Un semplice incidente
da domenica 12 a venerdì 17 aprile 2026
UN SEMPLICE INCIDENTE
regia di Jafar Panahi
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“Per la prima volta dopo 15 anni non mette in scena sé stesso, Jafar Panahi, abbandona l’autofiction, eppure in Un semplice incidente c’è tutto il peso dell’esperienza diretta con il regime, e, soprattutto, emerge nell’amarezza di certi scambi di battute, dei sette mesi passati in carcere, tra luglio 2022 e febbraio 2023, solo una parte dei 6 anni richiesti dalla corte di Teheran nel 2010 (…) Un semplice incidente è un film politico e diretto, immaginato però con una vena ottimistica che può sembrare quasi distopica, tratteggiando un contesto dove le donne portano i foulard dai colori più luminosi, coi nodi allentati, e l’aria in generale sembra essere di distensione se non di apertura a un tuttora inimmaginabile cambiamento. Un contesto dove un piccolo incidente come quello del titolo può aprire una crepa nelle strutture di autoconservazione del regime iraniano, una frattura attraverso cui emerge una campionatura simbolica di voci della società civile (l’artigiano, la fotografa, la sposa col marito, il giovanotto facile a infiammarsi, tutti interpretati da attori non professionisti), serpeggia il dilemma di come reagire ed eventualmente punire chi ha gestito il potere con violenza, un giorno che la crepa dovesse diventare irrichiudibile.”
Da cineforum.it
“Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna, con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più compiuto e radicale del suo autore.”
Da quinlan.it
“Chi cerca un cinema in cui l'impegno civile si ammanti di raffinatezze da cinefili farà bene a tenersi lontano da questo film. Chi invece sente l'urgenza della denuncia di una struttura di repressione in cui si stanno insinuando crepe visibili (soprattutto dopo la discesa nelle piazze delle donne) non potrà non apprezzare il fatto che il coraggioso regista iraniano abbia scelto la strada dell'ironia per poi poter colpire dritto il bersaglio mettendone a nudo la crudeltà. I suoi protagonisti, la cui presenza a partire da colui che compie il sequestro, procede per accumulo, seppur limitato, sono esseri umani che hanno subito la violenza e la perversione di un potere che si vede come teocratico (deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che non vada nel paradiso delle vergini) ed è invece solo interessato a conservare sé stesso.”
Da mymovies.it
Le città di pianura
da domenica 22 a venerdì 27 marzo 2026
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LE CITTA' DI PIANURA
regia di Francesco Sossai
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“Il film di Sossai sembra un "indie" americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro "territorio", ma proprio alla loro terra - quella "parola che nessuno usa più". Le città di pianura descrive "un paesaggio immaginario che non esiste", si infila in un non-luogo che pare il Giappone, eppure riesce a raccontare un'Italia vera, lontana dai riflettori e dai set delle commedie mutuate dall'estero. Il film di Sossai trova una sua energia laconica che cresce lentamente e alla fine commuove, perché forse il segreto del mondo - o almeno di una vita alternativa a quella frenetica e arrivista di oggi - Dori e Carlobianchi l'hanno scoperto davvero.”
Paola Casella da Mymovies.it
“Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride. Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede. Le città di pianura è una piacevole stranezza, il migliore dei film italiani che si sono visti allo scorso festival di Cannes, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita. In realtà la cosa è più vicina a Le città di pianura è Il sorpasso di Dino Risi, solo che è tutto sbagliato, vago, alticcio e disordinato.”
