ORION    MOVIES

CENTRO FRANCESCANO ARTISTICO ROSETUM

via Pisanello 1

20146 - MILANO

I  COMMENTI  DEL  PUBBLICO

cineforum 2017-2018

le proiezioni

gli animatori

commentano

home

in programma

Fai click QUI per inviarci la tua recensione   (nel messaggio indica se vuoi che l'indirizzo e-mail si pubblicato e a quale proiezione hai partecipato)

Fai click QUI per visualizzare le recensioni dei cicli tematici precedenti

LOVING

Chissà? Forse i due ultimi film del nostro Cineforum non ci sarebbero stati senza la doppia presidenza di Obama che ha incoraggiato produzioni cinematografiche che portano a conoscenza del popolo americano e del mondo, le pietre miliari della lotta per l'emancipazione dei neri americani, contro l'apartheid. Peraltro il razzismo negli USA rimane una questione tuttora non del tutto risolta, anche se penso che il problema siano più i neri poveri che i neri in generale.

Il film è essenziale, ben recitato ed equilibrato in tutte le sue parti; ogni tanto si percepiscono delle note di minaccia incombente che però non degenerano, forse per farci capire il clima di persecuzione e di paura in cui i neri vivevano.

Il regista ci mette di fronte a due persone molto innamorate e rispettose l'uno dell'altra, che descrive in modo tenero e pudico. Il tratto che li accomuna è la semplicità ma lei è più consapevole e determinata, lui più mite, molto responsabile e sensibile (oltre che buon lavoratore e meccanico sgamato), entrambi rispettosi della legge e timorosi dell'autorità tanto da far sembrare lui più simile al modello culturale prevalente dei neri (in effetti un poliziotto gli disse di sapere che il padre aveva lavorato per un nero e forse per questo era diventato così empatico verso le persone di colore).

Alla fine Richard Loving riuscirà a costruire la tanto agognata casa che aveva promesso alla sua Mildred, e quella che vediamo rappresenta simbolicamente l'emancipazione dei neri a cui la coppia ha dato un contributo fondamentale.

Mimosa - gmasotta@email.it

 

 ______________________________________________________________________________________

 

Un film, “edificante”. Il termine mi sembra appropriato per la storia che racconta ma soprattutto perché il protagonista è un muratore. Anche se devo dire, che nelle scene in cui lo si vede lavorare, il muretto di mattoni non era mai più alto delle sue ginocchia. Per fortuna che in una scena di cantiere si arrampica sulla scala di un edificio di più piani, altrimenti avrei pensato che in Virginia non fossero in grado di costruire case più alte di un metro.

A parte gli scherzi mi è sembrato un bel film, che racconta una storia vera con la giusta lentezza e pacatezza, dove i protagonisti non si rendono conto di essere al centro di un momento importante per la storia della Virginia e quindi degli Stati Uniti.

Unica pecca un po’ di ripetitività, ma forse il regista voleva sottolineare un semplice desiderio di routine/normalità da parte dei Loving.

 

