Titolo

Un semplice incidente
 

da domenica 12 a venerdì 17 aprile 2026

 

 

UN SEMPLICE INCIDENTE

regia di Jafar Panahi

Locandina italiana Un semplice incidente

 

 

“Per la prima volta dopo 15 anni non mette in scena sé stesso, Jafar Panahi, abbandona l’autofiction, eppure in Un semplice incidente c’è tutto il peso dell’esperienza diretta con il regime, e, soprattutto, emerge nell’amarezza di certi scambi di battute, dei sette mesi passati in carcere, tra luglio 2022 e febbraio 2023, solo una parte dei 6 anni richiesti dalla corte di Teheran nel 2010 (…) Un semplice incidente è un film politico e diretto, immaginato però con una vena ottimistica che può sembrare quasi distopica, tratteggiando un contesto dove le donne portano i foulard dai colori più luminosi, coi nodi allentati, e l’aria in generale sembra essere di distensione se non di apertura a un tuttora inimmaginabile cambiamento. Un contesto dove un piccolo incidente come quello del titolo può aprire una crepa nelle strutture di autoconservazione del regime iraniano, una frattura attraverso cui emerge una campionatura simbolica di voci della società civile (l’artigiano, la fotografa, la sposa col marito, il giovanotto facile a infiammarsi, tutti interpretati da attori non professionisti), serpeggia il dilemma di come reagire ed eventualmente punire chi ha gestito il potere con violenza, un giorno che la crepa dovesse diventare irrichiudibile.”

Da cineforum.it

 

“Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna, con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più compiuto e radicale del suo autore.”

Da quinlan.it

 

“Chi cerca un cinema in cui l'impegno civile si ammanti di raffinatezze da cinefili farà bene a tenersi lontano da questo film. Chi invece sente l'urgenza della denuncia di una struttura di repressione in cui si stanno insinuando crepe visibili (soprattutto dopo la discesa nelle piazze delle donne) non potrà non apprezzare il fatto che il coraggioso regista iraniano abbia scelto la strada dell'ironia per poi poter colpire dritto il bersaglio mettendone a nudo la crudeltà. I suoi protagonisti, la cui presenza a partire da colui che compie il sequestro, procede per accumulo, seppur limitato, sono esseri umani che hanno subito la violenza e la perversione di un potere che si vede come teocratico (deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che non vada nel paradiso delle vergini) ed è invece solo interessato a conservare sé stesso.”

Da mymovies.it

 
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Le città di pianura
 

da domenica 22 a venerdì 27 marzo 2026

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LE CITTA' DI PIANURA

regia di Francesco Sossai

Locandina italiana Le città di pianura

 

 

“Il film di Sossai sembra un "indie" americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro "territorio", ma proprio alla loro terra - quella "parola che nessuno usa più". Le città di pianura descrive "un paesaggio immaginario che non esiste", si infila in un non-luogo che pare il Giappone, eppure riesce a raccontare un'Italia vera, lontana dai riflettori e dai set delle commedie mutuate dall'estero. Il film di Sossai trova una sua energia laconica che cresce lentamente e alla fine commuove, perché forse il segreto del mondo - o almeno di una vita alternativa a quella frenetica e arrivista di oggi - Dori e Carlobianchi l'hanno scoperto davvero.”

Paola Casella da Mymovies.it

 

Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride. Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede. Le città di pianura è una piacevole stranezza, il migliore dei film italiani che si sono visti allo scorso festival di Cannes, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita. In realtà la cosa è più vicina a Le città di pianura è Il sorpasso di Dino Risi, solo che è tutto sbagliato, vago, alticcio e disordinato.”