Da Wired.it
“Disillusione per le trasformazioni di quello che oggi viene chiamato “territorio”, il Veneto ma non solo, e per un capitalismo che si sta mangiando tutto, dopo aver affondato le persone a più riprese (nel film è evidenziata, in particolare, la crisi del 2008, con i conseguenti licenziamenti dei lavoratori) e aver americanizzato tutto ciò che trovava sulla sua strada (di sfuggita, tra le molte chicche “nascoste” del film, tra cui un cameo di Sossai come acquirente di occhiali contraffatti, si vede svettare una Statua della Libertà in miniatura nel bel mezzo della campagna veneta); ma anche amore per questa terra, tra la laguna (di Venezia) e le montagne, come nel dipinto della villa del conte, un capriccio della Scuola del Veronese, che collega questi due poli facendo scomparire “le città di pianura” che stanno nel mezzo e non servono a niente; che comunque sono lo spazio delle scorribande notturne, e non solo, ma sempre alcoliche, di Doriano e Carlobianchi, i cinquantenni protagonisti. (…) Giulio (il terzo protagonista) è travolto dai due uomini più vecchi che sembrano sequestrarlo ma alla fine riesce, dopo balli, concerti e bevute (bellissime anche queste, le sequenze dei concertini dal vivo e dei balli di tutti i tipi, con la musica, nel film, di Krano, che suona un country – folk distorto su parole del dialetto veneto), a vedere una cosa che aveva sempre avuto in mente di vedere, vedere dal vivo, non solo “in pianta”, il Memoriale Brion di Altivole, di Carlo Scarpa.”
Da Cineforum.it
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Giulio Martini Domenica pomeriggio |
Tra malinconia e sbornia di ricordi ingannevoli e confusi ecco un tentativo di far fare al Cinema un "saggio" urbanistico/architettonico /sociale, brontolando sul paesaggio che muta, senza una logica se non quella del far soldi e del cedimento al pessimo gusto americano. Con qualche velleità intellettuale e molta grossolanita' locale si elabora il lutto per un ambiente veneto , naturale e popolare,irrimediabilmente agonizzanti. Operazione molto difficile che solo a tratti parte è sostenuta da uno stile visivo/ sonoro adeguato, persuasivo e all'altezza del discorso. |
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Angelo Sabbadini Lunedì sera |
Le città di pianurasi impone come un’indagine sottile sulla deriva delle periferie, dove il regista Francesco Sossai allo stesso modo osserva e racconta. La sua è una vera e propria ricerca antropologica, attenta ai gesti minimi e ai rituali quotidiani. I personaggi danno la sensazione di non essere costruiti, ma quasi “catturati” nel loro stare al mondo. Il paesaggio della pianura veneta diventa un campo di studio, una geografia dell’esistenza diffusa. Sossai filma senza giudicare, lasciando emergere una comunità fragile e dispersa, anestetizzata dai riti alcolici. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Due sbronzoni, disoccupati di lungo corso (dalla crisi del 2008) e per nulla intenzionati a tornare a lavorare, vivacchiamo di piccole truffe. Vagano nel nulla di strade che non li portano da nessuna parte, casualmente anche in una Venezia brutta e cadente. Qui incontrano un giovane architetto napoletano, solitario e depresso. E poi inizia Il sorpasso! Certo, con qualche differenza: non si fa male nessuno, ma forse non è questa la differenza più significativa. Là c’erano un presente e un futuro che sembravano meravigliosi (non era così, ma così pareva ai due protagonisti), qui non c’è nulla e se i due scappati di casa mostrano al giovane una alcolica, malinconica leggerezza e consapevolezza del vivere, lui comunica un po’ della sua cultura e svela loro il memoriale Brion che i due non conoscevano, pur vivendo ad Antivole (non è casuale che tutti i visitatori siano stranieri). Ed infine c’è, quale altro personaggio, quella terra “di pianura” violentata e destinata ad essere distrutta e ricoperta di brutti e inutili edifici; anche quel “capriccio” cinquecentesco, il sogno arcadico di un paesaggio fantastico, è destinato alla demolizione, sostituito da una improbabile autostrada. Infine, il commosso e fragoroso addio al giovane e poi un gelato per consolazione; uno però ha gusto troppo aspro e l’altro finisce spiaccicato dalle auto: cosa resterà ai due protagonisti? Forse la nostalgia della gioventù e delle lumache cucinate dalla Mery nella sua trattoria, ora chiusa e cadente? |
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Giulio Martini Venerdì sera |
Giulio ha sostituito Giorgio |
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Marco Massara Jolly |
La tristezza è la sensazione prevalente, alla fine di questo “Sorpasso" senza vittime. Ma il confronto col film del 1962 si fa stridente: là c’era l’eco, se non il profumo, del boom economico; qui ci sono i resti di un paesaggio devastato ed una locomotiva del nord-est che ha smesso di tirare. Il film ci lascia con in sospeso quello che ha detto il direttore Citran e il non udito dei “tre amici che non hanno trovato il bar (grande Gino Paoli)’. L’impressione è di un’opera di forti argomenti, ma con un motore drammaturgico poco potente. |
Mi è sembrato un film sgangherato, come i suoi protagonisti, sempre all'inseguimento di qualche bevuta, possibilmente gratuita.
