Titolo

Un semplice incidente

 

da domenica 12 a venerdì 17 aprile 2026

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UN SEMPLICE INCIDENTE

regia di Jafar Panahi

Locandina italiana Un semplice incidente

 

Anno: 2025

Produzione: Iran, Francia, Lussemburgo

Regia e sceneggiatura: Jafar Panahi

Fotografia: Amin Jafari

Cast: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr

Durata: 105’

Produzione: Bidibul Productions, Les Films Pelléas, Pio & Co

Distribuzione: Lucky Red

 

“Per la prima volta dopo 15 anni non mette in scena sé stesso, Jafar Panahi, abbandona l’autofiction, eppure in Un semplice incidente c’è tutto il peso dell’esperienza diretta con il regime, e, soprattutto, emerge nell’amarezza di certi scambi di battute, dei sette mesi passati in carcere, tra luglio 2022 e febbraio 2023, solo una parte dei 6 anni richiesti dalla corte di Teheran nel 2010 (…) Un semplice incidente è un film politico e diretto, immaginato però con una vena ottimistica che può sembrare quasi distopica, tratteggiando un contesto dove le donne portano i foulard dai colori più luminosi, coi nodi allentati, e l’aria in generale sembra essere di distensione se non di apertura a un tuttora inimmaginabile cambiamento. Un contesto dove un piccolo incidente come quello del titolo può aprire una crepa nelle strutture di autoconservazione del regime iraniano, una frattura attraverso cui emerge una campionatura simbolica di voci della società civile (l’artigiano, la fotografa, la sposa col marito, il giovanotto facile a infiammarsi, tutti interpretati da attori non professionisti), serpeggia il dilemma di come reagire ed eventualmente punire chi ha gestito il potere con violenza, un giorno che la crepa dovesse diventare irrichiudibile.”

Da cineforum.it

 

“Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna, con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più compiuto e radicale del suo autore.”

Da quinlan.it

 

“Chi cerca un cinema in cui l'impegno civile si ammanti di raffinatezze da cinefili farà bene a tenersi lontano da questo film. Chi invece sente l'urgenza della denuncia di una struttura di repressione in cui si stanno insinuando crepe visibili (soprattutto dopo la discesa nelle piazze delle donne) non potrà non apprezzare il fatto che il coraggioso regista iraniano abbia scelto la strada dell'ironia per poi poter colpire dritto il bersaglio mettendone a nudo la crudeltà. I suoi protagonisti, la cui presenza a partire da colui che compie il sequestro, procede per accumulo, seppur limitato, sono esseri umani che hanno subito la violenza e la perversione di un potere che si vede come teocratico (deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che non vada nel paradiso delle vergini) ed è invece solo interessato a conservare sé stesso.”

Da mymovies.it

Giorgio Brambilla

Domenica Pomeriggio

Jafar Panahi ci propone una commedia che riflette sulla tragica situazione dell’Iran, in un momento precedente i massacri di quest’inverno da parte del governo e la guerra in corso con gli USA e Israele. All’inizio ci presenta il malvagio torturatore Eghbal come una persona normalissima, un bravo padre di famiglia dispiaciuto di aver investito un un povero cane. Poi, attraverso il microcosmo di sue ex vittime che si forma, ci mostra gli effetti del regime criminale al potere in Iran e le possibili reazioni alle sue vessazioni, lasciando insieme trasparire la corruzione endemica sulla quale si regge il potere, che ha la sua esemplare manifestazione nel POS usato dagli agenti per incassare mazzette. Qui ci sono momenti davvero toccanti, come le reazioni dei vari personaggi quando pensano che potrebbero aver trovato il loro carnefice, o l’accompagnamento di sua moglie in ospedale. Infine ci pone la domanda delle domande: è possibile rimanere brave persone senza farsi schiacciare? Dopo un memorabile piano sequenza nel quale interagiscono i tre personaggi principali che ci dà una prima risposta, il finale ci fa intuire la serietà di questa scelta. Che riesca a fare tutto questo facendoci sorridere, è un piccolo miracolo

