheminal
Produzione: Bruno Levy
Distribuzione: Teodora Film
“I colori del tempo si inserisce con grazia nel filone tematico che sembra dominare quest’anno sulla Croisette: la necessità di riguardare indietro, di riassemblare i cocci del tempo per comprendere il presente. È un film che non ha l’urgenza di sorprendere, ma quella – ben più sottile – di ricordare. E nel ricordare, riconciliarsi. Sì, certo, c’è chi storcerà il naso: troppi personaggi, un impianto corale che a volte sbanda, qualche cliché di troppo. Ma c’è anche quella leggerezza “impressionista” che è il marchio di fabbrica del regista: una joie de vivre che aleggia come una brezza sottile. Non è un film che segna. È un film che passa. Ma passa bene. E poi c’è quella battuta, lasciata in chiusura dal più giovane dei protagonisti, che riassume tutto: “Ho inseguito da sempre il futuro, ma guardare al passato mi ha fatto bene.” Vale per la vita, vale per il cinema. E vale per Klapisch, che con questo film sembra dirci che, prima di inventare il nuovo, possiamo ancora (e forse dobbiamo) rovistare tra le pieghe dell’antico. Non per nostalgia, ma per lucidità. Non è un capolavoro, I colori del tempo. Ma è un film che fa bene. E oggi, non è poco.”
Da wwwcinematografo.it
“Sono tutti più o meno delusi dalla loro vita. C’è chi è irrealizzato, chi sta iniziando una carriera e chi la sta finendo. Sono il gruppo variamente assortito di parigini di oggi chiamati per un’eredità, discendenti di un’unica donna, Adèle Meunier, diventata adulta a fine Ottocento passando per un cruciale periodo trascorso a Parigi, dove, partendo dalla natìa Normandia, partì in cerca della madre mai conosciuta. Generazioni (di oggi) a confronto, mentre prende forma la storia di formazione di una giovane donna di ieri, di un periodo certo non scelto a caso da Cédric Klapisch, buon artigiano del cinema francese che ama cambiare atmosfere e generi, in questo caso anche epoche .(…) È una commedia, I colori del tempo, all’interno di un film originale, che regala un intrattenimento piacevole senza alzare la voce, con palese divertimento e la sincera curiosità di avventurarsi in anni cruciali per lo stesso cinema. Siamo nel 1895, proprio quando la nuova arte azzardava i primi vagiti, ma soprattutto la fotografia sembrava poter dominare il racconto visivo, soppiantando e addirittura decretando la morte della pittura. Almeno era quello che in molti pensavano, facendo sorridere al pensiero di anni più recenti - tipo oggi - e al grido comune alla morte del cinema. (…) Al di là di tutto, è soprattutto un ennesimo inno alla vita di Klapisch, a quell’avventura che si svela ogni giorno davanti ai nostri occhi, fra l’emozionato primo video musicale del giovane influencer, che si innamora della bella cantante, e il giorno della pensione del professore di lettere, così amato dai suoi studenti che gli tributano un infinito applauso che lo scorta fuori dalla scuola, verso la sua nuova vita. E in un’epoca ripiegata su sé stessa, suona anche come un invito non pedante a guardarsi indietro, per avere consapevolezza piena del proprio futuro, guidati dall’amore per la scoperta e dall’immaginazione.”
