Titolo

L'ultimo turno

 

da domenica 3 a venerdì 7 maggio 2026

vai ai commenti degli animatori

vai ai commenti del pubblico

 

L'ULTIMO TURNO

regia di Petra Volpe

Locandina italiana L'ultimo turno

 

 

Paese di produzione Svizzera, Germania

Anno 2025
Durata 92 min
Regia Petra Volpe
Sceneggiatura Petra Volpe
Produttore Reto Schaerli, Lukas Hobi
Casa di produzione Zodiac Pictures, MMC Zodiac, SRF, SRG SSR
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Judith Kaufmann
Montaggio Hansjörg Weißbrich
Musiche Emilie Levienaise-Farrouch
Interpreti e personaggi Leonie Benesch: Floria Lind
È stato scelto come candidato svizzero all'Oscar al miglior film internazionale 2026.[1]
“La regista Petra Volpe, che ha presentato il film all'ultima Berlinale nella sezione Gala, segue la sua protagonista con la macchina a mano nel corso di lunghi piani-sequenza che trasmettono la concitazione delle sue ore. La tecnica naturalmente impeccabile, per quanto garantita ormai da qualsiasi prodotto cinematografico o televisivo (come nel recente Adolescence, ad esempio), crea un'atmosfera di continua tensione, e punta naturalmente all'identificazione dello spettatore con l'esperienza della protagonista.
Aldilà però della facile struttura narrativa ad accumulo (narrativo e visivo), e pure della scelta un po' discutibile di inserire un risvolto quasi giallo nella lunga notte di Floria (scelta figlia dell'influenza della serialità sul cinema, come se un racconto non potesse non avere un momento thrilling...), L'ultimo turno deve la sua efficacia soprattutto ai rapporti interpersonali che crea. Stanza dopo stanza, conversazione dopo conversazione, cura dopo cura, la frenesia dei movimenti di Floria si oppone alla debolezza dei suoi pazienti, alla loro rassegnazione dopo scoppi di rabbia, ed è in questi spazi di vita, di contraddizione e in fondo di bellezza (come nel confronto con l'arrogante manager malato di tumore al pancreas), che il film lascia alla sua bravissima interprete Leonie Benesch (conosciuta in La sala professori) il tempo e il modo di mostrarsi come uno dei volti più interessanti del cinema europeo, così fragile da non chiedere altro che empatia e così forte da trascinare il film ben oltre i cliché del cinema medico.”
Da MYmovies.it
“Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì. Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto, evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio di ritorno …), in cui il presupposto di utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una discreta dose di intrattenimento.”
Da quinlan.it

Giulio Martini

domenica pomeriggio

interessante e ben riuscito  focus  su un ruolo ed un delicato lavoro  sociale gia' trattato dal cinema ( tra impegno e pieghe sexy ) ma qui pedinato per  meditare sul concetto - molto luterano -  di  "Beruf".

Non solo efficienza e competenza, ma anche - come dice il nome e pensa ogni tedesco - "vocazione", cioe' compito civile e umano che incrocia il senso del vivere.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

L’eroina (Heldin) evocata dal titolo originale del film di Petra Volpe è Floria, un’infermiera che affronta con tenacia e dedizione un turno ospedaliero ad alta tensione. La macchina da presa la segue senza tregua per novanta minuti, immergendoci nel suo ritmo serrato. Attraverso il suo sguardo comprendiamo la natura estenuante del lavoro di cura. Ne emerge una performance fisica, morale e psicologica continua e logorante, magistralmente condotta dalla protagonista Leonie Benesch. Un ritratto lucido di una professione essenziale, oggi sempre più a rischio. 

Marco Massara

mercoledì sera

Non cadiamo nell’errore di consideralo un documentario o un film a tema.  Il film infatti inserisce in una situazione caratterizzata da un duro realismo alcuni momenti di ottimo cinema di finzione:  slanci di generosità, momenti di empatia e di umana reazione ad situazioni sempre più incalzanti ed opprimenti.

Compresa la  piccola favola dell’orologio ‘defenestrato’ e ritrovato dalla paziente più insofferente; ogni paziente crede che i suoi desideri delimitino un mondo al di fuori del quale non esiste nulla. E per soddisfarli ci vuole davvero una ‘eroina’ (il titolo originale del film).

Straordinaria Leonie Benesch- Consiglio di rivederla ne “La sala professori”

Giorgio Brambilla

venerdì sera

La regista Petra Volpe ci fa seguire la sua “eroina”, che è poi il titolo originale del film, dal viaggio verso l’ospedale a quello con cui lo lascia, dopo aver fatto il turno pomeridiano. L’ingresso è a passo di marcia, attraverso un corridoio sotterraneo che pare l’accesso a un bunker, perché in effetti fa entrare in una vera zona di guerra. Costretta ad avere a che fare con pazienti e parenti di ogni categoria, cortesi e in cerca di solidarietà o aggressivi e pretenziosi, la sig.ra Lind si muove con l’efficienza di una macchina, che può anche incepparsi, e l’attenzione di un’amica che tiene davvero a coloro che cura, professionale e umana. La regista non è interessata a spettacolarizzare la vita d’ospedale, come tante serie TV, ma a mostrarci come lei, presente in ogni singola sequenza del film, vive tutto ciò che accade. Questo si vede in modo esemplare nel momento della rianimazione della sig.ra Bilgin, con la macchina da presa sempre a distanza, il personale in azione sfocato e il controcampo insistito della com-passione di Floria. Il senso del suo lavoro ci è dato dal biglietto del sig. Leu e dall’incontro finale in bus con la paziente di cui sopra. Attraverso di lei passa il significato politico del testo.

Leonie Benesch È il film, con una prova d’attrice magistrale 

Guglielmina Morelli

jolly

La struttura del film sembra semplice o lineare, in realtà è una calibratissima climax dove la tecnica asseconda il tema di fondo. Si parte lenti, quando un ampio piano sequenza segue la protagonista, ordinata e dinamica, che inizia il suo turno e nel suo primo approccio con la paziente malata di demenza senile è, unica volta nel film, aiutata da un collega. Man mano che procede l’azione, il ritmo della macchina da presa si fa più frenetico e ansiogeno, sottolineando i temi forti che il film tocca nel suo percorso (la vita, la solitudine, l’incomunicabilità, la malattia, il dolore, la morte, il destino, la cura, la solidarietà, la pietà) e l’attrice restituisce progressivamente lo sforzo di una occupazione (che deve gestire da sola) con una postura del corpo che rende sempre più la fatica e la prostrazione. Fino al momento della massima tensione dove il tema principe diventa il tempo (l’orologio), il tempo della vita o della morte ora del manager altezzoso e disperato, ora il tempo di tutti i personaggi. Finale per nulla consolatorio, dolente espressione di una donna esacerbata da un impegno insostenibile.

 

Maria Cristina Cinquemani

Film molto interessante ma faticoso da seguire. Si viene veramente contagiati dall'ansia e dalla concitazione della povera infermiera protagonista.

Pare veramente impossibile che ci sia una simile carenza di operatori, visto che non ricordo di aver mai assistito a tanta frenesia, ma evidentemente le cose stanno rapidamente peggiorando.

 

Brava l'interprete e brava la regista. sono riuscite entrambe a farmi immedesimare nella drammaticità della situazione.