Incredibile poi che girando in auto in quello stato di ebbrezza siano arrivati incolumi alla fine del racconto.
Interessante solo l'iniziazione di Giulio che, dalla sua iniziale timidezza e persino inibizione, ha acquistato una certa sicurezza dal contatto con l'incosciente spavalderia dei suoi compagni improvvisati.
Nell'insieme. però, l'ho trovato un quadro triste e demoralizzante, compresi i paesaggi senza alcun fascino o attrattiva.
La gazza ladra
da domenica 8 a venerdì 13 marzo 2026
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LA GAZZA LADRA
regia di Robert Guédiguian

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Giulio Martini domenica pomeriggio
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Il Mondo in versione Guediguian, fatto di sano familismo,di sana solidarietà di classe e malsane cattiverie che vengono puntualmente riassorbite. Girato con radiosa leggerezza e sognante ironia stupisce - al solito - per la pacatezza e la scioltezza con cui fa lievitare storie minime autocebrative a utopie quasi a portata di mano. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
Il film La gazza ladra di Robert Guédiguian sembra muoversi nello stesso territorio morale di Victor Hugo. Come nei personaggi de I miserabili, una piccola colpa nasce da un contesto di fragilità sociale e apre una domanda più grande sulla giustizia. Guédiguian guarda alla sua protagonista con uno sguardo ispirato dal grande scrittore francese: la legge definisce il furto, ma la coscienza dello spettatore è chiamata a interrogare le circostanze. Il film non assolve il gesto, ma chiede di misurare la distanza tra legalità e umanità. In questo spazio di tensione emerge un’idea molto ottocentesca: capire una colpa può essere più importante che punirla |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Cosa spinge Maria a rubare? Godere di qualche piccolo piacere oppure è solo il sintomo di un disagio che attaglia tutti? Perché è un film dove il contrasto tra la solarità del luogo, splendidamente definito, e le malinconie dei personaggi si fa struggente: tutti o quasi vorrebbero o avrebbero voluto altro, cioè che la vita nega o ha negato. Maria ha trasmesso la sua irrisolta passione per la musica al nipote, senza però avere i mezzi economici per sostenerlo; la vecchia signora elegante aspetta chi è morto da decenni e così via. Sguardo come sempre empatico, ma il regista ha fatto di meglio. |
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Giorgio Brambilla venerdì sera |
Robert Guédiguian tallona i suoi personaggi, seguendoli in tutte le loro scelte, più o meno discutibili: Maria, che ama sia gli anziani che accudisce sia il nipote , per cui deruba i primi; o Laurent, che rimprovera il padre per aver abbandonato la madre per poi replicarne il comportamento; o Audrey, la moglie tradita che si vendica, o chiunque altro. Nessuno è giudicato, tutti sono accompagnati nella loro evoluzione, con uno stile da commedia anche quando la storia vira nel dramma, nel senso che si procede per tocchi lievi, senza ponderosi approfondimenti. E come in un film di Kieslowski il caso si fa motore di quanto accade a tutti, con il fallimentare furto creatore di un effetto domino che stravolge la tranquilla situazione iniziale. Attenzione però, il film ha una sua Weltanschauung: si capisce benissimo che il regista ama tutti, perché sono onesti con se stessi e con gli altri, fanno quel che possono e si accettano così come sono. È esemplare da questo punto di vista il finale, con monsieur Moreau che dice a Maria di comprarsi una dozzina di ostriche, perché il regista condivide la sua tesi che non si può sempre rinunciare a tutte le cose belle, e perché tutti i suoi datori di lavoro percepiscono il suo sincero affetto. Una visione onesta a suo modo, e umana, sufficientemente umana |
