ORION    MOVIES

CENTRO FRANCESCANO ARTISTICO ROSETUM

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ELLA & JOHN


Commovente questo road movie in cui i protagonisti percorrono l'ultimo tratto della loro esistenza. Ma come è tipico della vacanza in camper, lo scopo non è la meta, ossia visitare la casa di Hemingway che, se vogliamo, potrebbe rappresentare la realizzazione dell'ultimo desiderio, ma il "viaggio" con tutte le esperienze e le emozioni ben rappresentate da Virzì. Il viaggio che hanno fatto Ella e John è un percorso a ritroso, all'interno della propria esistenza e dentro la realtà della loro malattia con tutto quello che comporta nella relazione di coppia. Una relazione che continua a vivere d’intensità, aspettative, divertimento e tenerezza. E l'escamotage di Ella delle diapositive non è solo un modo per fare esercitare la mente di John ma risponde al suo forte bisogno di far ricordare a John quanto vissuto sempre insieme per non sentirsi abbandonata precocemente e continuare ad avere un testimone della propria esistenza. Ripercorrere il passato diventa anche l'occasione per esprimere gelosie inconsce, ancora amore e prepararsi alla vera ultima destinazione. Dal film non si capisce se Ella avesse già premeditato tutto o se è stato un insight improvviso ma io propendo per questa seconda ipotesi perché mi pare che sia stato un percorso di graduale consapevolezza che a lei mancava poco da vivere e che lui senza di lei si sarebbe sentito perso.

Non sembra, perché il regista ci fa anche sorridere, ma il loro è un viaggio all'interno del dolore: di lasciare la vita, di perdere l'altro e rimanere disperatamente soli o di lasciare l’altro solo. La domanda fatidica è sempre: a chi toccherà per primo? E soprattutto chi ha avuto malattie gravi non può non sentirsi rispecchiato dai protagonisti e dalle loro angosce.

Virzì mostra una grande capacità di calibrare i momenti di leggerezza e fatica dello spettatore e gli dà l'occasione di riflettere sul fine vita e talvolta anche sulle difficoltà della gestione della vecchiaia dei propri genitori.

Mimosa



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“Tenerezza struggente”. È quello che ha detto uno spettatore durante il dibattito di sabato. Definizione azzeccatissima, perché un film che sa raccontare con tanta delicatezza un rapporto tra anziani così ricco di amore non può che suscitare questo tipo di sentimento.

Un film che sicuramente può piacere a una specifica fascia d’età e non interessare quasi per niente ai più giovani, alla stessa stregua dei ragazzi che assistevano alla proiezione delle diapositive. Sarà che io e mia moglie possediamo un camper, non siamo più giovani, ed io incomincio a dare qualche segno di “rimbambimento”, ma il film mi è particolarmente piaciuto. Spero solo che mia moglie non segua l’esempio di Ella e ci faccia fuori prima del tempo.

Buone vacanze a tutti e arrivederci a ottobre.

 

Silente



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Accoglienza tiepida in sala e molte critiche nel successivo dibattito hanno caratterizzato quest'ultimo film: una scelta coraggiosa dei selezionatori che non si sono abbassati a proporci una opera più spettacolare ed accattivante funzionale ad un incremento delle iscrizioni al prossimo ciclo di proiezioni.
Il tema trattato è decisamente da cineforum e la sua importanza e delicatezza hanno giustificato la presenza di due grandi attori che Virzì ha saputo dirigere con maestria contenendo ed amalgamando la loro naturale vocazione al protagonismo; lui stesso ha addolcito il suo piglio di toscanaccio ribelle e provocatore.
Quello del fine vita sta diventando un importante problema nei paesi più avanzati, visti i progressi  della medicina nel tenere artificialmente in vita malati senza alcuna prospettiva di miglioramento o guarigione, privilegiando l'obiettivo durata rispetto a quello della massima tutela possibile del benessere e funzionalità del paziente e dato che le risorse disponibili sono predefinite i due obiettivi sono inevitabilmente in concorrenza tra di loro.
La trama del film è semplice e lineare e se l'obiettivo del regista era quello di renderci partecipi della situazione dei due protagonisti e di accettarne le motivazioni e gli intenti c'è riuscito in pieno trasformando la tragedia conclusiva in un sostanziale lieto fine.
La lentezza del ritmo era intrinsecamente legata alla natura del film ed all'età dei protagonisti e forse sarebbe stato meglio far rientrare la sua durata nei canonici 90', tagliando magari l'episodio del tentativo di rapina che probabilmente aveva lo scopo di vivacizzare un po' la  narrazione, ma secondo me lo appesantisce.
Buone vacanze a chi le fa!
franco.    francogargs@gmail.com



