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Hit man

 

da domenica 23 a venerdì 28 novembre 2025

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Hit man

regia di Richard Linklater

“È piuttosto evidente che tra i temi più cari al cinema di Richard Linklater ci sia quello del tempo, in ogni sua declinazione possibile. (..) Lungo queste diverse traiettorie, Linklater non perde mai l’occasione di riflettere anche sul tempo presente e su come questo influenzi l’essenza dei vari personaggi, il loro stare al mondo e il modo di relazionarsi con gli altri. Il suo è un cinema che spesso racconta di come il tempo e il suo far accadere le cose interagisca, modifichi e plasmi la personalità e l’essenza di tutti. Anche Hit Man - Killer per caso, presentato fuori concorso all’80ª Mostra del Cinema di Venezia, riflette sul tempo e sul modo in cui il presente e la sua frammentarietà abbiano messo in crisi il concetto stesso di identità.

 

La storia, ispirata da un articolo di giornale letto dal regista una ventina di anni fa, è quella di Gary Johnson, un professore universitario di filosofia che vive una vita piuttosto anonima, schiacciata dal peso di un passato fatto di scelte sbagliate. Ma Gary Johnson è anche il (finto) killer professionista più richiesto di New Orleans: lavora infatti come agente sotto copertura per la polizia, fingendosi un sicario con i clienti che vorrebbero assoldarlo per fare fuori un marito infedele o un boss violento.
In questo senso il protagonista, interpretato in modo davvero superlativo da Glenn Powell (che del film è anche co-sceneggiatore con Linklater), vive un presente che si azzera continuamente: ad ogni incontro di lavoro, Gary diventa una persona diversa, si adatta a chi ha di fronte, alle sue aspettative e alla situazione. Imprigionato in un eterno presente, è costretto dalle circostanze a rinnovarsi continuamente senza la possibilità di costruire e sviluppare un’identità unica, con un passato inventato e un futuro impossibile da immaginare. Da questo punto di vista non è certamente un caso che Gary capisca cosa voglia essere e diventare nel momento in cui si invaghisce di una cliente disperata e in fuga da un marito violento (lei è un’irresistibile Adria Arjona). Perché in un presente frammentato come quello contemporaneo, in cui la narrazione delle nostre vite si adatta e si deforma in base al contesto, l’unico modo per darsi una forma coerente è quello di seguire - essere e diventare - ciò che amiamo.
Con Hit Man, Linklater firma in questo senso una delle sue opere più teoriche, che a partire da una forma tipicamente americana, da cinema classico senza guizzi, amplia e stratifica la sua visione d'autore e allarga il discorso anche al cinema, ai suoi generi e al suo rapporto con lo spettatore. Grazie a una scrittura assolutamente brillante e a una regia sempre puntualissima, il film viene cucito addosso alle molteplici maschere del suo protagonista: Hit Man parte infatti dalla commedia per
arrivare al noir, al thriller e al dramma psicologico; cambia forma continuamente, rimanendo però sempre coerente con se stesso e con il discorso che vuole portare avanti. Come Gary Johnson rinnova le caratteristiche del proprio personaggio in base alle esigenze del cliente, lavorando sui cliché dell’immaginario legato alla figura del sicario, anche la regia di Linklater si muove tra le regole del cinema di genere, adattando i tempi e i toni del racconto per accontentare e, allo stesso tempo, sorprendere le aspettative dello spettatore. Nella sua apparente semplicità, Hit Man è quindi un film capace di rendere immediato e diretto un discorso complesso e articolato: una realtà frammentata resa coerente dallo stile classico, ma personale, che un regista ha costruito seguendo - raccontando e trasmettendo - ciò che ama.”
Francesco Ruzzier da cineforum.it
 

Giulio Martini

domenica pomeriggio

Funambolico gioco di montaggio tra scena e retroscena critico, a commentare la crisi dei maschi parallela a quella delle femmine  che di fronte alle tempeste  ormonali si interrogano sull' Amore.

Ritratto di una sessualita' che ha perso ogni riferimento ,ma vorrebbe averne di autentici.