Da Wired.it

 

“Disillusione per le trasformazioni di quello che oggi viene chiamato “territorio”, il Veneto ma non solo, e per un capitalismo che si sta mangiando tutto, dopo aver affondato le persone a più riprese (nel film è evidenziata, in particolare, la crisi del 2008, con i conseguenti licenziamenti dei lavoratori) e aver americanizzato tutto ciò che trovava sulla sua strada (di sfuggita, tra le molte chicche “nascoste” del film, tra cui un cameo di Sossai come acquirente di occhiali contraffatti, si vede svettare una Statua della Libertà in miniatura nel bel mezzo della campagna veneta); ma anche amore per questa terra, tra la laguna (di Venezia) e le montagne, come nel dipinto della villa del conte, un capriccio della Scuola del Veronese, che collega questi due poli facendo scomparire “le città di pianura” che stanno nel mezzo e non servono a niente; che comunque sono lo spazio delle scorribande notturne, e non solo, ma sempre alcoliche, di Doriano e Carlobianchi, i cinquantenni protagonisti. (…) Giulio (il terzo protagonista) è travolto dai due uomini più vecchi che sembrano sequestrarlo ma alla fine riesce, dopo balli, concerti e bevute (bellissime anche queste, le sequenze dei concertini dal vivo e dei balli di tutti i tipi, con la musica, nel film, di Krano, che suona un country – folk distorto su parole del dialetto veneto), a vedere una cosa che aveva sempre avuto in mente di vedere, vedere dal vivo, non solo “in pianta”, il Memoriale Brion di Altivole, di Carlo Scarpa.”

 

Da Cineforum.it

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

Tra malinconia e sbornia di ricordi ingannevoli e confusi ecco un tentativo di far fare al Cinema un   "saggio" urbanistico/architettonico /sociale, brontolando sul paesaggio che muta, senza una logica  se non quella del far soldi e del cedimento al pessimo gusto americano.

Con qualche velleità  intellettuale e molta grossolanita' locale si elabora il lutto per un ambiente  veneto , naturale e popolare,irrimediabilmente agonizzanti.

Operazione molto difficile che solo a tratti  parte è  sostenuta da uno stile visivo/  sonoro adeguato, persuasivo e all'altezza del  discorso.

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Le città di pianurasi impone come un’indagine sottile sulla deriva delle periferie, dove il regista Francesco Sossai allo stesso modo osserva e racconta. La sua è una vera e propria ricerca antropologica, attenta ai gesti minimi e ai rituali quotidiani. I personaggi danno la sensazione di non essere costruiti, ma quasi “catturati” nel loro stare al mondo. Il paesaggio della pianura veneta diventa un campo di studio, una geografia dell’esistenza diffusa. Sossai filma senza giudicare, lasciando emergere una comunità fragile e dispersa, anestetizzata dai riti alcolici. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Due sbronzoni, disoccupati di lungo corso (dalla crisi del 2008) e per nulla intenzionati a tornare a lavorare, vivacchiamo di piccole truffe. Vagano nel nulla di strade che non li portano da nessuna parte, casualmente anche in una Venezia brutta e cadente. Qui incontrano un giovane architetto napoletano, solitario e depresso. E poi inizia Il sorpasso! Certo, con qualche differenza: non si fa male nessuno, ma forse non è questa la differenza più significativa. Là c’erano un presente e un futuro che sembravano meravigliosi (non era così, ma così pareva ai due protagonisti),  qui non  c’è nulla e se i due scappati di casa mostrano al giovane una alcolica, malinconica leggerezza e consapevolezza del vivere, lui comunica un po’ della sua cultura e svela loro il memoriale Brion che i due non conoscevano, pur vivendo ad Antivole (non è casuale che tutti i visitatori siano stranieri). Ed infine c’è, quale altro personaggio, quella terra “di pianura” violentata e destinata ad essere distrutta e ricoperta di brutti e inutili  edifici; anche quel “capriccio” cinquecentesco, il sogno arcadico di un paesaggio fantastico, è destinato alla demolizione, sostituito da una improbabile autostrada. Infine, il commosso e fragoroso  addio al giovane e poi un gelato per consolazione; uno però ha gusto troppo aspro e l’altro finisce spiaccicato dalle auto: cosa resterà ai due protagonisti? Forse la nostalgia della gioventù e delle lumache cucinate dalla Mery nella sua trattoria, ora chiusa e cadente?