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Marco Massara Jolly |
Non è difficile fare del buon cinema se si sanno sviluppare temi importanti e pervasivi con i registri della leggerezza, se si costruiscono personaggi riconoscibili nelle loro azioni e nel loro ruolo in cui si sviluppa l’intreccio, se ci si pone in una situazione priva di pregiudizio e che lascia allo spettatore la costruzione del proprio punto di vista. |
Film decisamente bello. La visione del mondo di Guédiguian evolve da una severa militanza di sinistra, dove i suoi personaggi sono dominati da necessità primarie come la casa e la sopravvivenza quotidiana, ad una visione più allargata, dove ad un'esistenza decorosa, una casa accogliente e una vita regolare, con i consueti alti e bassi, fa da contraltare il desiderio di qualcosa di più marginale.
Così per appagare il desiderio di cose meno essenziali, il piatto di ostriche o lo studio del pianoforte del nipotino dotato, sembra quasi naturale approfittare dei soldi di chi sta meglio, pur con la sensazione di non fare niente di male e continuando a dispensare affetto ed attenzioni.
Il quadro complessivo è pieno di luce, colori e vivacità, dove le vicende virano velocemente dal dramma alla commedia e le persone ci appaiono amabili e comprensive, ispirando ottimismo e fiducia nella natura umana.
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L'uomo nel bosco
da domenica 15 a venerdì 20 marzo 2026
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L'UOMO NEL BOSCO
regia di Alain Guiraudie

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Giulio Martini domenica sera |
Un distillato di sentimenti gay in un involucro pseudo - thriller; in realtà una richiesta di comprensione/misericordia ( voce da titolo originale ) per le le anomalie dell'orientamento/comportamento sessuale, che non escludeno - per in quanto a stranezze e gelosie - nessuno dei personaggi. Girato con sicuro mestiere e recitato con pause calcolate, il racconto incuriosisce e regge la giusta durata,driblando l dubbi e domande, anche etiche, lasciate volutamente in sospeso per tirare in pubblico dalla parte della comprensione e della tolleranza |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
L’uomo del boscoè una commedia nera che si muove con leggerezza su un terreno moralmente vertiginoso, dove il crimine non rompe mai davvero l’ordine delle cose. Alain Guiraudie orchestra personaggi opachi e desideranti con un’ironia sottile, trasformando il villaggio occitano in un teatro dell’ambiguità. Il tono resta sospeso tra il grottesco e il quotidiano, dove anche la morte sembra essere assorbita dalla normalità. La risata nasce dal disagio, da situazioni in cui il non detto pesa più dell’azione. |
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Giulio Martini mercoledì sera |
Giulio ha sostituito Guglielmina |
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Giorgio Brambilla venerdì sera |