Silente

_________________________________________________________________________________



"Sono incinta!" e con questa frase Mildred mette tutto il suo futuro nelle mano dell'uomo che ama; Richard dopo una breve ed intensa riflessione le chiede di sposarla. Sono d'accordo con Marco che questo inizio di film con l'inquadratura in primissimo piano del volto dei due protagonisti è geniale e folgorante e secondo me descrive anche compiutamente i loro caratteri. Non concordo invece con le adorabili partecipanti al dibattito che hanno trovato Richard un po' tonto, sempliciotto, privo di iniziativa e persino autistico; mi viene il sospetto di una reazione condizionata da un residuo degli atavici istinti che dominavano la psiche delle femmine ai tempi delle caverne, quando rendeva loro necessario accoppiarsi con uomini "machi", sanguigni e prepotenti capaci di difendere, senza tante storie, loro e la prole dai nemici e dalle bestie feroci: probabilmente, a differenza di Mildred, avrebbero visto bene una reazione alla maniera di Sylvester Stallone, Bruce Willis o Schwarzennegger, anche perché non era certo la prestanza fisica che difettava al nostro Richard responsabilmente dominatore dei suoi istintivi moti di ribellione.
Entrambi i due protagonisti sanno di avere ragione e di essere vessati da una legge statale ingiusta e anacronistica che Mildred cerca di contrastare accogliendo con entusiasmo e gratitudine la proposta di patrocinio gratuito dei legali dell'Unione per le libertà civili.   Richard tenta di smorzare l'entusiasmo e le aspettative della moglie, intuendo che i pur bravi e generosi avvocati, ritenendo maturi i tempi per una importante modifica all'ordinamento costituzionale della Confederazione, con rilevanti positive ricadute per la loro immagine e prestigio professionale, li stavano utilizzando come teste d'ariete (e le teste erano quelle dei componenti la sua famiglia esposta pericolosamente ad una pubblica opinione divisa sul merito della loro rivendicazione).
Oltre all'ovvia e doverosa denuncia dell'odiosa discriminazione razziale, questo film esalta l'amore forte ed allo stesso tempo tenero e delicato che lega i due protagonisti che si riflette anche nei loro atteggiamenti di protesta e rivendicazione, composti e civili nei confronti di una autorità eloquentemente rappresentata dalla polizia locale formata da agenti e funzionari ottusi, villani e prepotenti.
Film "buonista"  con l'esaltazione dell'amore e della giustizia che alla fine trionfano, ma che fa anche riflettere come  sia difficile scegliere i modi e sopratutto i tempi per promuovere progressi civili, anche quando appaiono agli occhi di chi li rivendica ovvi ed indiscutibili; un sano entusiasmo ed ottimismo ben rappresentato da Mildred, è necessario al pari della prudenza e del pragmatismo di Richard, che hanno avuto il merito di comprendersi vicendevolmente e salvare il loro rapporto, oltre a favorire il buon esito della loro causa.
Altro motivo di riflessione nasce dal constatare che una nazione come gli USA, dotata di una Costituzione democratica a far tempo dal 1787, abbia avuto sino a pochi anni or sono difficoltà ad armonizzare le legislazioni dei vari stati della confederazione su principi importanti ed indiscutibili nel nostro mondo civilizzato e ciò fa ben sperare che anche le nostre nazioni europee possano con un sano pragmatismo  prima o poi accordarsi per rendere più organica ed effettiva una Unione che inevitabilmente registra rivalità ed incomprensioni tra i suoi componenti.
franco.   francogarga@gmail.com

_____________________________________________________________________________________________________________


Un tema delicato trattato con grande delicatezza. Un amore grande e semplice tra una donna nera e un uomo bianco.
Lui di famiglia umilissima, il cui padre ha lavorato alle dipendenze di un nero, cosa ricordata, e forse non perdonata, dalle "autorità".
La famiglia di lei invece felice e benestante, che lo accetta con affetto e naturalezza.
Forse se non avessero deciso di sposarsi, rompendo un tabù, avrebbero potuto vivere con discrezione la loro vita come, presumibilmente, altre coppie miste nella Virginia degli anni '50.
Una coppia che, suo malgrado e con estrema riluttanza, si è trovata a "fare la storia". Infatti è proprio l'esito dell'iter legislativo durato anni che, arrivato alla Corte Suprema, porterà all'abolizione di tale discriminazione.
Colpisce la mitezza e l'amore di lui e l'amore e il rispetto incondizionato di lei. Ma colpisce anche la dolce tenacia con cui hanno perseguito il loro progetto di vita, sfidando senza sfida le ottuse convenzioni.
Interessante la conversazione al bar, quando l'amico dice al protagonista che ogni nero vorrebbe essere al suo posto, cioè bianco, e che lui potrebbe risolvere tutti i suoi problemi semplicemente divorziando. Ma a lui viene solo il dubbio di non riuscire a prendersi adeguatamente cura di lei e glielo chiede piangendo, venendo rassicurato con grande affetto.
Infatti lei, sopravvissutagli a lungo, in una delle rare interviste dichiarerà , "Mi manca tanto. Si è preso cura di me".

Gerry

IL DIRITTO DI CONTARE

Inevitabilmente è un film che trasuda di orgoglio americano ma doveroso. Come si poteva non portare a conoscenza del mondo il prezioso contributo che le tre protagoniste hanno dato non solo allo sviluppo dei voli spaziali ma anche dell'emancipazione delle persone di colore e delle donne? Oltretutto è una bella puntualizzazione quella che affianca al considerevole sviluppo tecnologico e scientifico di quei tempi l'arretratezza degli USA per quanto riguarda i diritti umani.