Giulio Martini

Venerdì sera

Giulio ha sostituito Giorgio

Marco Massara

Jolly

La tristezza è la sensazione prevalente, alla fine di questo “Sorpasso" senza vittime. Ma il confronto col film del 1962 si fa stridente: là c’era l’eco, se non il profumo, del boom economico; qui ci sono i resti di un paesaggio devastato ed una locomotiva del nord-est che ha smesso di tirare. Il film ci lascia con in sospeso quello che ha detto il direttore Citran e il non udito dei “tre amici che non hanno trovato il bar (grande Gino Paoli)’. L’impressione è di un’opera di forti argomenti, ma con un motore drammaturgico poco potente.

 
Maria Cristina Cinquemani
 

Mi è sembrato un film sgangherato, come i suoi protagonisti, sempre all'inseguimento di qualche bevuta, possibilmente gratuita.

Incredibile poi che girando in auto in quello stato di ebbrezza siano arrivati incolumi alla fine del racconto.

Interessante solo l'iniziazione di Giulio che, dalla sua iniziale timidezza e persino inibizione, ha acquistato una certa sicurezza dal contatto con l'incosciente spavalderia dei suoi compagni improvvisati.

Nell'insieme. però, l'ho trovato un quadro triste e demoralizzante, compresi i paesaggi senza alcun fascino o attrattiva. 

 
 
 
 
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La gazza ladra
 

da domenica 8 a venerdì 13 marzo 2026

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LA GAZZA LADRA

regia di  Robert Guédiguian 

Locandina italiana La gazza ladra

 

“Maria ama le ostriche, la musica classica e il suo nipotino, che dimostra un talento precoce per il pianoforte. Decisa a farne un pianista ad ogni costo, ha noleggiato un piano verticale e assoldato il maestro migliore di Marsiglia per dargli lezioni private. Ma Maria non ha i mezzi per sostenere queste spese e come la "gazza" di Rossini ruba la vita che luccica e fa la cresta sulla spesa dei suoi clienti, persone anziane di cui si occupa amorevolmente. La devozione la spinge però un po' troppo lontana, firmando assegni che non potrà restituire. (...) Décor di molti film di Robert Guédiguian, l'autore resta indelebilmente legato alla città di Marsiglia, al suo cast di attori, che invecchiano davanti alla sua macchina da presa, e ai destini del peuple de gauche nell'inverno politico che ha seguito l'effervescenza degli anni '70. Ed è questo senso di lealtà incrollabile che rende la sua filmografia così avvincente. Anche i temi restano gli stessi, la precarietà economica e sociale, la solidarietà confrontata ai drammi della vita, la ricerca della luce in fondo al tunnel, l'umanesimo luminoso malgrado la violenza delle società umane.
La gazza ladra non fa eccezione ma come il film precedente, E la festa continua!, cede a una morbidezza mai conosciuta prima. Se Rosa doveva decidere se perseverare nel suo impegno civico o iniziare il processo di disimpegno, votandosi a un nuovo amore, Maria rilancia aggiungendo a quell'esitazione una nota gaudente, quasi inedita in Guédiguian. Dal principio il suo cinema si muove seguendo impulsi opposti, uno politico, l'altro lirico, non sempre conciliabili, da qui la malinconia che gli è consustanziale. Quella malinconia, che prende una piega tragica dentro melodrammi senza scampo (La casa sul mare, Gloria Mundi), infestati dalla morte, dal fallimento e da un senso di disastro sociale, si converte in una brezza leggera che soffia dal Mediterraneo, linea di fuga di ogni appartamento che lo scorge, anche il più modesto. Fermamente intenzionato a non lasciare spazio alla disperazione, l'autore raddrizza la barra e dona a La gazza ladra la forma, affatto patetica o funerea, di una cronaca ordinaria che si sposta da un luogo e da una situazione all'altra, da un problema alla sua risoluzione. Una sorta di sfarfallamento della narrazione che svolge una sitcom marsigliese o addirittura un 'dramma giocoso' come quello rossiniano (..) Il cuore della storia è sempre Ariane Ascaride, nonna affettuosa e 'attivista' del quotidiano, eroina e compagna, musa e icona popolare che
è stanca della fatica ma non smette di praticarla per godersi un piatto di ostriche e sognare il nipote concertista dentro un abito di gala. Intorno gravitano i volti familiari di Gérard Meylan e Jean-Pierre Darroussin, affiancati dalle nuove generazioni che navigano tra amori e intrighi familiari inciampando sulla lotta sociale. Guédiguian non è interessato a ricostruirla fedelmente e la rappresenta con la nobiltà di una grande narrazione.
La gazza ladra è il risultato della volontà di re-incantare la realtà, di filmare i cambiamenti sociali e lo scorrere del tempo, lasciando (grande) spazio al respiro e all'insignificanza. (...) Questo approccio apertamente svagato sfiora il carosello poetico e dimostra una volta ancora che il capitalismo e il 'ciascuno per sé' non hanno avuto la meglio sull'ottimismo dell'autore. Coerente, morale e solare, La gazza ladra risplende di vita, di note, è pieno di cose familiari e di rotture di tono, mentre assistiamo all'eterna ridistribuzione delle carte tra gli stessi giocatori e all'aggiornamento di una cronaca, di uno sguardo. Circondato dai suoi indefettibili alleati, Guédiguian realizza un film sulla forza dei legami, ripetendo che la lotta non è mai vana se è preziosa per qualcuno e si combatte per chi è prezioso al cuore. Robert Guédiguian sceglie la luce, in senso letterale e figurato. Il sole di Marsiglia magnifica e sembra stilizzare i suoi personaggi, che riposano su una complicità instaurata nel tempo con lo spettatore a colpi di umanesimo, cultura, solidarietà e tanta consolazione. Un solido programma di educazione popolare.”
Marzia Gandolfi da MYmovies.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