Il film di Alain Guiraudie procede spiazzando costantemente lo spettatore, non speigando una serie di avvenimenti importanti del passato dei personaggi, così come le motivazioni di molti di quelli che accadono davanti ai nostri occhi. In particolare mi pare che risultino misteriosi i motivi dell’attrazione che Jérémie esercita nei confronti di tutti coloro che lo circondano. Questo è in linea con il cinema moderno, che non porta lo spettatore per mano ma gli dà la possibilità di decidere il senso di quello che vede, come si fa con gli adulti. Nel mio caso, però, l’effetto è stato quello di rendere gli accadimenti un po’ gratuiti, con la conseguenza di lasciarmi relativamente estraneo alla vicenda. Probabilmente mi sarà sfuggito qualcosa che invece hanno visto i redattori dei Cahiers du cinéma, quando l’hanno proclamato film dell’anno del 2024 ma, nonostante alcune trovate geniali, legate in particolare al personaggio del sacerdote, come la confessione “al contrario” e il discorso sulla capacità che tutti abbiamo di mettere a posto la nostra coscienza, nell’insieme non l’ho trovato davvero compiuto |
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Guglielmina Morelli Jolly |
Al termine del film si resta un po’ sconcertati e non certo perché siamo moralisti e non ammettiamo che l’assassino, pur essendo stato smascherato, non sia punito (ciò accade anche in altri film, come ad esempio Sotto le foglie). Piuttosto non cogliamo il senso profondo del film, oltre al livello più apparente che sarebbe il classico “colloca un elemento estraneo in un contesto provinciale perché esplodano tutte le turpitudini” e il sospetto è che non ci sia un altro livello e che il tutto sia un altro classico: un épater les bourgeois” ricattatorio e insieme ruffiano (mi si passi il termine). Me lo vedo il regista col che mi sta accusando: spettatore oscurantista e bigotto non sai accettare i comportamenti dei personaggi e li trovi grotteschi e improbabili! Ecco, mi sono sentita un po’ presa in giro, come è accaduto con l’ultimo Lanthimos: una gran baraonda per mostrare il nulla. Rosso. |
Non riesco a catalogare questo film ma posso dire che l'ho trovato decisamente sgradevole.
I personaggi sono ambigui e poco credibili, i vari episodi paradossali, il susseguirsi degli avvenimenti sembra ideato da una mente annebbiata e non riesco proprio a capire le buone recensioni della critica.
Unica nota positiva la pace e la bellezza del bosco, ma è troppo poco.
L'orto americano
da domenica 1 a venerdì 6 marzo 2026
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L'ORTO AMERICANO
regia di Pupi Avati

“Le espansive, calorose famiglie emiliane, protettive come il passato idealizzato cui appartengono, sono ricorrenti nel cinema di Pupi Avati come un refrain di malinconica e tenera nostalgia. Ne L'orto americano vediamo invece le ombre dei parenti morti del giovane protagonista (il sensibile Filippo Scotti, già alter ego di Sorrentino in È stata la mano di Dio), cristallizzate nelle fotografie in bianco e nero da cui non si separa mai e che interroga come Lari o immagini votive. I morti sono la sua vera famiglia: è un primo, cupo indizio della diversità di questo sognatore (con cui l'autore si identifica), che ha avuto problemi di instabilità mentale tali da dover essere rinchiuso in manicomio. Nella Bologna appena liberata dai nazifascisti, rimane folgorato dalla bellezza di un'ausiliaria americana che diventa la sua stilnovistica ossessione tanto da approfittare subito di un'occasione per trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti dove sperare di incontrarla e intanto scrivere il suo nuovo romanzo. Dal quel momento si susseguono alcune incongruenze narrative e coincidenze assurde e bislacche, come se ad Avati non importasse più di tanto la solidità logica del racconto e, d'altra parte, come se evitasse anche di sfruttare il precario equilibrio mentale del protagonista per farci dubitare di ciò che vediamo e udiamo, forse perché dà comunque per scontato che siamo dentro la sua soggettività, dentro i suoi fantasmi e non nel mondo reale.