Da www.comingsoon.it
“I colori del tempo conferma la persistenza, nel cinema francese contemporaneo, di un gusto per la memoria domestica, per un passato riprodotto in vitro sotto forma di eleganza visiva e di equilibrio narrativo. (…) Cédric Klapisch sceglie un dispositivo meno legato al profilmico e più al linguaggio cinematografico in senso stretto: il montaggio alternato come strumento per far dialogare due epoche, la fine dell’Ottocento e il presente, unite da un’eredità e da una casa che diventa soglia simbolica. Un gruppo di personaggi contemporanei, sconosciuti tra loro, scopre di essere legato da un testamento comune: la proprietà di una dimora appartenuta a una donna, Adèle, vissuta nella provincia francese e poi trasferitasi a Parigi negli ultimi anni del XIX secolo. L’eredità materiale è, come spesso accade in Klapisch, pretesto per un’esplorazione più ampia della continuità affettiva e culturale tra le generazioni. (…) Il riferimento al 1895, anno di nascita del cinema, è tutt’altro che casuale. Klapisch sembra voler mettere in scena una piccola genealogia dello sguardo: da un lato la pittura impressionista, con il suo sforzo di catturare l’istante e la luce, dall’altro il cinema nascente, che trasforma la fissità dell’immagine in movimento. Il quadro di Monet (Impression, soleil levant, del 1872) che attraversa la vicenda diventa così il punto di congiunzione tra due forme di rappresentazione, la tela e lo schermo, entrambe legate all’esperienza della visione e del tempo. Ma il film, invece di interrogare criticamente questa relazione, la riduce a simmetria illustrativa: la pittura come eco estetica del cinema, non come suo antecedente problematico. Insomma, I colori del tempo costruisce un discorso sulle immagini senza mai interrogare davvero il loro potere. L’idea di un montaggio che metta in dialogo passato e presente resta una dichiarazione d’intenti: non si traduce in tensione né in rottura, ma in un ritmo costante, rassicurante, che finisce per anestetizzare il fluire del racconto. (…) Il film guarda alla Parigi fin de siècle come a uno spazio da abitare esteticamente, non come a un territorio da interrogare. In questo senso, l’operazione di Klapisch si inserisce pienamente in quella che lo studioso Emiliano Morreale in un suo saggio definiva “l’invenzione della nostalgia”: il passato costruito come simulacro, come dispositivo di piacere per uno spettatore che cerca riconoscimento più che perturbazione.”
Da www.quinlan.it
“Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l'equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c'è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. (…) Con La venue de l'avenir, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po', dirigendo con brio un grande cast corale che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca. (…) I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un'energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare - quella che contribuisce alla coscienza collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.”
Da www.mymovie.it
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Giulio Martini |
Con umiltà e senza strafare Klapisch, gareggia con gli Impressionisti e W.Allen a mettere in mostra - nella Ville Lumiere e nell' anno dei fratelli Lumiere - le magiche tracce che ci lascia la memoria visiva - tra fotografia,pittura e cinema - all'insegna della massima ingenua gioiosa soggettività possibile. Film rilassante e resiliente, invita a non tradire la tradizione ( specie nazionale... ) e a far sempre tesoro del passato per poter su un piu' "luminoso " futuro, tutto da immaginare e/o sognare. |
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Angelo Sabbadini Lunedì sera |
La stagione del Cinecircolo si chiude con I colori del tempo, commedia attraversata da intuizioni felici, ma nella quale la regia fatica a costruire una piena continuità narrativa ed emotiva. Il film procede in modo diseguale, alternando momenti di autentica ispirazione a sequenze più prevedibili e dispersive. Sono caratteristiche già emerse nel cinema di Cédric Klapisch, che in quest’opera ambiziosa conferma insieme qualità e limiti del proprio sguardo. Resta così un lavoro imperfetto, ma comunque capace di lasciare una traccia nella memoria degli spettatori del Bazin. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