 

Il Mondo in versione Guediguian, fatto di sano familismo,di sana solidarietà di classe e malsane cattiverie che vengono puntualmente riassorbite.

Girato con radiosa leggerezza e sognante ironia stupisce - al solito - per la pacatezza e la scioltezza con cui fa lievitare  storie minime  autocebrative a utopie quasi a portata di mano.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Il film La gazza ladra di Robert Guédiguian sembra muoversi nello stesso territorio morale di Victor Hugo. Come nei personaggi de I miserabili, una piccola colpa nasce da un contesto di fragilità sociale e apre una domanda più grande sulla giustizia. Guédiguian guarda alla sua protagonista con uno sguardo ispirato dal grande scrittore francese: la legge definisce il furto, ma la coscienza dello spettatore è chiamata a interrogare le circostanze. Il film non assolve il gesto, ma chiede di misurare la distanza tra legalità e umanità. In questo spazio di tensione emerge un’idea molto ottocentesca: capire una colpa può essere più importante che punirla

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Cosa spinge Maria a rubare? Godere di qualche piccolo piacere oppure è solo il sintomo di un disagio che attaglia tutti? Perché è un film dove il contrasto tra la solarità del luogo, splendidamente definito, e le malinconie dei personaggi si fa struggente: tutti o quasi vorrebbero o avrebbero voluto altro, cioè che la vita nega o ha negato. Maria ha trasmesso la sua irrisolta passione per la musica al nipote, senza però avere i mezzi economici per sostenerlo; la vecchia signora elegante aspetta chi è morto da decenni e così via. Sguardo come sempre empatico, ma il regista ha fatto di meglio.

Giorgio Brambilla

venerdì sera

Robert Guédiguian tallona i suoi personaggi, seguendoli in tutte le loro scelte, più o meno discutibili: Maria, che ama sia gli anziani che accudisce sia il nipote , per cui deruba i primi; o Laurent, che rimprovera il padre per aver abbandonato la madre per poi replicarne il comportamento; o Audrey, la moglie tradita che si vendica, o chiunque altro. Nessuno è giudicato, tutti sono accompagnati nella loro evoluzione, con uno stile da commedia anche quando la storia vira nel dramma, nel senso che si procede per tocchi lievi, senza ponderosi approfondimenti. E come in un film di Kieslowski il caso si fa motore di quanto accade a tutti, con il fallimentare furto creatore di un effetto domino che stravolge la tranquilla situazione iniziale. Attenzione però, il film ha una sua Weltanschauung: si capisce benissimo che il regista ama tutti, perché sono onesti con se stessi e con gli altri, fanno quel che possono e si accettano così come sono. È esemplare da questo punto di vista il finale, con monsieur Moreau che dice a Maria di comprarsi una dozzina di ostriche, perché il regista condivide la sua tesi che non si può sempre rinunciare a tutte le cose belle, e perché tutti i suoi datori di lavoro percepiscono il suo sincero affetto. Una visione onesta a suo modo, e umana, sufficientemente umana 