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

In Un semplice incidente, Jafar Panahi costruisce da par suo un sapiente dispositivo narrativo costruito sulla compresenza simultanea di commedia e tragedia. Spesso l’apologo sfiora il paradosso grazie a un dosaggio oculato di equivoci, esitazioni e dialoghi circolari. Tutto conduce in modo magistrale all’invenzione finale che attiva i visionari del Bazin. A luci accese si confrontano in modo serrato interpretazioni e intuizioni diverse. Tutte giustificate e veritiere dato il carattere aperto dell’epilogo del riuscito film del cineasta persiano. 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Un amico sosteneva che il dibattito non si deve fare subito dopo la visione del film, ma la
settimana successiva. Occorre lasciar sedimentare sensazioni ed emozioni per ragionare
con più lucidità. Proprio ciò che mi è accaduto nel caso di Un semplice incidente: l’angoscia
scaturita dalla visione mi ha nuovamente impressionata e sconvolta, impedendomi di
mettere a fuoco con chiarezza alcuni punti che già mi erano parsi decisivi ma non sapevo
bene perché. Ci ho ragionato, costringendomi ad una freddezza che il film rende difficoltosa.
Come abbiamo visto, la cecità è il tema chiave del film, prima affligge le vittime, ora il
presunto carnefice e quasi sempre noi spettatori. Il presunto torturatore non è riconosciuto
sicuramente da nessuna delle vittime (erano bendati), credono di riconoscerlo dal rumore
della sua gamba artificiale. Nessuno lo ha certamente riconosciuto, è chiaro che vogliono
che quell'uomo sia il loro torturatore: la prigione li ha sconvolti (fino alla paranoia) e solo il
libraio ha saputo gettarsi alle spalle ciò che il regime gli ha inflitto e giustamente trova inutile
la vendetta. Ma conosciamo (noi abbiamo visto chiaramente) un particolare: la ferita alla
gamba è certamente recente, e quindi? Azzardo una lettura un po' stravagante: l'uomo non
è il torturatore. Come quel crudele poliziotto aveva estorto false confessioni bendando i
carcerati e sottoponendoli a torture così questo poveraccio ha confessato ciò che le sue
vittime (ora torturatori) vogliono sentirsi dire; è stato come loro minacciato di morte, bendato,
legato, drogato, picchiato, rinchiuso in un camper-galera, trascinato nel deserto, allontanato
dalla sua famiglia. L'unico modo per ottenere la libertà è per lui “confessare” ciò che il
gruppo vuole. Funziona? Così si spiegherebbe anche l'indifferenza del regime nei confronti
del film e del regista. Certo, il finale resta enigmatico!

Giulio Martini

Venerdì sera

    Panahi vince  ancora la sfida di costruire un ingegnoso e fluido racconto girato in condizioni precarie.Fa scorrere il suo dolore tra  furie e dilemmi, voglia di rivalsa e pietà, alla spasmodica ricerca di un via d'uscita per se' stesso,i suoi amici  ed il suo Paese,ingabbiati in decenni di assurda violenza.

Marco Massara

Jolly

Nella prima parte del film, Panahi sembra abbandonare lo stile del “cinema necessario “ delle sue opere precedenti, per rivolgersi più ad un pubblico  “occidentale” (con tutte le riserve del momento su tale termine) scegliendo  una certa delicatezza del tocco e del tono del racconto, rischiando una certa perdita di lucidità.

Nella seconda parte invece vira verso una denuncia esplicita di delazioni e torture.  Emblematica l’inquadratura “sonora” finale: Anche se perdoni non  è detto che l’aguzzino non possa tornare, forse anche più vicino..

 

Maria Cristina Cinquemani

Come sempre la denuncia di Panahi colpisce il segno.

Con un racconto spesso in tono di commedia, a momenti persino esilarante, mette a nudo tutta la crudeltà del regime iraniano, descrivendo le ferite inguaribili di chi è stato nelle sue prigioni.

Nonostante questo non manca di far emergere la bontà di fondo del protagonista che, pur nella sua ansia di vendetta, non può fare a meno di avere compassione dei familiari del colpevole.

Anche il finale è consolatorio, quando l'aguzzino, ormai liberato, sembra voler punire chi lo ha rapito, ma poi inaspettatamente si allontana.

Il tono leggero di tutto il film non nasconde i particolari di crudezza che emergono dalle varie testimonianze.