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Aragoste a Manhattan

 

da domenica 22 a giovedì 26 febbraio 2026

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ARAGOSTE A MANHATTAN

regia di  Alonso Ruizpalacios

 Locandina italiana Aragoste a Manhattan

Quello di Ruizpalacios è un film (quasi) corale, e la prima che incontriamo è l'intimorita Estella, immigrata ispanica che non sa una parola d'inglese. È arrivata lì perché conosce Pedro uno dei cuochi che lavorano nel ventre del locale, gestito da Rashid, imprenditore arabo-americano che, puntualmente, non mantiene la promessa di regolarizzare gli immigrati clandestini a libro paga. Al The Grill ci lavora pure Julia, che fa la cameriera ed è rimasta incinta di Pedro nel bel mezzo di un tira-e-molla. Julia vorrebbe abortire, Pedro è contrario. Come se non bastasse, sotto traccia, in un ritmo che si comprime e poi si dilata, c'è pure un'altra brutta storia: dalla cassa sono spariti ottocento dollari, e Rashid ha tutte le intenzioni di scoprire chi sia stato a rubarli. Insomma, Aragoste a Manhattan è grande cinema; uno di quei film capaci di ri-allineare il rapporto tra il grande schermo e il più severo e attento spettatore. Non di certo un'opera facile - oltre due ore, un timing che sembra eccessivo - ma nella non scontata stratificazione si colgono quei dettagli capaci di fare la differenza (perché conta l'identità, e non la perfezione). Innanzitutto, è un film tecnicamente notevole: la densissima fotografia in bianco e nero di Juan Pablo Ramírez, rinchiusa in un asfissiante 4:3, e poi soprattutto uno sbalorditivo sound design che riesce a cogliere l'umore tribolato ed esplosivo di una cucina sotto stress. Suoni, parole, lo sfrigolio di una padella incrostata, le discussioni tra gringos, le pretese dei clienti. Il cuore di un'opera che si agita, che bubbola, che si allinea ai toni di una commedia bagnata nel dramma beffardo. Un movimento diegetico, che si sposta da un punto di vista all'altro (tornando e ricominciando sempre da Julia e Pedro). Un insieme di idiomi, di versi, di rumori. Un baccano umano, vivido e pulsante che odora di olio bruciato, fumo di sigarette e sudore; la soundtrack di una Manhattan in cui il sogno americano si regge sulle gracili gambe di quegli irregolari sfruttati e bolliti vivi come se fossero, appunto, delle inermi aragoste. È un labirinto, la cucina di The Grill, seminterrata sotto la coltre ossea di Time Square, quasi uno Stato a sé, lontano dall'America più vera ma sicuramente vicina all'idealizzazione di un Occidente che tradisce ciò che promette. Sembra scontato dirlo, ma nella pellicola di Alonso Ruizpalacios c'è allora tanta immagine, di impatto e di narrativa, e nemmeno a dirlo, c'è quindi un'immagine dalla forte coscienza politica, in cui il tumulto scenico e narrativo, nel suo trampolino teatrale, ha la lucidità necessaria per essere straordinariamente spietata verso quei padroni a cui disobbedire. Il messicano Ruizpalacios ci porta nel ventre di New York, tra i fornelli di una cucina pronta ad implodere. Tecnicamente notevole e narrativamente potente, Aragoste a Manhattan non ha paura di tracciare un solco politico e parallelo, affrontando di petto il tema della disparità umana. Da non perdere.”

Damiano Panattoni da movieplayer.it

 

 

Giulio Martini

domenica pomeriggio

  In un tumulto si emozioni, cambi di marcia continui, spasimo visivo ed acustico, ecco una memorabile metafora del sentirsi "clandestini affamati di dignità/felicità " negli USA e nella Vita.

Nel  vasto grembo sotterraneo,  controllato dal  Suprematismo bianco, fremono esistenze che  vogliono venire alla luce, ma che rischiano  ogni istante di essere abortite.

Film tanto feroce e spericolato quanto coinvolgente.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

La Cocinaè il controcanto disincantato alla Manhattan di Woody Allen. Alla sinfonia di George Gershwin si sostituiscono il clangore dei piatti e le urla delle ordinazioni. È una Manhattan del sottosuolo quella che fotografa il talentuoso Alonso Ruizpalacios: cunicoli umidi e maleodoranti, corpi di migranti compressi in un feroce ingranaggio produttivo. Il film rovescia il mito verticale della città trasformandolo in un inferno orizzontale e claustrofobico, dove il sogno americano si rivela in un incubo senza risveglio. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Troppo fracassone ed eccessivo oppure, nonostante tutto, necessario per riflettere? Io credo la seconda opzione. Magari i personaggi non rispettano un nostro canone di civiltà o educazione ma sono vitali e desiderosi di vivere, nonostante tutto (il sotterraneo in cui lavorano, le angherie cui sono sottoposti e la violenza che scaturisce da un luogo claustrofobico e privo di “respiro”). Un formidabile bianco e nero ci dimostra che il cinema può non essere realistico o fantasmagorico ma funziona bene lo stesso purché ci provochi con storie che toccano il presente e la nostra coscienza. 100 anni fa Lang creò un mondo diviso in due, dove nel sottosuolo vivevano masse di lavoratori schiavi: cosa ci ricorda?

Marco Massara

giovedì sera

Cinema a tutta potenza con un titolo quanto mai sviante.

Una trama semplice a tre linee di sviluppo:  il nuovo lavoro di Estella, l’ammanco dalla cassa 4 e la gestione dell’aborto di Julia.

Su questa si innesta il tema  fortemente politico del lavoro clandestino, dei mondi sovrapposti e con una profonda riflessione sul ‘sogno americano’. Il tutto gestito con una superba fotografia in un bianconero a contrasto e formato variabile e con una magistrale gestione del ritmo narrativo. Conclusione ambigua sul ‘raggio verde’ (Eric Romer stai calmo…): davvero una magia salvifica o proiezione della lucina verde della stampante degli ordini che tenta di continuare a sfornare ordini, nonostante sia praticamente distrutta.

Rolando Longobardi

Jolly

Quanti mondi sono presenti all'interno di questo film? Alonso Ruizpalacios ne introduce almeno 2, tante quante sono le differenze tra la cucina (la cocina, è il titolo originario) e la sala. Due mondi che faticano ad incontrarsi i cui ingredienti sono la cultura, la lingua, il carattere e il cibo. Il film apre ad una serie di universi paralleli nei quali si snoda la metafora del menù come scelta di gusti e di vita. Dialoghi serrati e colorati,  a differenza del bianco e nero che spiazza e universalizza. Un buon film, vero, crudo ma anche capace di far pensare a come la vita possa rappresentare qualcosa di diverso e non scontato. 

 
Maria Cristina Cinquemani

E' uno dei più bei film di questa rassegna.

Coinvolgenti e intense tutte le scene, con questo continuo movimento che ti dà la sensazione di partecipare in prima persona, i dialoghi che si incalzano l'uno con l'altro, in una babele di lingue, che ti avvolgono senza interruzione. Anche le musiche sono indovinate, con quei cori che ti richiamano una folla implorante che si lamenta e grida aiuto.

E' un film che stordisce e ti conquista, con la contrapposizione dei disperati dipendenti e il padrone incapace di capire i motivi della follia che colpisce così violentemente, il divario fra la razza eletta e i poveri sporchi immigrati. 

Anche il bianco-nero interrotto solo da pochi sprazzi di colore mi è parso molto azzeccato.