I colori del tempo
da domenica 17 a SABATO 22 maggio 2026
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I COLORI DEL TEMPO
regia di Cédric Klapisch

Nazione: Francia
Durata: 124 min
Regia: Cédric Klapisch
Interpreti: Suzanne Lindon, Abraham Wapler , Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile de France
Sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Fotografia: Alexis Kavyrchine
Musiche: Robin Coudert
Montaggio: Anne-Sophie Bion
Scenografia: Marie Cheminal
Produzione: Bruno Levy
Distribuzione: Teodora Film
“I colori del tempo si inserisce con grazia nel filone tematico che sembra dominare quest’anno sulla Croisette: la necessità di riguardare indietro, di riassemblare i cocci del tempo per comprendere il presente. È un film che non ha l’urgenza di sorprendere, ma quella – ben più sottile – di ricordare. E nel ricordare, riconciliarsi. Sì, certo, c’è chi storcerà il naso: troppi personaggi, un impianto corale che a volte sbanda, qualche cliché di troppo. Ma c’è anche quella leggerezza “impressionista” che è il marchio di fabbrica del regista: una joie de vivre che aleggia come una brezza sottile. Non è un film che segna. È un film che passa. Ma passa bene. E poi c’è quella battuta, lasciata in chiusura dal più giovane dei protagonisti, che riassume tutto: “Ho inseguito da sempre il futuro, ma guardare al passato mi ha fatto bene.” Vale per la vita, vale per il cinema. E vale per Klapisch, che con questo film sembra dirci che, prima di inventare il nuovo, possiamo ancora (e forse dobbiamo) rovistare tra le pieghe dell’antico. Non per nostalgia, ma per lucidità. Non è un capolavoro, I colori del tempo. Ma è un film che fa bene. E oggi, non è poco.”
Da wwwcinematografo.it
“Sono tutti più o meno delusi dalla loro vita. C’è chi è irrealizzato, chi sta iniziando una carriera e chi la sta finendo. Sono il gruppo variamente assortito di parigini di oggi chiamati per un’eredità, discendenti di un’unica donna, Adèle Meunier, diventata adulta a fine Ottocento passando per un cruciale periodo trascorso a Parigi, dove, partendo dalla natìa Normandia, partì in cerca della madre mai conosciuta. Generazioni (di oggi) a confronto, mentre prende forma la storia di formazione di una giovane donna di ieri, di un periodo certo non scelto a caso da Cédric Klapisch, buon artigiano del cinema francese che ama cambiare atmosfere e generi, in questo caso anche epoche .(…) È una commedia, I colori del tempo, all’interno di un film originale, che regala un intrattenimento piacevole senza alzare la voce, con palese divertimento e la sincera curiosità di avventurarsi in anni cruciali per lo stesso cinema. Siamo nel 1895, proprio quando la nuova arte azzardava i primi vagiti, ma soprattutto la fotografia sembrava poter dominare il racconto visivo, soppiantando e addirittura decretando la morte della pittura. Almeno era quello che in molti pensavano, facendo sorridere al pensiero di anni più recenti - tipo oggi - e al grido comune alla morte del cinema. (…) Al di là di tutto, è soprattutto un ennesimo inno alla vita di Klapisch, a quell’avventura che si svela ogni giorno davanti ai nostri occhi, fra l’emozionato primo video musicale del giovane influencer, che si innamora della bella cantante, e il giorno della pensione del professore di lettere, così amato dai suoi studenti che gli tributano un infinito applauso che lo scorta fuori dalla scuola, verso la sua nuova vita. E in un’epoca ripiegata su sé stessa, suona anche come un invito non pedante a guardarsi indietro, per avere consapevolezza piena del proprio futuro, guidati dall’amore per la scoperta e dall’immaginazione.”
Da www.comingsoon.it
“I colori del tempo conferma la persistenza, nel cinema francese contemporaneo, di un gusto per la memoria domestica, per un passato riprodotto in vitro sotto forma di eleganza visiva e di equilibrio narrativo. (…) Cédric Klapisch sceglie un dispositivo meno legato al profilmico e più al linguaggio cinematografico in senso stretto: il montaggio alternato come strumento per far dialogare due epoche, la fine dell’Ottocento e il presente, unite da un’eredità e da una casa che diventa soglia simbolica. Un gruppo di personaggi contemporanei, sconosciuti tra loro, scopre di essere legato da un testamento comune: la proprietà di una dimora appartenuta a una donna, Adèle, vissuta nella provincia francese e poi trasferitasi a Parigi negli ultimi anni del XIX secolo. L’eredità materiale è, come spesso accade in Klapisch, pretesto per un’esplorazione più ampia della continuità affettiva e culturale tra le generazioni. (…) Il riferimento al 1895, anno di nascita del cinema, è tutt’altro che casuale. Klapisch sembra voler mettere in scena una piccola genealogia dello sguardo: da un lato la pittura impressionista, con il suo sforzo di catturare l’istante e la luce, dall’altro il cinema nascente, che trasforma la fissità dell’immagine in movimento. Il quadro di Monet (Impression, soleil levant, del 1872) che attraversa la vicenda diventa così il punto di congiunzione tra due forme di rappresentazione, la tela e lo schermo, entrambe legate all’esperienza della visione e del tempo. Ma il film, invece di interrogare criticamente questa relazione, la riduce a simmetria illustrativa: la pittura come eco estetica del cinema, non come suo antecedente problematico. Insomma, I colori del tempo costruisce un discorso sulle immagini senza mai interrogare davvero il loro potere. L’idea di un montaggio che metta in dialogo passato e presente resta una dichiarazione d’intenti: non si traduce in tensione né in rottura, ma in un ritmo costante, rassicurante, che finisce per anestetizzare il fluire del racconto. (…) Il film guarda alla Parigi fin de siècle come a uno spazio da abitare esteticamente, non come a un territorio da interrogare. In questo senso, l’operazione di Klapisch si inserisce pienamente in quella che lo studioso Emiliano Morreale in un suo saggio definiva “l’invenzione della nostalgia”: il passato costruito come simulacro, come dispositivo di piacere per uno spettatore che cerca riconoscimento più che perturbazione.”