HOTEL GAGARIN

Un film lievissimo, onirico, a suo modo divertente e ben recitato ma che purtroppo non riesce a decollare, ed è un peccato. 
C’è qualcosa che non va. Troppo (solo) sogno? Troppe citazioni cinematografiche? Troppi simboli? Troppa lontananza tra i protagonisti? (raro insieme di emarginazioni) Troppa lontananza tra i protagonisti e l’ambiente circostante? 
Tanti, forse troppi, spunti interessanti che il regista non è però riuscito a sviluppare. 
Non posso dire di essermi annoiata ma la parte della realizzazione dei sogni degli abitanti del villaggio è stata decisamente troppo lunga. 
Taccio sulla totale irrealtà “finanziaria”. Credo che tutti si siano chiesto ad un certo punto chi era a pagare i conti e come avvenivano i rifornimenti. 
Ma se sogno deve essere che sogno sia!
Gerry

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Il regista, grazie anche ad un ottimo cast di attori ha confezionato un film interessante e gradevole basandosi su una narrazione strampalata ed assurda più consona ai caratteri di una fiaba che di una commedia.
Condivido il messaggio di fondo semplice, buonista ed ottimista che rende piacevole la visione e che ci fa uscire dalla sala di proiezione rilassati e speranzosi in un futuro migliore.
Ciò  detto ho trovato disdicevole e sfacciatamente "populista" la premessa basata sul facile discredito del politico di turno e delle Istituzioni pubbliche: è una delle parti meglio riuscite del film, ma la truffa poteva benissimo essere diretta contro un operatore economico privato, senza gettare fango sugli interventi pubblici di sostegno alle opere, almeno potenzialmente più innovative e di qualità che, per fortuna, ampliano le nostre possibilità di scelta al di là  delle scopiazzature e dei dei soliti blokbuster hollywoodiani.
La mia piena condivisione dell'idea che la vita sentimentale, quando è nelle condizioni di potersi esprimere liberamente possa cancellare ogni altro ostacolo e difficoltà (all'infuori ovviamente di quelle relative alla mera sopravvivenza ed alla salute) non mi esime dal sottolineare che qui il tema è stato trattato in modo eccessivanente semplicistico,  quando sappiamo che la sua complessità sopravanza di gran lunga questioni ipocritanente stimate più  serie, importanti e difficili quali la politica, l'economia,  la religione,..  Quattro dei cinque protagonisti si accoppiano infatti con una facilità ed una spensieratezza  veramente disarmanti, lasciando al povero prof.Battiston la sola gioia di aver soddisfatto i sogni dei villici locali e di essere riuscito a coinvolgere nell'operazione meritoria gli altri compagni. Il solo accenno ad un minimo approfondimento sull'avvio di una relazione è stato quello tra l'Argentero e la Bobulova, mentre completamente assurdo ed imprevisto il colpo di fulmine tra quella specie di uomo delle nevi che fungeva da guida e la D'Amico. Quest'ultima unitamente a Battiston sono per me  i due personaggi più  interessanti ed è un peccato che non si sia imbastita una "storia" proprio tra loro due,  magari a partire dalla simpatica e generosa offerta sessuale della DAmico che l'esterrefatto Battiston non è stato in grado di cogliere al balzo: un po' un  "#ME TOO" a parti invertite, ma forse in molti casi non dissimile dalla realtà dei fatti, anche se probabilmente le "offerte" non sono state mai formalizzate in un modo così esplicito e candido ad una controparte ben differente dal professore del nostro film.
franco.    francogarga@gmail.com
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Dopo circa 20 anni di gavetta come aiuto regista Simone Spada realizza il sogno di girare un film. Hotel Gagarin mette in scena la drammatizzazione di questo sogno e l'incubo di non riuscire a realizzarlo che viene superato dai personaggi in un modo assai bizzarro, proprio come accade nei sogni.