Sul piano simbolico due momenti mi sono parsi particolarmente importanti: quello della distruzione della scritta dedicata alle persone di colore sulla toilette e quella di Mary che ottiene l'autorizzazione ad iscriversi alla scuola per ingegneri solleticando la vanità del giudice ad essere il primo a sancire un diritto di una donna nera.

Il film ribadisce il principio sacrosanto, enunciato dal marito di Mary, che i diritti non vengono mai concessi spontaneamente ma vanno conquistati e comportano quanto meno una buona dose di assertività quando non proprio una capacità di lotta, individuali e collettive. 

Per il resto, il film è di una semplicità disarmante, fatto come se fossimo davvero negli anni Sessanta, particolarmente adatto all'educazione di bambini e ragazzi per i numerosi spunti di riflessione che fornisce, di buonissimi sentimenti e un tantino sdolcinato ma compensa la stragrande maggioranza di proiezioni a contenuto violento o comunque diseducativo.

Mimosa - gmasotta@email.it

 

_____________________________________________________________

Poco tempo fa ho visto un autobus dell’ATM guidato da una donna. Mi sono detto: “Però, un’autista donna... che forza”. Se fosse stata di colore, la mia reazione di sorpresa, ammetto, sarebbe stata doppia.

Per la mia generazione, bambini al tempo in cui è stato ambientato il film, è abbastanza radicato (purtroppo) accettare inconsciamente la non parità tra i sessi. Nonostante le migliori intenzioni ci si stupisce ancora per donne che svolgono lavori una volta esclusivamente maschili. Oggi abbiamo un’astronauta, una capitana di una nave da crociera, una direttrice d’orchestra. Appunto “una”. Restano comunque eccezioni.

Eppure la società è cambiata. Per esempio in Italia, non tutti lo sanno, quasi il 6% di camion e TIR è guidato da donne. Ma il pregiudizio è ancora forte.

Il film ci presenta una realtà in cui, oltre ai pregiudizi tra sessi, esistono anche quelli razziali. Ci rende partecipi della lotta per la conquista dei diritti e della parità. Lo fa molto bene, quasi didatticamente, con una cura dei particolari tutta americana, e si esce dal cinema, al contrario delle ultime depressive proiezioni, rinfrancati, con lo spirito leggero.

Tornando all’Italia, confido in un domani in cui una donna, nera, lesbica che guidi un autobus, non stupisca più nessuno. Me compreso.

 

Silente

________________________________________________________________________



Il film non mi è piaciuto perché troppo semplice e superficiale, non certo perché la storia non ci fosse  e non valesse la pena di essere raccontata. 
Peccato. 
Si tratta di un'opera prima (o seconda) e purtroppo si vede. 
Ha avuto tre candidature agli Oscar, tra cui quella di miglior film, quindi giudicato tra i cinque migliori dell'anno. Sono stupita. 
Ma veniamo al film. Le protagoniste sono state solo abbozzare e a mio avviso anche un po' ridicolizzate. 
C'era dramma nelle loro vite, ma la rappresentazione che ne viene data si avvicina più alla commedia. 
Nessun serio approfondimento sulle loro condizioni di lavoro, sulle loro aspirazioni e sulle loro vite private. 
In alcuni punti si è sfiorato il ridicolo. Come ad  esempio nel nuovo ambiente di lavoro della protagonista, dove ci sono una trentina di scienziati catatonici, uno dei quali impegnato a renderle la vita impossibile e nonostante questo, tra una corsa in bagno e l'altra, è l'unica a salire sulla quella scala a completare intere lavagne di calcoli apparentemente irrisolvibili, mentre i magnifici trenta la guardano a bocca aperta. 
Va bene un po' di mito ma qui siamo nella favola che ci consola, e magari ci strappa una lacrimuccia, ma ci tiene lontani dalla realtà. 
Tuttavia, nonostante l'edulcorata sceneggiatura, comprendiamo il grande valore di queste tre donne (e di tutte le altre loro colleghe) perché sappiamo che è una storia vera e perché sappiamo che l'emancipazione  della donna in America negli anni cinquanta inizio sessanta era semplicemente inesistente. Figuriamoci poi quella delle donne nere.
Per questi motivi risulta piatta e irrealistica la rappresentazione di queste eroine dotatissime intellettualmente che sono però anche madri, costrette a fare 50 km al giorno per lavorare, senza sosta e apparentemente senza orario, che devono comunque accudire a famiglie numerose che naturalmente richiedono un grande sforzo di organizzazione e di attenzione. Ma nel film le vediamo sempre pettinatissime, ben vestite, in case borghesi dove tutto è perfetto. 
Il film accenna timidamente alle umiliazioni subite e da loro arginate con grazia rassegnata e grande attenzione a non suscitare reazioni, ma lo fa nella maniera patinata che ha permeato l'intero film.
Anche la sincera  amicizia che le unisce e la tenace solidarietà che ha consentito loro di non cedere alle pressioni e di esprimere tutto il loro potenziale vengono rappresentati come un'amicizia tra giovani spensierate che giocano a carte, ballano facendo una torta e sbronzandosi  come delle "desperate housewives" qualunque. 
Rimane l'indubbio valore di queste donne straordinarie, ma questo il film non ce lo fa assaporare. 
Potremmo provare a leggere il libro da cui il film è stato tratto...