Marco Massara

Jolly

Non è difficile fare del buon cinema se si sanno sviluppare temi importanti e pervasivi con i registri della leggerezza, se si costruiscono personaggi riconoscibili nelle loro azioni e nel loro ruolo in cui si sviluppa l’intreccio, se ci si pone in una situazione priva di pregiudizio e che lascia allo spettatore la costruzione del proprio punto di vista.

Bravo!       

 

Maria Cristina Cinquemani

Film decisamente bello. La visione del mondo di Guédiguian evolve da una severa militanza di sinistra, dove i suoi personaggi sono dominati da necessità primarie come la casa e la sopravvivenza quotidiana, ad una visione più allargata, dove ad un'esistenza decorosa, una casa accogliente e una vita regolare, con i consueti alti e bassi, fa da contraltare il desiderio di qualcosa di più marginale.

Così per appagare il desiderio di cose meno essenziali, il piatto di ostriche o lo studio del pianoforte del nipotino dotato, sembra quasi naturale approfittare dei soldi di chi sta meglio, pur con la sensazione di non fare niente di male e continuando a dispensare affetto ed attenzioni.

Il quadro complessivo è pieno di luce, colori e vivacità, dove le vicende virano velocemente dal dramma alla commedia e le persone ci appaiono amabili e comprensive, ispirando ottimismo e fiducia nella natura umana.

 

 

 
 
 
 
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L'uomo nel bosco
 

da domenica 15 a venerdì 20 marzo 2026

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L'UOMO NEL BOSCO

regia di  Alain Guiraudie

Locandina italiana L'uomo nel bosco

 

“Le caselle ci sono tutte: il mistero, l’equivoco, personaggi ambigui, imprevisti e la provincia senza tempo. L’uomo nel bosco soddisfa fin dal principio tutte le aspettative esaltando ancora una volta la complessità di cui il regista Alain Guiraudie è straordinario cantore. Un giovane guida lungo strade solitarie fino ad arrivare in un paese tra le colline occitane. Si tratta di Jérémie che torna a Saint-Martial per il funerale del fornaio del posto, che in gioventù è stato il suo mentore (e non solo). Ecco il nucleo centrale del nuovo film di Alain Guiraudie: l’arrivo di un soggetto estraneo in una piccola comunità che si fa causa di tutto ciò che accade, innescando processi da cui sarà impossibile tornare indietro. Come in Teorema, ma con tutte le differenze che il ricorso ai generi comporta. Perché nel film di Guiraudie c’è un’adesione al noir che ci riporta indietro a Lo sconosciuto del lago, con venature di commedia, speculazione filosofica, thriller psicologico, dramma esistenziale sfiorati e superati grazie al suo sguardo di autentico osservatore degli ambienti e dei suoi amati personaggi. Guiraudie si sofferma sull’aspetto morale che coinvolge e scuote i protagonisti, pone domande senza cercare risposte definitive (il titolo originale, d’altra parte, è Miséricorde, con tutto l’umanesimo che la misericordia comporta).
Si scopre lentamente che Jérémie amava il panettiere defunto, al punto da non riuscire a smettere di pensare a lui. E ora, il suo ritorno, dopo tanti anni trascorsi a Tolosa, è avvolto da un mistero che i colori dell’autunno esasperano. Il desiderio, si diceva, muove tutti i gesti, e non solo quelli di Jérémie, che è l’oggetto dei desideri di un parroco anticonvenzionale, che gestisce a suo modo temi come colpa, rimorso, perdono. Tra loro si parla di libertà di amare e di essere amati, o meglio, di accettare di non essere amati da chi si ama, si parla di imparare ad amare e di stratagemmi per curare le inevitabili ferite dell’anima, mentre Vincent, nella sua gelosia, innesca il conflitto che sottende, forse, un desiderio ancora più forte. In tutto questo, la vedova Martine, senza parole, semplicemente agisce, creando connessioni, sotterfugi, non detti (...). Ed ecco l’ironia leggera di un “percorso narrativo” che si muove su territori scivolosi. Il vagare del protagonista, le visite notturne da parte di Vincent e del gendarme, gli incontri calcolatamente fortuiti nel bosco, dove tutti vanno in cerca di funghi (compresi quelli che spunteranno con insistenza dove è stato nascosto un cadavere…). L’impressione è che il mistero che serpeggia in questo film sia un dispositivo necessario a sovvertire le regole cui siamo abituati, presentandoci i sentimenti nella loro tenacia, ma anche fragilità e convincendoci che la verità non è sempre più importante della misericordia.”
Grazia Paganelli da duels.it