Il regista, attraverso le vicende di una troupe sgangherata ci parla, in modo semplice, non pretenzioso e onirico, dell'importanza di coltivare dei sogni nella vita e mantenere viva la speranza nel futuro, come suggerisce anche il cognome del protagonista (Nicola Speranza), per non lasciarsi schiacciare dalla banalità del quotidiano.

L'altro aspetto che sottolinea è l'amore, ovvero l'importanza di avere dei legami affettivi che riempiano il disperante senso di vuoto e di solitudine che pervade tutti i personaggi ognuno dei quali sta scappando da una realtà, che forse è anche quella del paese Italia, che non lascia intravedere prospettive di realizzazione personale e sociale.

Infine è una dichiarazione d'amore nei confronti del cinema che assume per chi lo fa una funzione quasi taumaturgica.

Insomma un film tenero e poetico, moderatamente divertente, che fa star bene ma anche amaro e che fa riflettere.

Mimosa

 

 

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Non so se l’intento del regista fosse quello che per raccontare le avventure di un’improvvisata e scalcinata troupe bisognasse realizzare un film altrettanto scalcinato.

Molteplici riferimenti, l’amore per il cinema stesso e la buona volontà non bastano per realizzare qualcosa di veramente valido. Più che buone le intenzioni ma il risultato scarsino. Salverei esclusivamente i titoli finali con gli inserti dei vari sogni realizzati.

Sembrava che il regista volesse dirci: “Ecco come l’avrei potuto fare”.

 

Silente




DOGMAN

Classico esempio di docu-fiction o meglio docu-drama: si innerva un documentario con una trama inventata od ispirata come nel nostro caso ad un reale fatto di cronaca , per rendere il risultato più appassionante ed incisiva ed idoneo a proporsi al vasto pubblico della sale cinematografiche. A mio avviso Garrone ha fatto proprio una opera di questo tipo, pregevole sotto l'aspetto formale e moralmente obiettiva ed onesta, più di molti documentari che alle volte a dispregio del loro nome sono mendaci con subdoli e facili artifici che vanno da scelte parziali ed opportunistiche della realtà, ad inquadrature volte a estremizzarne specifiche peculiarità, per non parlare delle interviste "casuali" ad illustri sconosciuti accreditandoli così come campioni rappresentativi del sentimento popolare.
Le vicende di Marcello ci fa partecipi sia intellettualmente che emotivamente del suo stile di vita e dei suoi comportamenti, allo stesso tempo frutto e causa del vergognoso degrado sociale e morale di certe periferie cittadine del nostro Meridione.  Marcello è un padre affettuoso e sensibile e conduce con perizia, dedizione e successo un negozio di toelettatura cani. Riversa nel suo lavoro l'affetto che prova nei confronti degli animali che vengono affidati alle sue cure con un gusto ed una fantasia riconosciuti e premiati nei concorsi promossi  dalle specifiche categorie professionali. In qualsiasi altro contesto civile avrebbe potuto condurre una vita ordinata, tranquilla, forse persino agiata, ma non  nel suo quartiere ove lo spaccio ed  il furto  sono una pratica abituale, quasi  un secondo lavoro indispensabile per integrare i miseri incassi di quello legale.  Una volta entrati nell'area dell'illegalità si presenta però la necessità di appoggiarsi a qualcuno forte e temuto per goderne la protezione in un ambiente così infido e pericoloso ed il complicato rapporto con Simone rientra in questa logica, seppur "nobilitato" da chiare connotazioni affettive evidenziate dalla cura con cui Marcello assiste e salva il suo protettore/persecutore ferito da sicari avversi o dall'aiuto fornitogli nella disputa con i due conduttori dell'officina che lo stavano sopraffacendo.
Ma il mondo della malavita ha regole ferree non scritte che non ammettono deroghe o sconti ed il mancato pagamento della parte di bottino  di sua spettanza a compenso di un anno di carcere e del disprezzo del vicinato è una di queste e Marcello non può sottrarsi alla vendetta.
Garrone supera se stesso nel rappresentare il groviglio di sentimenti contraddittori che in questo frangente si accavallano nella mente di Marcello: odio per il torto subito non scevro allo stesso tempo dal persistere dell'antico affetto visto il moto spontaneo che lo porta a cercare di tamponare la ferita che lui stesso gli aveva appena inferto alla testa, per non parlare del tentativo di occultare il cadavere per sottrarsi al carcere, contrastato e vinto dall'irresistibile impulso di esibire il suo gesto di coraggio e giustizia di fronte ai compaesani e riconquistare la loro stima ed amicizia.
franco.    francogarga@gmail.com