Gerry
__________________________________________________________________________

Fantastico l'uso  che alle volte il cinema fa della matematica! Solo l'amico Marco, forse perché ingegnere, non è rimasto incantato per le sequenze in cui Kathrine sviluppa alla lavagna astruse formule algebriche davanti alla platea ammirata ed allo stesso tempo sconcertata dei tecnici NASA.
Ma questo, unitamente alle gustose scenette sulla vita privata delle 3 protagoniste e dei loro vivacissimi rapporto interpersonali,  è solo un espediente del regista e sceneggiatore Melfi  per rendere gradevole e leggero un film dai contenuti importanti e seri su cui ben difficilmente il generico e composito pubblico della sale cinematografiche si prenderebbe la briga di intrattenersi su seriosi documentari o noiose opere saggistiche.
Mi riferisco ai temi delle differenze di razza e di genere che, almeno nei nostri paesi "civili", sono superati sul piano intellettuale e normativo, ma non ancora pienamente recepiti sul piano culturale e su quello dei comportamenti quotidiani.
Altro tema è quello delle innovazioni tecnologiche che sostituiscono le macchine all'uomo minacciando di bruciare posti di lavoro e quello della competizioni intellettuale tra uomo e macchina, foriero di timori e preoccupazioni che già nel 1968 quel genio di Kubrick aveva prefigurato in "2001 odissea nello spazio" col drammatico confronto dialettico tra David ed il supercomputer HALL 9000.
Ma è Al Harrison, ben interpretato da Kevin Costner, il personaggio che più mi ha colpito; riassume in se le  migliori doti di un capo equipe: competenza, determinazione, capacità di coinvolgere i collaboratori e sopratutto visione chiara del progetto e delle risorse necessarie per svilupparlo. La consapevolezza dell'importanza dell'obiettivo da raggiungere lo porta ad assumere atteggiamenti che lo fanno apparire freddo e distaccato di fronte alle odiose e stupide discriminazioni a carico di Kathrine , salvo dimostrarsi sensibile e passionale non appena tali atteggiamenti pregiudicano la piena operatività del gruppo (episodio della toilette riservata alla donne di colore). La sua visionarietà ed apertura mentale a fronte di ostacoli apparentemente insormontabili é eloquentemente illustrata da questo breve scambio di battute: "mi serve un matematico, qualcuno che sappia guardare oltre i numeri: una matematica che ancora non esiste" che oltre a preluderne l'ingaggio porta anche Kathrine ad una visione più alta delle sue conoscenze ed a diventare una sua preziosa ed insostituibile collaboratrice. Analoga determinazione a sfondare muri e limiti ritenuti sino a quel momento invalicabili è quella che Mary sfodera con una dialettica incisiva e  incontrovertibile che spiazza e convince il giudice ad ammetterla ai corsi universitari d'ingegneria sino a quel momento preclusi alle persone di colore.
Mi ha sorpreso e non mi trova d'accordo l'atteggiamento di alcuni interventi nel dibattito che hanno classificato questa opera come il tipico film americano dando a questo  aggettivo un connotato di narrazione semplice, scontata nel suo evolversi ed improntata ad un ottimismo di maniera; a parte che dichiarandosi liberamente ispirato a fatti veri non poteva che avere esiti diversi da quelli realmente accaduti, ne hanno dovuto mandar giù di bocconi amari le tre protagonista prima dell'happy-end conclusivo!. Inoltre non capisco come si possa fare di tutta un'erba un fascio della cinematografia statunitense che ha uno spettro d'azione a tutto campo e che almeno dal secondo dopoguerra sulla scia della leadership militare, economica e culturale degli USA, è indiscutibilmente il punto di riferimento per tutto il cinema occidentale.
Comunque tutti i pareri hanno loro giustificazioni e legittimità e come dice frate Antonino di Scasazza per bocca di Nino Frassica "non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello".

franco. francogarga@gmail.com

______________________________________________________________________________________________




MANCHESTER  BY  THE  SEA


I Bach e Albinoni della colonna sonora sono azzeccatissimi: e' un film scritto come un canone.