 

Giulio Martini

domenica sera

Un distillato di sentimenti gay in un involucro pseudo - thriller; in realtà  una richiesta di comprensione/misericordia ( voce da titolo originale ) per le le anomalie dell'orientamento/comportamento sessuale, che non escludeno - per in quanto a  stranezze e gelosie - nessuno dei personaggi.

Girato con sicuro mestiere e recitato con pause calcolate, il racconto incuriosisce e regge la giusta durata,driblando l dubbi e domande,  anche etiche, lasciate volutamente in sospeso per tirare in pubblico dalla parte della comprensione e della tolleranza

Angelo Sabbadini

lunedì sera

L’uomo del boscoè una commedia nera che si muove con leggerezza su un terreno moralmente vertiginoso, dove il crimine non rompe mai davvero l’ordine delle cose. Alain Guiraudie orchestra personaggi opachi e desideranti con un’ironia sottile, trasformando il villaggio occitano in un teatro dell’ambiguità. Il tono resta sospeso tra il grottesco e il quotidiano, dove anche la morte sembra essere assorbita dalla normalità. La risata nasce dal disagio, da situazioni in cui il non detto pesa più dell’azione. 

Giulio Martini

mercoledì sera

Giulio ha sostituito Guglielmina

Giorgio Brambilla

venerdì sera

Il film di Alain Guiraudie procede spiazzando costantemente lo spettatore, non speigando una serie di avvenimenti importanti del passato dei personaggi, così come le motivazioni di molti di quelli che accadono davanti ai nostri occhi. In particolare mi pare che risultino misteriosi i motivi dell’attrazione che Jérémie esercita nei confronti di tutti coloro che lo circondano. Questo è in linea con il cinema moderno, che non porta lo spettatore per mano ma gli dà la possibilità di decidere il senso di quello che vede, come si fa con gli adulti. Nel mio caso, però, l’effetto è stato quello di rendere gli accadimenti un po’ gratuiti, con la conseguenza di lasciarmi relativamente estraneo alla vicenda. Probabilmente mi sarà sfuggito qualcosa che invece hanno visto i redattori dei Cahiers du cinéma, quando l’hanno proclamato film dell’anno del 2024 ma, nonostante alcune trovate geniali, legate in particolare al personaggio del sacerdote, come la confessione “al contrario” e il discorso sulla capacità che tutti abbiamo di mettere a posto la nostra coscienza, nell’insieme non l’ho trovato davvero compiuto 

Guglielmina Morelli

Jolly

Al termine del film si resta un po’ sconcertati e non certo perché siamo moralisti e non ammettiamo che l’assassino, pur essendo stato smascherato, non sia punito (ciò accade anche in altri film, come ad esempio Sotto le foglie). Piuttosto non cogliamo il senso profondo del film, oltre al livello più apparente che sarebbe il classico “colloca un elemento estraneo in un contesto provinciale perché esplodano tutte le turpitudini” e il sospetto è che non ci sia un altro livello e che il tutto sia un altro classico: un épater les bourgeois” ricattatorio e insieme ruffiano (mi si passi il termine). Me lo vedo il regista col che mi sta accusando: spettatore oscurantista e bigotto non sai accettare i comportamenti dei personaggi e li trovi grotteschi e improbabili! Ecco, mi sono sentita un po’ presa in giro, come è accaduto con l’ultimo Lanthimos: una gran baraonda per mostrare il nulla. Rosso. 