La stagione finisce con un gradevole film francese (ancora) che intrecciando passato e presente trova modo di pacificare la Parigi di fine ‘800 e quattro nevrotici parenti (ma tra loro sconosciuti) che cercano, indagando una bizzarra eredità, di ricostruire la storia di una avventurosa antenata e, forse, dare così un senso al loro presente. Nulla di straordinario, ma film intelligente, coloratissimo e rassicurante sulla sorte del nostro presente e sui rapporti che intratteniamo con le persone. |
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Giorgio Brambilla Sabato sera |
Cédric Klapisch costruisce un film che ci mostra la vita di una giovane donna che nel 1895 incontra per la prima volta sua madre e scopre Parigi, la pittura, la fotografia, la scrittura e, indirettamente, il cinema, facendoci guardare tutto questo con gli occhi innocenti della protagonista, che mette a confronto con quelli di noi fruitori di internet e dei centri commerciali, per farci riflettere sull’importanza di sapere da dove veniamo, oltre che dove vogliamo andare, e di assumerci il rischio di essere davvero noi stessi. Ci invita a fare un viaggio in un mondo genuino, del quale ci sembra di sentire il gradevole sapore contrapposto a quello della fretta e dell’utilitarismo che va per la maggiore. La confezione è buona, le idee condivisibili, l’immersione funziona, un po’ come se anche noi prendessimo una giusta dose di ayahuasca. L’unico difetto che trovo è che al regista sembra che piaccia un po’ troppo vincere facile… |
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Marco Massara Jolly |
Elogio del cinema come meravigliosa macchina del tempo-spazio! Un film di facile lettura, che mette ‘ comodo’ lo spettatore ma senza dimenticare dei ragionamenti non sempre leggerissimi. La citazione di “Midnight in Paris” di Woody Allen è quasi una scopiazzatura, ma quando si tratta di Woody molto si perdona. Un film “easy listening”, tutto sommato, adatto alla fine della stagione del Cineforum. Arrivederci ad ottobre! |
Maria Cristina Cinquemani
Abbiamo chiuso in bellezza con un film molto piacevole e rilassante.
Belli i passaggi dal passato al presente, con una Belle Epoque un po' idealizzata ma benissimo rappresentata.
I paesaggi sono decisamente ispirati alle pitture impressioniste e il fascino del tempo che fu si impone su di noi così come sui protagonisti alquanto frenetici del mondo odierno.
Come contorno una Parigi bella oggi come ieri.
Add a commentIl mago del Cremlino
da domenica 4 a venerdì 9 ottobre 2026i
IL MAGO DEL CREMLINO
REGIA DI OLIVIER ASSAYAS

“Romanzo e film seguono puntigliosamente le cronache della costruzione di un altro potere totalitario, dopo il precedente sovietico scomparso. Si va dall’ultimo Eltsin al primo non sovietico e tuttora regnante, Vladimir Putin (che infatti viene riverito come “lo zar”...). Dall’inizio della prima parte del film fino alla sua ultima, questo Il mago del Cremlino non tira mai il fiato. È un inesorabile susseguirsi di confronti e di affronti, di ordinati o disordinati colloqui, di accumuli, maniacali provocazioni, tanto che qualcuno può proclamare con orgoglio che “il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo”. Evidente è il continuo gioco manipolatorio che scorre, scena dopo scena, sempre in piena, con discorsi su discorsi, tanto che è stata avanzata al film l’accusa di essere troppo pieno, fino all’orlo e oltre. Due ore e dieci densissime dove c’è da sperdersi. Ma si può anche capire tutta questa agitazione tenuto conto del fatto che si sta assistendo a una transizione politica – di malapolitica – in grande stile e le confusioni, le contrazioni, le impennate e gli inabissamenti sono all’ordine di ogni giorno a ogni minuto. Si tratta infatti di prendere e buttar via un’epoca e di sostituirla con un’altra, molto diversa ma al tempo stesso molto uguale. Uguale nella decisione fondante ed eterna della rinascita di un potere indiscutibile e più che solido. (…) Sarà davvero il film forzato, provocante e troppo zeppo di tutto, ma un’analisi così lucida dei cambiamenti e delle persistenti caratteristiche dirigiste e dittatoriali sempre in auge nella prima e in questa seconda Russia non l’abbiamo mai vista.”