Angelo Sabbadini

lunedì sera

Hit Manè un film che mette in scena la vita come un palcoscenico permanente. Gary, professore anonimo, scopre che fingere di essere un sicario non è solo un lavoro sotto copertura: è l’unico modo per avvicinarsi a una versione di sé finalmente viva. Linklater usa il gioco dell’interpretazione per mostrare quanto ogni identità sia un costume ben stirato, un ruolo che impariamo a interpretare per essere accettati. Madison diventa lo specchio che rivela il cortocircuito: quando ci innamoriamo, ci innamoriamo della persona o del personaggio? La spassosa commedia si trasforma così in un film sulla fragilità dell’“io”, dove recitare non è più finzione, ma un modo di esistere. 

Guglielmina Morelli

mercoledì sera

Sarà una commedia? Si ride certo, non sempre. Non ha i ritmi tipici della commedia, si perde nei modi del film sentimentale e persino del thriller. Ma non è un thriller. Quindi come leggiamo questo Hit man? Azzardo una ipotesi: è una riflessione filosofica sui temi del desiderio e dell'identità. Relativamente al primo punto è evidente che l'ampio ed esplicito versante “sentimentale” riflette proprio l'ansia del protagonista per una passione appagante e totalizzante (vedi indicazione stradale!). Per ciò che riguarda il tema dell'identità, della consapevolezza di chi essere (conosci te stesso, come diceva qualcuno) e delle scelte, c'è solo l'imbarazzo di quale episodio privilegiare. A me ha colpito il fatto che Madison si infatui di Ron ma sposi Gary. Fa pensare. E anche finale ci sarebbe da riflettere ma forse è solo una commedia (questa sì), però nera.

Giorgio Brambilla

venerdì sera

 Richard Linklater e Gary Johnson costruiscono un film che i muove a tre livelli:

- prima di tutto mette in scena una commedia sentimentale che progressivamente confluisce nel thriller, due generi che, con toni diversi, si fondano sull’esclusione (il grande rilievo dato a ciò che non si vede) e sull’equivoco (il fatto che i personaggi non capiscano effettivamente cosa sta accadendo mentre, a volte, lo spettatore sì).

- Imposta anche una riflessione sull’arte di recitare, con il protagonista che interpreta personaggi sempre diversi a uso e consumo dei suoi diversi improbabili “clienti”.

- Infine riflette sulle possibilità che ciascuno ha di scegliere la vita che preferisce, facendo passare il protagonista stesso dall’essere contento all’essere felice.

In tutti e tre i casi la differenza scatta quando Gary diventa regista di se stesso, non limitandosi a recitare su commissione, e invita gli altri a seguirlo o a fare altrettanto. Questo accade con i suoi studenti, ma soprattutto con Madison, in una delle scene più brillanti che mi sia capitato di vedere ultimamente, con il sedicente killer consulente della polizia che scrive per la donna che ama la parte che può salvarle la vita e che i due interpretano davanti al microfono che lui steso porta addosso, raggiungendo un livello di complicità personale, abilità attoriale e autodeterminazione perfetti, che li portano a uccidere serenamente un uomo e a… vivere felici e contenti.

Ovviamente si tratta di un’iperbole, non di un’istigazione all’omicidio, ma rappresenta la proposta allo spettatore di un gioco assolutamente coinvolgente, direi per la stragrande maggioranza delle persone in sala e, di sicuro, per me 

Marco Massara

Jolly

Mi spiace di essere profondamente in disaccordo con i miei colleghi, ma la collaborazione alla sceneggiatura tra il regista e l’attore protagonista produce un film troppo verboso e in cui si ‘vede’ troppo poco. Peccato perché Linklater aveva realizzato film molto interessanti (“Prima dell’alba”, soprattutto oltre il monumentale “Boyhood”).

Qui mi pare non vada oltre il simpatico compitino.

 

Maria Cristina Cinquemani

A metà tra la commedia e il noir questa nuova pellicola di Linklater diverte e sorprende, con una trama pirotecnica, dove gli avvenimenti si succedono velocemente e in modo inaspettato.

Ho molto amato la trilogia che iniziava con "Prima dell'alba" , ma ho trovato che la sua vena romantica ha saputo diluirsi affrontando un thriller vivace e arguto.

Anche il finale lascia un po' spiazzati, contraddicendo la teoria che "il crimine non paga".

Molto apprezzabili anche i due interpreti.