Maria Cristina Cinquemani

Non riesco a catalogare questo film ma posso dire che l'ho trovato decisamente sgradevole.

I personaggi sono ambigui e poco credibili, i vari episodi paradossali, il susseguirsi degli avvenimenti sembra ideato da una mente annebbiata e non riesco proprio a capire le buone recensioni della critica.

Unica nota positiva la pace e la bellezza del bosco, ma è troppo poco.  

 
 
 
 
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L'orto americano
 

da domenica 1 a venerdì 6 marzo 2026

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L'ORTO AMERICANO

regia di  Pupi Avati

 Locandina italiana L'orto americano

 

“Le espansive, calorose famiglie emiliane, protettive come il passato idealizzato cui appartengono, sono ricorrenti nel cinema di Pupi Avati come un refrain di malinconica e tenera nostalgia. Ne L'orto americano vediamo invece le ombre dei parenti morti del giovane protagonista (il sensibile Filippo Scotti, già alter ego di Sorrentino in È stata la mano di Dio), cristallizzate nelle fotografie in bianco e nero da cui non si separa mai e che interroga come Lari o immagini votive. I morti sono la sua vera famiglia: è un primo, cupo indizio della diversità di questo sognatore (con cui l'autore si identifica), che ha avuto problemi di instabilità mentale tali da dover essere rinchiuso in manicomio. Nella Bologna appena liberata dai nazifascisti, rimane folgorato dalla bellezza di un'ausiliaria americana che diventa la sua stilnovistica ossessione tanto da approfittare subito di un'occasione per trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti dove sperare di incontrarla e intanto scrivere il suo nuovo romanzo. Dal quel momento si susseguono alcune incongruenze narrative e coincidenze assurde e bislacche, come se ad Avati non importasse più di tanto la solidità logica del racconto e, d'altra parte, come se evitasse anche di sfruttare il precario equilibrio mentale del protagonista per farci dubitare di ciò che vediamo e udiamo, forse perché dà comunque per scontato che siamo dentro la sua soggettività, dentro i suoi fantasmi e non nel mondo reale.

Arrivato al suo decimo film gotico (tratto dal suo romanzo omonimo, pubblicato nel '23 da Solferino, che, come nel caso dei precedenti, contiene numerosi risvolti in più, oltre ad alcune differenze), l'autore delle Strelle nel fosso, con l'apporto alla sceneggiatura del figlio Tommaso, inanella le situazioni narrative come pretesti per inventare nuove e dense variazioni su un tema già significativo del Signor Diavolo: la sacralità della famiglia che si rivela un turpe inganno, dove i legami di sangue sono avvelenati dal tradimento.

Più che una narrazione abbiamo un succedersi di situazioni e magnifiche apparizioni: una vecchia madre decrepita (la grande Rita Tushingham, strepitosa maschera di laida senilità e rancore) odia una figlia accusandola di non avere effettuato le ricerche necessarie per trovare la sorella, scomparsa ad Argenta, vicino a Ferrara, che tutto induce a pensare sia l'ausiliaria amata dal protagonista; Glauco (l'impressionante Armando De Ceccon, con la sua violenza latente), processato per efferati femminicidi a Ferrara, attende sempre una parola o un gesto dal fratello Emilio (l'ambiguo, sfaccettato Roberto De Francesco), che pure gli sembra così
devoto. Le due atroci storie familiari, separate dall'Oceano, sono legate appunto dalla scomparsa della ragazza americana: viene così a stringersi un'imprevedibile connessione tra la magione con l'orto incolto e selvaggio dell'Iowa, proprio accanto alla casa affittata dal protagonista, e il paesaggio del Polesine, dove Avati ci ricorda che qualcuno commerciava coi cadaveri dei soldati americani e inglesi.
Fotografato in un bellissimo, suggestivo bianco e nero da Cesare Bastelli, L'orto americano gioca con le reminiscenze del cinema noir degli anni '40 (Hitchcock e La scala a chiocciola di Siodmak) ma il suo fascino e la sua originalità risiedono soprattutto nelle allucinate e minacciose visioni dei paesaggi del Delta del Po (peccato però che, sul piano sonoro, il dialetto sia stato così trascurato a favore di un italiano convenzionale) e nel senso di inquietante contiguità con il Male, che assume la forma di una sessualità deviata e perversamente criminale, reificata nei macabri vasetti con l'etichetta di Venezia.”
 
