da domenica 14 a venerdì 19 dicembre 2025
C'ERA UNA VOLTA IN BHUTAN
regia di Pawo Choyning Dorji

““L’immagine di un monaco con un fucile è uno splendido ossimoro cinematografico. Non c’è nessun western, nonostante il titolo e le molte armi, in C’era una volta in Bhutan, il nuovo film di Pawo Choyning Dorji, già regista di Lunana – Il villaggio alla fine del mondo. Il film era stato un sorprendente candidato all’Oscar come miglior film internazionale nel 2022. Raccontava di un maestro che provava a insegnare in una scuola sperduta nelle montagne del Bhutan. La nazione è ancora protagonista del suo nuovo film, ma questa volta la prospettiva si allarga dai banchi alle urne elettorali improvvisate. Siamo nel 2006, e il Re ha rinunciato ai suoi poteri. Ci saranno le prime elezioni democratiche. Ma come fare? Fervono i preparativi per una simulazione della tornata elettorale. Nel mentre, il Lama cerca un fucile per “sistemare le cose”. Cosa intenderà? C’era una volta in Bhutan è semplice e sembra scritto per risuonare più forte fuori dai suoi confini territoriali; nei paesi come il nostro, dove l’esercizio del voto porta con sé un senso di impotenza senza precedenti e dove l’esercizio del potere attribuito al popolo è però anche un diritto dato per assodato. Lo spaesamento dei bhutanesi, la loro incapacità a comprendere non solo come si vota, ma anche perché si vota, è il cuore dell’opera. La democrazia porta delle tensioni a cui non sono abituati. Il dibattito pubblico sembra loro un’azione violenta non necessaria. Impareranno la sua nobiltà? La maggioranza vorrebbe delegare ancora al Re tutto questo e continuare a occuparsi solo del proprio nucleo ristretto. La televisione, che attira intorno a sé il popolo e mostra il fucile di James Bond (grande strumento narrativo in contrasto con il significato di quello dei monaci), potrebbe essere uno strumento di aiuto all’apertura verso il mondo. Qualcosa che, nella storia reale, è avvenuto con successo. (…) Sono rari i film così solari e semplici. Vedendolo, sembra ribadire qualcosa che sappiamo già. Il messaggio per gli occidentali è: teniamo strette le belle conquiste della civiltà. Allora perché, mentre si guardano le origini di una democrazia ritardataria, tutto questo non ci sembra per nulla scontato.”
Gabriele Lingiardi da chiesadimilano.it
“Regno del Bhutan, 2006. La modernizzazione è finalmente arrivata. Il Bhutan diventa l’ultimo Paese al mondo a connettersi a Internet e alla televisione, e ora è la volta del cambiamento di grande di tutti: il passaggio dalla monarchia assoluta alla democrazia. Per insegnare alla gente a votare, le autorità organizzano una finta elezione, ma gli abitanti del posto non sembrano convinti. In viaggio nelle zone rurali del Bhutan, dove la religione è più popolare della politica, il supervisore elettorale scopre che un anziano Lama sta organizzando una misteriosa cerimonia per il giorno delle elezioni … Il Bhutan fa il suo esordio sulla scena cinematografica internazionale alla fine del secolo scorso, quando La coppa (1999) e Maghi e viaggiatori (2003) di Khyentse Norbu trovano visibilità e distribuzione al di fuori dei
confini nazionali. Quest’ultimo rappresenta naturalmente una figura di riferimento e un mentore per Pawo Choining Dorji, che ha prima portato il piccolo Stato asiatico fino alla notte degli Oscar e ora, con l’opera seconda C’era una volta in Bhutan, si conferma voce interessante e da seguire, con la giuria capitanata da Gael García Bernal che ha tributato, durante l’ultima Festa del cinema di Roma, al film una menzione speciale. Un prodotto audiovisivo, parimenti da esportazione e rivolto e pubblico e mercato interno, che s’interroga su dilemmi nuovi e antichi con uno sguardo fresco e “innocente”, aiutato in questo dalla miriade di attori non professionisti che si è quasi obbligati ad utilizzare in un Paese dove non esiste ancora una vera e propria industria cinematografica. (…) Dorji, anche sceneggiatore, riesce a narrare vari accadimenti in parallelo seguendo i suoi personaggi attraverso schemi e strutture narrative consolidate, ma anche riproposte attraverso lo stupor mundi che i suoi personaggi mostrano di provare verso i nuovi arrivi nella comunità, che siano questi una scheda elettorale o un fucile ottocentesco proveniente dall’epoca della guerra civile americana. E sono proprio gli Usa il termine di paragone per ogni opposizione e per ogni quesito a cui si tenta di dar risposta: si può importare la democrazia in un Paese che non si rivela pronto e che non ne avverte il bisogno? Un sistema democratico è un valore aggiunto di per se stesso? Si può mediare tra l’affrancarsi da sistemi sociali arcaici (e patriarcali) e il mantenimento della propria identità e cultura specifica? Un piccolo film, quindi, con grandi ambizioni, e che attraverso un tono leggero e profondo insieme dispiega un arco narrativo compiuto e che si chiude senz’ambiguità alcuna, in perfetta concordanza con la cultura buddhista che, semplificando brutalmente, considera l’ambiguità come un insormontabile difetto. (...) In conclusione, un’ultima annotazione: a precisa domanda, Pawo Chojning Dorji indica come film del cuore e della vita La vita è bella di Roberto Benigni. Che questo rientri perfettamente nel sopracitato discorso su innocenza contrapposta ad arido e disincantato cinismo? Meditate, gente, meditate, anche al di fuori del monastero di Ura.”