Bruno Fornara da wwwcineforum.it
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La vita va così
da domenica 10 a venerdì 15 maggio 2026
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LA VITA VA COSI'
regia di Riccardo Milani
Paese/Anno: Italia, 2005
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Michele Astori, Riccardo Milani
Fotografia: Saverio Guarna, Simona D'Onofrio
Montaggio: Francesco Renda, Patrizia Ceresani
Interpreti: Aldo Baglio, Diego Abatantuono, Geppi Cucciari, Ignazio Giuseppe Loi, Ignazio Mulas, Virginia Raffaele
Colonna sonora: Moses Concas
Produzione: Medusa Film, Our Films, Piper Film, Wildside
Distribuzione: Medusa, Piper Film
Durata: 121'
“Le premesse di La vita va così, il sedicesimo lungometraggio da regista di Riccardo Milani, selezionato come film d’apertura alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, dialogano curiosamente con un tema di scottante attualità: gli effetti silenziosi, eppure più che evidenti, di una qualsivoglia manifestazione pacifica che, in aperto scontro con la violenza e l’intolleranza d’una proposta altra, resiste con forza, senza cedere d’un passo. È davvero inutile manifestare il proprio dissenso, mettendo da parte fin da subito qualsiasi pratica violenta? Oppure è proprio questa la chiave della vittoria e del percorso dell’eroe? (…) Sospeso tra commedia e dramma La vita va così sembra rintracciare inizialmente una forma-cinema adeguata ai volti e ai corpi che la rappresentano, cioè quelli di Virginia Raffaele e Aldo Baglio (entrambi appartenenti al registro buffo e, più in generale, della comicità, funzionali lì e poco altrove), per poi confondersi, fino a deragliare. (…) Al pari dei suoi interpreti e della scrittura, il cinema di Milani appare confuso. C’è più da ridere o più da piangere? Non è chiaro, e il disequilibrio di tono senz’altro non aiuta.”
da www.sentieriselvaggi.it
“1999. Efisio Mulas vive in una casa sul magnifico mare della Sardegna del Sud, pascolando le sue mucche sulla spiaggia. Sua moglie e sua figlia Francesca si sono trasferite nel paese vicino, Bellesamanna, ma lui non abbandona quella dimora fatiscente che era di suo padre e di suo nonno. E non lo fa nemmeno quando un gruppo immobiliare milanese, che vuole costruire un resort a cinque stelle ecosostenibile proprio lungo quel tratto di costa, gli offre una cifra consistente per andarsene. (…) la declinazione è prevalentemente di commedia, facendo leva anche su qualche accenno stereotipato, ma si sente un genuino amore per la Sardegna e la sua gente, lo stesso che ha portato il calciatore Gigi Riva (protagonista del bel documentario di Milani Nel nostro cielo un rombo di tuono) a farne la sua terra di adozione. (…) Milani è attento a rappresentare le ragioni di tutti senza svilire la preoccupazione economica dei paesani, e riproducendo un conflitto reale non dissimile da quello che si è creato a Taranto con l'ILVA: se a Taranto la scelta è fra lavoro e salute, qui è fra lavoro e bellezza/tradizione. (…) C'è qualche lungaggine di troppo, ma la vicenda è paradigmatica, ed è molto pregnante il tema del tempo che nobilita alcuni e corrompe irrimediabilmente altri, lasciando un'eredità positiva o negativa ai figli (cioè al futuro). Milani veicola bene il desiderio di tutti di "rientrare a casa", e la consapevolezza che molti, la propria "casa", l'hanno ceduta al miglior offerente per poi rimpiangerla per sempre.”
Da www.mymovies.it
“Riccardo Milani torna sul grande schermo con un’altra storia fortemente legata al territorio, questa volta ambientata nel Sud Sardegna nel territorio del Sulcis Iglesiente. La vita va così, presentato alla 20ª Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, racconta la storia di un anziano pastore sardo che pascola le sue mucche sull’incantevole spiaggia di Tuerredda, un angolo incontaminato della costa in cui una sabbia bianchissima incornicia un mare cristallino: si estende per oltre 500 m. all’interno di un’insenatura fra Capo Malfatano e Capo Spartivento. La spiaggia è parte del territorio di Teulada, il cui centro storico si vede a più riprese, in particolare piazza Parrocchia, in cui padroneggia la Chiesa dedicata alla Vergine del Carmine, dove Francesca (Virginia Raffaele) incontra per la prima volta Giovanna (Geppi Cucciari) senza sapere che è un magistrato. La vicenda è ispirata ad una storia vera, quella di Ovidio Marras, recentemente scomparso all'età di 93 anni, che lottò per difendere i suoi terreni nella zona di Capo Malfatano, dal progetto di un gruppo imprenditoriale che voleva farne un resort di lusso in riva al mare. Un racconto ironico e appassionato lungo vent’anni, ambientato in un angolo meraviglioso della Sardegna, dove una comunità si troverà stretta tra il sogno del lavoro e la difesa del territorio e della sua identità.”