Roberto Chiesi da cineforum.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

  al limite del verosimile e sui crinali di pazzia/ invenzione,amore /patologia, al di qua/ aldilà,viventi/ defunti  Avati imbastisce una delle sue luciferine e paludose trame paesane, che palpitano di turgide emozioni e di paure ancestrali.

Da sempre il dialogo con i trapassati ha alimentato la sua fantasia popolana,ma qui il piacere passatista dell'occulto si salda col  il cinema ed il cinegiornalismo che furono. Purtroppo  qualche passaggio forzato e stridenti citazioni dotte ( dai lirici greci a Torquato Tasso ) sbilanciano l'insieme - non omogeneo - nonostante la suggestiva patina di  un ottimo b/n d'antan.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

L’orto americano, diretto da Pupi Avati, soffre di una sorprendente povertà psicologica: i personaggi restano figure schematiche, mai davvero approfonditi nelle loro motivazioni. Le relazioni tra gli allucinati protagonisti non evolvono, ma si limitano a sostenere il meccanismo narrativo. In assenza di un autentico spessore interiore, il film finisce per affidarsi quasi esclusivamente all’intreccio. Ma proprio l’intreccio, carico di coincidenze e rivelazioni improbabili, risulta strampalato e poco credibile. Ne emerge un’opera formalmente curata ma emotivamente distante e narrativamente fragile. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Così parla Avati relativamente al superamento del gotico padano in un “Gotico Maggiore” che può  “liberare il genere da quel non luogo/non tempo per condurlo in contesti storico sociali fortemente riconoscibili e verosimili. È evidente che, così  facendo, la quantità di inquietudine che produci risulta maggiore e  si trasmette con maggiore efficacia nello spettatore.” Dunque spazio determinato (Bologna, Davenport e Argento) e tempo tra la fine della seconda guerra e … chissà. Perché va bene verosimile, ma non “vero”! Chi è il protagonista? Sa parlare e ascoltare i morti ed è identico nelle fattezze anche dopo molti anni, forse è già morto? O tutto è il suo sogno di giovane disturbato? Non cerchiamo di capire, il genere non lo prevede, lasciamoci trascinare in questo mondo tra la vita e la morte, la guerra e la pace, la verità e la menzogna, il fiume e il mare, dove ciò che conta è un amore assoluto. Film enigmatico, dove la realtà si mescola, come accade all’acqua del Po a quella del mare, alla paranoia e alla follia. Affascinante ma, confesso, non è il mio genere e magari sono io che non capisco! Quindi azzurro. Dimenticavo: la casa di Davenport è quella stessa che Avati aveva fatto ristrutturare e in cui in girò “Bix”.

Giulio Martini

Venerdì sera

GIULIO HA SOSTITUITO GIORGIO

Marco Massara

Jolly

Il sostanziale pregio del film è la leggibilità della trama che, almeno sul fronte narrativo, non mette in difficoltà lo spettatore.

Sul piano dei temi invece le cose si complicano, e non poco. Troppi sono i rivoli tematici in cui si perde l’intenzione di Avati di dare una nuova energia alle sue espressioni ‘gotiche’ che ora al più fanno rimpiangere le atmosfere della “Casa delle finestre che ridono” (1976)

 
Maria Cristina Cinquemani
 

Ho sempre amato film di Pupi Avati ma questa volta sono rimasta delusa.

Ho trovato questa pellicola decisamente sgradevole, in misto di horror e gotico, con una trama confusa e difficile da seguire.

Per me totalmente negativo.

 
 
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