Il primo atto e' a due voci, presente e passato del protagonista si allacciano in un complesso contrappunto di flashback. 
Nel tempo presente l'atto si conclude davanti all'avvocato: il protagonista e' costretto a confrontarsi con un passato da cui sta fuggendo.
E' perfettamente giustificato che a costringerlo sia il fratello morto: Lee non vive nel presente, evita ogni contatto, la svolta nella sua vita
non puo' che venire da un morto. L'elaborazione di un lutto e' frutto di un altro lutto: perfetta simmetria.
Nel tempo passato l'atto si chiude con la scena in cui Lee ruba la pistola del poliziotto e cerca inutilmente di uccidersi.

Il secondo atto si conclude di nuovo davanti a delle armi, i fucili nell'armadio. La scelta di Lee questa volta e' diversa, le armi 
non sono piu' oggetti di morte: Lee finalmente elabora il lutto per la perdita delle figlie e  li baratta per il motore di una barca e 
una vita nuovi (qui, visto che nella colonna sonora c'e' anche
Bob Dylan, ci avrei visto bene in sottofondo un "Mama put my guns in the ground I can't shoot them anymore":
la canzone che accompagnava Pat Garrett verso la morte, qui avrebbe accompagnato Lee verso il ritorno alla vita)

Il terzo atto, liberatorio, riconciliatorio, si chiude con la scena con cui il film si era aperto: Lee e suo nipote che vanno in mare a pescare. 
Il cerchio si chiude, la vita ha cambiato e segnato i protagonisti, ma puo' continuare.

Ci sono poi tutta una serie di rimandi, di voci che s'intrecciano e ritornano: i tubi che gocciolano, le risse nel pub, gli approcci falliti
delle donne nei confronti di Lee (ne ho contati quattro: la ragazza di colore nelle prime scene, la ragazza nel pub, 
la madre della fidanzata del nipote, la ex moglie stessa). 

Ma ovviamente il contrappunto piu' evidente e' quello tra paesaggi e personaggi. 

Il mare non e' pronto a riaccogliere gli uomini finche' annegano nei ricordi.

Il terreno non e' pronto a seppellire i morti finche' non lo e' anche l'anima.

Voto 9

Fabio Valente

_________________________________________________________________________________________________

Si assiste agli oltre 130 minuti di durata senza fiatare e con un senso di oppressione al petto. È un film sul dolore più profondo, il senso di colpa, il ricordo e la nostalgia. All'inizio nasce la curiosità per l'aspetto depresso e la scontrosità di Lee; poi gradualmente tutto diventa più chiaro. Lee è annientato dal dolore; gli è capitato quanto di più terribile: la responsabilità della perdita. Non è un film semplice da decodificare nei personaggi e nei ricordi ma avvincente come un giallo. E allora si capisce non solo che è come se anche Lee fosse morto come i suoi figli ma che vuole autopunirsi condannandosi alla pura sopravvivenza. È rimasto ancora più solo dopo la morte del fratello e non se la sente di assumersi il ruolo di tutore verso il nipote. Ma il suo passato è fatto di pochi legami ma forti ed il rapporto con il nipote sembra inizialmente ridargli un po' di vitalità ed autorevolezza in qualità di figura di riferimento paterno. Il film fortunatamente è fatto anche di scene un po' più leggere in cui si vede il nipote Patrick continuare a vivere la propria vita di adolescente nonostante tutto e coinvolgere lo zio. È quest'equilibrio che rende il film più digeribile, così come le musiche classiche e le panoramiche marine, bellissime anche se ne sottolineano la piattezza emotiva, la tristezza ed il senso di solitudine. Il pianto è  trattenuto perché il dolore è troppo intenso e paralizzante e ciò evita allo spettatore un coinvolgimento eccessivo nella tragedia.