Da www.quinlan.it
“Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l'equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c'è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. (…) Con La venue de l'avenir, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po', dirigendo con brio un grande cast corale che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca. (…) I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un'energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare - quella che contribuisce alla coscienza collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.”
Da www.mymovie.it
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Giulio Martini |
Con umiltà e senza strafare Klapisch, gareggia con gli Impressionisti e W.Allen a mettere in mostra - nella Ville Lumiere e nell' anno dei fratelli Lumiere - le magiche tracce che ci lascia la memoria visiva - tra fotografia,pittura e cinema - all'insegna della massima ingenua gioiosa soggettività possibile. Film rilassante e resiliente, invita a non tradire la tradizione ( specie nazionale... ) e a far sempre tesoro del passato per poter su un piu' "luminoso " futuro, tutto da immaginare e/o sognare. |
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Angelo Sabbadini Lunedì sera |
La stagione del Cinecircolo si chiude con I colori del tempo, commedia attraversata da intuizioni felici, ma nella quale la regia fatica a costruire una piena continuità narrativa ed emotiva. Il film procede in modo diseguale, alternando momenti di autentica ispirazione a sequenze più prevedibili e dispersive. Sono caratteristiche già emerse nel cinema di Cédric Klapisch, che in quest’opera ambiziosa conferma insieme qualità e limiti del proprio sguardo. Resta così un lavoro imperfetto, ma comunque capace di lasciare una traccia nella memoria degli spettatori del Bazin. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
La stagione finisce con un gradevole film francese (ancora) che intrecciando passato e presente trova modo di pacificare la Parigi di fine ‘800 e quattro nevrotici parenti (ma tra loro sconosciuti) che cercano, indagando una bizzarra eredità, di ricostruire la storia di una avventurosa antenata e, forse, dare così un senso al loro presente. Nulla di straordinario, ma film intelligente, coloratissimo e rassicurante sulla sorte del nostro presente e sui rapporti che intratteniamo con le persone. |
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Giorgio Brambilla Sabato sera |
Cédric Klapisch costruisce un film che ci mostra la vita di una giovane donna che nel 1895 incontra per la prima volta sua madre e scopre Parigi, la pittura, la fotografia, la scrittura e, indirettamente, il cinema, facendoci guardare tutto questo con gli occhi innocenti della protagonista, che mette a confronto con quelli di noi fruitori di internet e dei centri commerciali, per farci riflettere sull’importanza di sapere da dove veniamo, oltre che dove vogliamo andare, e di assumerci il rischio di essere davvero noi stessi. Ci invita a fare un viaggio in un mondo genuino, del quale ci sembra di sentire il gradevole sapore contrapposto a quello della fretta e dell’utilitarismo che va per la maggiore. La confezione è buona, le idee condivisibili, l’immersione funziona, un po’ come se anche noi prendessimo una giusta dose di ayahuasca. L’unico difetto che trovo è che al regista sembra che piaccia un po’ troppo vincere facile… |
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Marco Massara Jolly |
Elogio del cinema come meravigliosa macchina del tempo-spazio! Un film di facile lettura, che mette ‘ comodo’ lo spettatore ma senza dimenticare dei ragionamenti non sempre leggerissimi. La citazione di “Midnight in Paris” di Woody Allen è quasi una scopiazzatura, ma quando si tratta di Woody molto si perdona. Un film “easy listening”, tutto sommato, adatto alla fine della stagione del Cineforum. Arrivederci ad ottobre! |
Maria Cristina Cinquemani
Abbiamo chiuso in bellezza con un film molto piacevole e rilassante.
Belli i passaggi dal passato al presente, con una Belle Epoque un po' idealizzata ma benissimo rappresentata.
I paesaggi sono decisamente ispirati alle pitture impressioniste e il fascino del tempo che fu si impone su di noi così come sui protagonisti alquanto frenetici del mondo odierno.
Come contorno una Parigi bella oggi come ieri.