Donato D'Elia da quinlan.it
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Giulio Martini
Domenica pomeriggio
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Come promuovere la Democrazia e come promuovere il paradiso turistico del Bhutan, che non vuol perdere le sue tradizioni ?
Il film vince puntando su un "ambo" molto improbabile in partenza. Gioca la carta di un umorismo gentile facendosi beffe delle demenziali regole made in USA sulle armi.
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Angelo Sabbadini
Lunedì sera
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C’era una volta in Bhutanaffronta il buddismo non come dottrina, ma come pratica dello sguardo: un’arte della sottrazione, del tempo lungo e dell’impermanenza. L’ironia nasce proprio da qui, lieve e mai corrosiva, come distacco compassionevole più che come battuta. Il film sorride delle istituzioni, delle certezze politiche, persino dei simboli sacri, senza mai profanarli. È una commedia meditativa in cui il riso non scioglie il pensiero, lo rende più acuto. |
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Marco Massara
mercoledì sera
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“C’era una volta…” viaggia su un sottile equilibrio tra la voglia di difendere le tradizioni di una società arcaica e le pulsioni di modernità e corruzione del denaro che inevitabilmente premono ai confini e propagate attraverso la politica, la televisione ed internet.
Una serie di dualismi antitetici, soprattutto ben rappresentati dal titolo originale ossimorico (“Il monaco ed il fucile”) interpellano lo spettatore con un cinema semplice, diretto ed a tratti ingenuo.
Ma che fa pensare.
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Giorgio Brambilla
venerdì sera
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C’era una volta in Bhutan, come lascia intuire il titolo italiano, è una sorta di favola che mostra, in primis a noi occidentali, un paese che negli anni 2000 ha fatto il salto nella contemporaneità, con l’arrivo di internet, della televisione e della democrazia. Ci fa tenerezza vedere le persone che vivono in campagna in questo stato scoprire l’”acqua nera” e 007, comprendere l’importanza di sapere la propria data di nascita e riflettere sull’utilità del voto. Ci diverte vedere un americano, con la sua logica capitalista, scontrarsi con un luogo dove gli affari non contano e fare un favore al proprio lama vale di più che pagare i propri debiti. Ci sentiamo un po’ presi in giro quando il regista ci insinua il sospetto che il monaco possa usare il fucile per sparare sulle persone. E alla fine, proprio come il mercante americano, ci troviamo con in mano un grosso oggetto che ci crea un certo imbarazzo, che ci lascia indecisi tra l’essere finiti in un mondo di pazzi o l’essere noi i pazzi veri. È però un dubbio costruttivo, che ci fa riflettere sui pregi e i limiti della nostra e della loro visione del mondo, come ogni vero incontro con l’altro dovrebbe fare |
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Guglielmina Morelli
Jolly
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Come accade nel film La coppa (1999) del padre nobile della cinematografia del Bhutan, Khyentse Norbu, giovani monaci e saggi Lama sono alle prese con la modernità (il gioco del calcio!). E come allora, anche qui, come nel recente Lunana, abbiamo una riflessione sul mondo arcaico della tradizione e sulla modernità (le elezioni ma purtroppo anche il trafficante d'armi) che irrompe dall'esterno. Sarà un bene accogliere ciò che appare diverso o sarà bene rifiutarlo nel nome della “felicità” di ciò che da secoli è e tuttora si vive? Con ironia e garbo il regista affida al saggio (e tutt'altro che ingenuo) Lama una risposta: saranno sepolte le armi e la violenza del presente, poi si pregherà e ballerà insieme. Ma le schede elettorali non saranno distrutte: sarà necessario invece convertire tutti alla pace (e la gomma, tanto ambita dalla bimba, è più necessaria agli adulti: il loro compito è cancellare e riscrivere, fino ad arrivare al bene comune).
PS. In qualche sito web si dice che prima di arrivare al tradizionale suffragio universale esisteva un suffragio “per famiglia”. Sarà vero? Nel film sembra proprio così!
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Maria Cristina Cinquemani
Piacevole commedia, ambientata in un paese idilliaco, con personaggi fuori dal tempo che si scontrano con realtà moderne, che non capiscono e non accolgono con favore.
Subito si accorgono che la pace in cui vivono viene turbata dalla competizione innescata dalla scelta di un partito contrapposto agli altri, che la semplicità della vita abituale è intaccata dal desiderio di poter contare su eventuali appoggi favorevoli: in definitiva tutte le distorsioni che viviamo abitualmente sono già ben rappresentate da questo piccolo campione di società.
Siamo così portati a ragionare sul dilemma: è veramente un miglioramento ciò che ci viene proposto come tale o seguire un vecchio e consolidato stile di vita ci può rendere più felici?