Le città di pianura
da domenica 22 a venerdì 27 marzo 2026
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LE CITTA' DI PIANURA
regia di Francesco Sossai
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“Il film di Sossai sembra un "indie" americano anni Settanta, ma gli ambienti sono profondamente italiani, così come sono riconoscibilmente reali i due protagonisti che appartengono non al loro "territorio", ma proprio alla loro terra - quella "parola che nessuno usa più". Le città di pianura descrive "un paesaggio immaginario che non esiste", si infila in un non-luogo che pare il Giappone, eppure riesce a raccontare un'Italia vera, lontana dai riflettori e dai set delle commedie mutuate dall'estero. Il film di Sossai trova una sua energia laconica che cresce lentamente e alla fine commuove, perché forse il segreto del mondo - o almeno di una vita alternativa a quella frenetica e arrivista di oggi - Dori e Carlobianchi l'hanno scoperto davvero.”
Paola Casella da Mymovies.it
“Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride. Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede. Le città di pianura è una piacevole stranezza, il migliore dei film italiani che si sono visti allo scorso festival di Cannes, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita. In realtà la cosa è più vicina a Le città di pianura è Il sorpasso di Dino Risi, solo che è tutto sbagliato, vago, alticcio e disordinato.”
Da Wired.it
“Disillusione per le trasformazioni di quello che oggi viene chiamato “territorio”, il Veneto ma non solo, e per un capitalismo che si sta mangiando tutto, dopo aver affondato le persone a più riprese (nel film è evidenziata, in particolare, la crisi del 2008, con i conseguenti licenziamenti dei lavoratori) e aver americanizzato tutto ciò che trovava sulla sua strada (di sfuggita, tra le molte chicche “nascoste” del film, tra cui un cameo di Sossai come acquirente di occhiali contraffatti, si vede svettare una Statua della Libertà in miniatura nel bel mezzo della campagna veneta); ma anche amore per questa terra, tra la laguna (di Venezia) e le montagne, come nel dipinto della villa del conte, un capriccio della Scuola del Veronese, che collega questi due poli facendo scomparire “le città di pianura” che stanno nel mezzo e non servono a niente; che comunque sono lo spazio delle scorribande notturne, e non solo, ma sempre alcoliche, di Doriano e Carlobianchi, i cinquantenni protagonisti. (…) Giulio (il terzo protagonista) è travolto dai due uomini più vecchi che sembrano sequestrarlo ma alla fine riesce, dopo balli, concerti e bevute (bellissime anche queste, le sequenze dei concertini dal vivo e dei balli di tutti i tipi, con la musica, nel film, di Krano, che suona un country – folk distorto su parole del dialetto veneto), a vedere una cosa che aveva sempre avuto in mente di vedere, vedere dal vivo, non solo “in pianta”, il Memoriale Brion di Altivole, di Carlo Scarpa.”
Da Cineforum.it
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Giulio Martini Domenica pomeriggio |
Tra malinconia e sbornia di ricordi ingannevoli e confusi ecco un tentativo di far fare al Cinema un "saggio" urbanistico/architettonico /sociale, brontolando sul paesaggio che muta, senza una logica se non quella del far soldi e del cedimento al pessimo gusto americano. Con qualche velleità intellettuale e molta grossolanita' locale si elabora il lutto per un ambiente veneto , naturale e popolare,irrimediabilmente agonizzanti. Operazione molto difficile che solo a tratti parte è sostenuta da uno stile visivo/ sonoro adeguato, persuasivo e all'altezza del discorso. |
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Angelo Sabbadini Lunedì sera |
Le città di pianurasi impone come un’indagine sottile sulla deriva delle periferie, dove il regista Francesco Sossai allo stesso modo osserva e racconta. La sua è una vera e propria ricerca antropologica, attenta ai gesti minimi e ai rituali quotidiani. I personaggi danno la sensazione di non essere costruiti, ma quasi “catturati” nel loro stare al mondo. Il paesaggio della pianura veneta diventa un campo di studio, una geografia dell’esistenza diffusa. Sossai filma senza giudicare, lasciando emergere una comunità fragile e dispersa, anestetizzata dai riti alcolici. |
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Guglielmina Morelli mercoledì sera |
Due sbronzoni, disoccupati di lungo corso (dalla crisi del 2008) e per nulla intenzionati a tornare a lavorare, vivacchiamo di piccole truffe. Vagano nel nulla di strade che non li portano da nessuna parte, casualmente anche in una Venezia brutta e cadente. Qui incontrano un giovane architetto napoletano, solitario e depresso. E poi inizia Il sorpasso! Certo, con qualche differenza: non si fa male nessuno, ma forse non è questa la differenza più significativa. Là c’erano un presente e un futuro che sembravano meravigliosi (non era così, ma così pareva ai due protagonisti), qui non c’è nulla e se i due scappati di casa mostrano al giovane una alcolica, malinconica leggerezza e consapevolezza del vivere, lui comunica un po’ della sua cultura e svela loro il memoriale Brion che i due non conoscevano, pur vivendo ad Antivole (non è casuale che tutti i visitatori siano stranieri). Ed infine c’è, quale altro personaggio, quella terra “di pianura” violentata e destinata ad essere distrutta e ricoperta di brutti e inutili edifici; anche quel “capriccio” cinquecentesco, il sogno arcadico di un paesaggio fantastico, è destinato alla demolizione, sostituito da una improbabile autostrada. Infine, il commosso e fragoroso addio al giovane e poi un gelato per consolazione; uno però ha gusto troppo aspro e l’altro finisce spiaccicato dalle auto: cosa resterà ai due protagonisti? Forse la nostalgia della gioventù e delle lumache cucinate dalla Mery nella sua trattoria, ora chiusa e cadente? |
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Giulio Martini Venerdì sera |
Giulio ha sostituito Giorgio |
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Marco Massara Jolly |
La tristezza è la sensazione prevalente, alla fine di questo “Sorpasso" senza vittime. Ma il confronto col film del 1962 si fa stridente: là c’era l’eco, se non il profumo, del boom economico; qui ci sono i resti di un paesaggio devastato ed una locomotiva del nord-est che ha smesso di tirare. Il film ci lascia con in sospeso quello che ha detto il direttore Citran e il non udito dei “tre amici che non hanno trovato il bar (grande Gino Paoli)’. L’impressione è di un’opera di forti argomenti, ma con un motore drammaturgico poco potente. |
Mi è sembrato un film sgangherato, come i suoi protagonisti, sempre all'inseguimento di qualche bevuta, possibilmente gratuita.
Incredibile poi che girando in auto in quello stato di ebbrezza siano arrivati incolumi alla fine del racconto.
Interessante solo l'iniziazione di Giulio che, dalla sua iniziale timidezza e persino inibizione, ha acquistato una certa sicurezza dal contatto con l'incosciente spavalderia dei suoi compagni improvvisati.
Nell'insieme. però, l'ho trovato un quadro triste e demoralizzante, compresi i paesaggi senza alcun fascino o attrattiva.