Da www.italyformovies.it
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Giulio Martini domenica pomeriggio |
Astuta commedia vagamente sardonica, secondo il modello ben noto al Cine.a dell' uno contro tutti, con mirati intenti didascalici, che sembrano a sostegno della "balestra" sarda e della sensibilita' ecologica contro l'ipocrisia degli economisti green. Ed in effetti si ride prendendo di mira i lumbard e la voglia di soldi di tutti ,ricchi e poveri,tranne uno. Ma di fatto le alternative messe in campo e discusse nei molteplici finali sono ardue perché l'utopismo ambientalista deve fare i conti con le esigenze della sviluppo e della moderni, così nel film ( nonostante sembri il contrario ) il dibattito resta aperto e non si scontenta nessuno, in attesa delle scelte effettive degli eredi in un campo e nell'altro, e si limita all'elogio del testardo protagonista,senza salire di grado o scendere in profondita' nell'elaborazione teorica. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
Riccardo Milani, formatosi alla scuola di Mario Monicelli, si riallaccia programmaticamente alla tradizione della commedia all'italiana, riproponendone i temi sociali e le dinamiche care al grande pubblico. Il nome del protagonista è Efisio Mulas, omaggio al Tognazzi di “Una questione d’onore” di Luigi Zampa. Tale dichiarata continuità si accompagna però a una sistematica semplificazione della struttura narrativa, prediligendo uno sviluppo lineare e privo di zone d'ombra. L’introduzione di stereotipi marcati cristallizza i personaggi in figure prevedibili, rendendo la vicenda meno pungente rispetto ai modelli del passato. Ne risulta un prodotto di pronto consumo che sacrifica la profondità d’analisi sull'altare di una rassicurante e televisiva leggibilità. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Difficile spiegare il successo di questo film dalla struttura narrativa ovvia e da una trama senza sostanza (compreso l’inspiegabile bagno comunitario finale). Non basta la bellezza dei luoghi e la simpatia degli amatissimi attori per riscattare un film inconsistente. Dire che è tra i meno interessanti della stagione è punirlo troppo??? |
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Giulio Martini venerdì sera |
GIULIO HA SOSTITUITO GIORGIO |
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Marco Massara Jolly |
Il bravo cinefilo ha la memoria lunga e ricorda un ottimo film del 1983: “Local hero”. Milani ne ha ripreos la trama, mutatis mutandis, senza alcuna dichiarazione di stare facendo un remake. Ne nasce una crescente nostalgia del film ‘matrice’ ed una crescente irritazione verso la banalizzazione della messa in scena. Non basta aggiungere, verso la fine, un pistolotto metafemminista, né un altro circa la peraltro notissima anima sarda, i cui paesaggi salvano il film dal rosso pieno. Quasi quasi mi bevo una “Ichnusa” per dimenticare. |
Maria Cristina Cinquemani
Molto divertente, con un forte spiriti satirico. Magnifico il personaggio di Efisio, ma molto ben interpretati anche quelli di Francesca e del presidente.
Un po' sopra le righe la figura di Mariano: un Aldo Baglio sempre aderente alle sue consuete macchiette.
Il film dimostra come si possa fare una critica spietata col sorriso sulle labbra, anche perchè non esiste una soluzione positiva per tutti: chi ha l'esigenza di lavorare, o forse di aspirare al superfluo oltre che al necessario, è disposto a sacrificare un po' di bellezza e di ecosostenibilità.
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