Arrivato al suo decimo film gotico (tratto dal suo romanzo omonimo, pubblicato nel '23 da Solferino, che, come nel caso dei precedenti, contiene numerosi risvolti in più, oltre ad alcune differenze), l'autore delle Strelle nel fosso, con l'apporto alla sceneggiatura del figlio Tommaso, inanella le situazioni narrative come pretesti per inventare nuove e dense variazioni su un tema già significativo del Signor Diavolo: la sacralità della famiglia che si rivela un turpe inganno, dove i legami di sangue sono avvelenati dal tradimento.
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Giulio Martini domenica pomeriggio |
al limite del verosimile e sui crinali di pazzia/ invenzione,amore /patologia, al di qua/ aldilà,viventi/ defunti Avati imbastisce una delle sue luciferine e paludose trame paesane, che palpitano di turgide emozioni e di paure ancestrali. Da sempre il dialogo con i trapassati ha alimentato la sua fantasia popolana,ma qui il piacere passatista dell'occulto si salda col il cinema ed il cinegiornalismo che furono. Purtroppo qualche passaggio forzato e stridenti citazioni dotte ( dai lirici greci a Torquato Tasso ) sbilanciano l'insieme - non omogeneo - nonostante la suggestiva patina di un ottimo b/n d'antan. |
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Angelo Sabbadini lunedì sera |
L’orto americano, diretto da Pupi Avati, soffre di una sorprendente povertà psicologica: i personaggi restano figure schematiche, mai davvero approfonditi nelle loro motivazioni. Le relazioni tra gli allucinati protagonisti non evolvono, ma si limitano a sostenere il meccanismo narrativo. In assenza di un autentico spessore interiore, il film finisce per affidarsi quasi esclusivamente all’intreccio. Ma proprio l’intreccio, carico di coincidenze e rivelazioni improbabili, risulta strampalato e poco credibile. Ne emerge un’opera formalmente curata ma emotivamente distante e narrativamente fragile. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Così parla Avati relativamente al superamento del gotico padano in un “Gotico Maggiore” che può “liberare il genere da quel non luogo/non tempo per condurlo in contesti storico sociali fortemente riconoscibili e verosimili. È evidente che, così facendo, la quantità di inquietudine che produci risulta maggiore e si trasmette con maggiore efficacia nello spettatore.” Dunque spazio determinato (Bologna, Davenport e Argento) e tempo tra la fine della seconda guerra e … chissà. Perché va bene verosimile, ma non “vero”! Chi è il protagonista? Sa parlare e ascoltare i morti ed è identico nelle fattezze anche dopo molti anni, forse è già morto? O tutto è il suo sogno di giovane disturbato? Non cerchiamo di capire, il genere non lo prevede, lasciamoci trascinare in questo mondo tra la vita e la morte, la guerra e la pace, la verità e la menzogna, il fiume e il mare, dove ciò che conta è un amore assoluto. Film enigmatico, dove la realtà si mescola, come accade all’acqua del Po a quella del mare, alla paranoia e alla follia. Affascinante ma, confesso, non è il mio genere e magari sono io che non capisco! Quindi azzurro. Dimenticavo: la casa di Davenport è quella stessa che Avati aveva fatto ristrutturare e in cui in girò “Bix”. |
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Giulio Martini Venerdì sera |
GIULIO HA SOSTITUITO GIORGIO |
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Marco Massara Jolly |
Il sostanziale pregio del film è la leggibilità della trama che, almeno sul fronte narrativo, non mette in difficoltà lo spettatore. Sul piano dei temi invece le cose si complicano, e non poco. Troppi sono i rivoli tematici in cui si perde l’intenzione di Avati di dare una nuova energia alle sue espressioni ‘gotiche’ che ora al più fanno rimpiangere le atmosfere della “Casa delle finestre che ridono” (1976) |
Ho sempre amato film di Pupi Avati ma questa volta sono rimasta delusa.
Ho trovato questa pellicola decisamente sgradevole, in misto di horror e gotico, con una trama confusa e difficile da seguire.
Per me totalmente negativo.