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In un quartiere dominato dalla deprivazione e dall'assenza di qualunque forma dello Stato, si staglia la figura di un uomo sostanzialmente sensibile e buono che si sforza di camminare diritto attraverso le sue passioni, la figlia e i cani, ma che non ce la fa. La prepotenza di Simone è come un pitbull minaccioso che blocca il respiro, una violenza psicologica che Marcello simbolicamente gli restituisce nel supplizio che gli infligge.

Efficace è la rappresentazione del loro rapporto in cui ognuno dei protagonisti non può fare a meno dell'altro: Simone della sua vittima, che talvolta si fa complice, e Marcello del suo persecutore da cui si aspetta, oltre che la sua parte di bottino, anche una sorta di riconoscimento per aver pagato il debito con la giustizia al suo posto. Cupi e perversi sono questi rapporti di amicizia che talvolta si creano a partire dall'infanzia o dall'adolescenza in quegli ambienti dove forse c'è poco da scegliere. Perché in fondo Marcello si sentiva amico di Simone anche se chissà se non lo tradisce per amicizia, o per paura, o per una sorta di codice d'onore. Forse un po' di tutto questo.

Il film si conclude con una tragedia prima di tutto dello spirito che si corrompe del tutto e diventa esso stesso persecutore come se non ci fossero alternative in quell'ambiente: o vittima o carnefice.

Spettrali e desolanti le immagini finali di quei paesaggi e di quell'anima devastata dalla delusione e dalla solitudine della scelta di una rivalsa individuale e impossibile da riconoscere a livello della comunità di appartenenza e della legge.

Mimosa

 

 

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Partirei dal fondo, dalla scena dove Marcello, un “povero Cristo”, porta sulle spalle il cadavere di Simone, la sua croce, ma contrariamente a Cristo, Marcello il calvario lo aveva già conosciuto, proprio per colpa di Simone.

Nella sua desolazione l’immagine finale ci mostra il protagonista immerso nei suoi pensieri libero da un peso che ora giace ai suoi piedi ma sconfortato perché comunque prigioniero di un contesto sociale disumanizzato e un futuro più che cupo.

Bel film, disagevole quanto basta, stupenda la fotografia, capace di sottolineare uno sconsolante degrado.

Esemplare il parallelo tra il pitbull alla catena dell’inizio, relativamente ammansito da un biscottino e Simone rabbonito da un’offerta di cocaina, poi addirittura messo in gabbia e infine alla catena.

Il personaggio di Simone mi ha ricordato Roberto Spada di Ostia e l’episodio dell’aggressione al giornalista di Rai2. Al momento è in carcere per scontare una pena di sei anni.

 

Silente