Man mano che il tempo passa ed il gelo esterno ed interiore si attenuano, Lee trova un buon compromesso fra le esigenze del nipote e quello che lui realmente può fare sia emotivamente che materialmente e il senso del film sta tutto nel suo titolo perché è evidente che Lee in quel paese, dove aveva perso tutti gli affetti più cari, non ci poteva proprio stare.

Mimosa - gmasotta@email.it

 

_______________________________________________________________________________

 

Anche questo film, come il precedente (La ragazza senza nome), ruota sul senso di colpa del protagonista e le sue conseguenze, ma in questo caso il regista c’è andato pesante. Tre bambini morti sulla coscienza, lasciato dalla moglie, il fratello morto, la cognata pazza, un lavoro avvilente, pugni da mezzo paese, ci mancavano solo le cavallette e la scalogna sarebbe stata completa.

A parte queste forzature il film è molto ben costruito, lento, giustamente depressivo, con un finale aperto realistico e qualche lampo recitativo coinvolgente. La scelta di usare Casey Affleck (premio oscar per questo film) è stata perfetta in quanto, come il fratello Ben, sembra soffrire di paresi facciale e in questo caso cadeva a fagiolo per rappresentare al meglio la profonda apatia del personaggio. Paesaggi in tema, fotografia accurata, musiche un po’ convenzionali. Bella e struggente Michelle Wiliams.

 

Silente

_______________________________________________________________________________________________



Focus del film è il dolore che devasta e blocca l'animo di Lee Chandler.  È una esperienza frequente ed inevitabile per tutti noi viventi e normalmente siamo "attrezzati" per affrontarla e con l'aiuto del tempo ed  attivando tutte le nostre risorse morali, culturali, spirituali e sociali riusciamo a superare anche fatti traumatici sconvolgenti, in primis la morte delle persone a noi più care. Diversamente il dolore si incardina e si autoalimenta nel cuore di chi ne è colpito che per non implodere trova come unica valvola di sfogo l'esercizio di azioni violente. Se il dolore è imputabile ad azioni criminose, questa rabbia può assumere le vesti della vendetta e la punizione dei colpevoli può rappresentare una soluzione. È una fattispecie cara al mondo del cinema: basti pensare a "il giustiziere della notte" di Michael Winner del 1974, ove il mitico Charles Bronson per colpire gli assassini della moglie allarga il suo obiettivo facendo piazza pulita di ogni malintenzionato si imbatta sulla sua strada; è un genere evergreen  visto che proprio in questi giorni ne è uscito il remake di Eli Roth con Bruce Willis nelle vesti di giustiziere.
Il nostro povero Lee invece non può che prendersela con la sfortuna ed il destino ed in parte con se stesso, involontaria causa dell'incendio che l'ha privato delle sue tre bambine ed allontanato dalla moglie che almeno ha potuto riversare su di lui parte della sua disperazione e dolore. Non ha altra scelta che rintanarsi in uno scalcinato monolocale di Boston svolgendo mansioni umili e degradanti, abbruttendosi il più possibile nel tentativo di dimenticare la sua vita precedente e rifiutando sgarbatamente ogni approccio di interesse nei suoi confronti da parte di chicchessia. È la esuberanza e vitalità di Patrick, il sedicenne nipote, cui suo malgrado quale unico parente, deve fungere da tutore a seguito della morte del fratello Joe, che riesce ad incrinare la corazza in cui si era rinchiuso e ci fa intravedere nel finale una nota di speranza per un suo reinserimento nella vita sociale.
Questa narrazione mi ha ricordato in tutto e per tutto quella di "film blu" di Krzysztof Kieslowski del 1993; siamo in Europa ed in un ambiente alto borghese, ma anche qui la morte del marito e della figlia della Binoche in un incidente stradale, al pari del nostro Lee Chandler, dopo un maldestro tentativo di suicidio e salvo le gratuite e masochistiche scazzottature nei pub, le fa assumere lo stesso atteggiamento di rifiuto di tutto ciò che la legava alla vita precedente: il dolore e la morte sono implacabili denominatori comuni indipendentemente dalla classe di appartenenza! La via d'uscita per la Binoche è stata la musica che nel suo caso ha preso il posto di Patrick (musica classica ovviamente). Kenneth Lonergan ha invece attinto alle più varie forme musicali riuscendo in pieno a creare l'atmosfera più confacente alle singole fasi della sua narrazione.
Gran bel film "Manchester by the sea", però quello di Kieslowski.......
franco    francogarga@gmail.com=