ORION    MOVIES

CENTRO FRANCESCANO ARTISTICO ROSETUM

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CAPTAIN FANTASTIC

È il film di questa stagione di cineforum che ho gradito di meno. Un'opera forse testamentaria di quella parte della vita del regista, probabilmente un po' estrema, se è vero che ha vissuto in una comune, che lui ha ritenuto di chiudere definitivamente in  quanto negativa. Solo alla fine del film il protagonista sembra riuscire a trovare delle mediazioni con quell'esperienza, per come il regista l'ha rappresentata, che probabilmente in origine aveva una sua dignità ed una sua ragion d'essere, come filosofia di vita contro il sistema capitalistico. Sicuramente salvaguarda l'aspetto della forza degli affetti ed i legami familiari.

Il termine "fantastic" in inglese non vuol dire solo immaginario ma anche capriccioso, strano, bizzarro. E con questa chiave il regista ci ha mostrato una delle possibili degenerazioni di quelle teorie (hippy? chomskyane?) se non vengono declinate con senso di realtà. Lo fa mettendoci di fronte a delle iperbole come il ritorno a cruenti riti di iniziazione, ad un modello educativo che si rifà al mito del superuomo che tutto sa affrontare perché cresce in forza fisica e in pensiero razionale ma che lascia poco spazio all'empatia, al buon senso, alla capacità di trovare mediazioni col reale, alle relazioni umane al di fuori della famiglia.

Su questo altare si consuma così il sacrificio della madre, portatrice di altri valori, più femminili e realistici, a cui non viene nemmeno riconosciuta la dignità di potersi, più poeticamente, ricongiungere alla terra o alle acque di un fiume invece che attraverso un water.

Se questi sono i temi, è tutto il trattamento del film che lascia perplessi, questo assetto "dramedy", perché non c'è nulla da ridere in questo tipo di esperienze che hanno sicuramente determinato drammi umani come succede anche nel film quando Ben, per esempio, tutto focalizzato sul suo privato ideale di vita, non si accorge del disagio della moglie che esita nella malattia mentale e nel suicidio e mette a rischio la vita dei propri figli.

Per non parlare delle incongruenze: come se la cavava economicamente la famiglia? come facevano ad avere un camper di quelle dimensioni? la casa ad essere sempre in ordine? i figli a studiare così tanto se dovevano persino procurarsi il cibo con la caccia e con prodotti autoctoni? a essere così ben educati? e in quel totale delirio paranoide del padre a non essere un po' pazzi anche loro? e Captain Fantastic a rinsavire in così poco tempo dopo l'incidente della figlia ed aver letto la lettera della moglie? Il tutto non sta decisamente in piedi. È proprio tutto un po' Fantastic!

Ma poi, che ci va a fare Bodevan in Namibia? non doveva andare all'università?

Mimosa - masottagabriella@gmail.com

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Avevo preso in considerazione la possibilità di consegnare la scheda compilata del cineforum dopo la visione di questo film, nell’eventualità che potesse essere migliore del film “Il cliente” come avevo scritto. Il risultato invece è stato che alla fine della proiezione poco ci è mancato che mi facessi restituire la scheda consegnata per poterla correggere segnando questo film come peggiore, al posto di “Austerlitz” (che non è un film).

La mia opinione non è cambiata neppure dopo il dibattito.


L’ho trovato irritante per l’accozzaglia di luoghi comuni sia visivi sia verbali spalmati per tutta la pellicola. Caotico e adolescenziale, con un regista in stato confusionale che non sa che registro dare al film e che non riesce a stare nei canoni atti a una “sospensione dell’incredulità”. Un padre esaltato e selvaggio, con la sindrome di Peter Pan, eppure coltissimo, ma irresponsabile verso i figli ai quali fa ripetutamente rischiare la vita, che mescola alla rinfusa credo politici, spirituali e sociali. Un’estremizzazione davvero incredibile, quasi parodistica. Un film che non so bene dove collocare, anche se In realtà direi che potrebbe stare dove sono finite le ceneri della mamma dei ragazzi.

Unica cosa degna di nota i paesaggi.

 

Silente

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Questo ultimo film, pur ambientato ai nostri giorni, tocca alcune delle tematiche di base dei moti del '68 e visto che quest'anno se ne celebra il cinquantesimo anniversario speriamo  che lo Spirito Santo illumini i programmatori del prossimo ciclo per l'inserimento prima di fine anno di almeno un altro titolo specificatamente riferito a questo movimento che ha contribuito a modificare in modo così radicale, nel bene e nel male, il nostro stile di vita; di primo acchito mi viene in mente, chessò "fragole e sangue" di Hagmann od ancor meglio l'indimenticabile "Zabriskie Point" di Antonioni, entrambi del 1970.
Ben Cash, secondo me, è un personaggio contraddittorio: è un affascinante  libertario, anarchico ed amante della natura che però allo stesso tempo riproduce nel suo nucleo familiare un modello dispotico ed autoritario ancor più accentuato di quello che caratterizza la società capitalista che lui rifugge e contesta.
Realistica ed efficace la rappresentazione del momento topico in cui il figlio maggiore Bo, sentendosi "osservato" da alcune ragazze all'uscita di un negozio, viene comprensibilmente invaso da una tempesta ormonale che lo blocca e sconvolge  sia sul piano fisico, come e sopratutto su quello intellettuale, incrinando in lui tutte le certezze inculcategli dal padre e sino a quel momento accettate acriticamente; è probabilmente lo stesso meccanismo che mezzo secolo fa' ha fatto da motore ai movimenti di rivolta dei giovani nel mondo occidentale, sino a quel momento sovrastate da una cultura tradizionale e sessista che li teneva in scarsissima considerazione ed osteggiava ogni tipo di promiscuità.
Ho l'impressione che il regista Matt Ross, forse per esperienze personali giovanili, si immedesimi nel figlio  Bo che alla fine sceglie di andarsene all'estero da solo, per cercare di trovare una sua visione della vita, lontano dall'influenza del padre hippy che pur ama, come pure del nonno tradizionalista e conservatore che gli avrebbe facilmente consentito di frequentare una prestigiosa università, con un agevole e lucroso ingresso in quella società capitalista/consumistica tanto demonizzata da tutta la sua famiglia.
Mi ha colpito molto la scelta del regista di far assumere ripetutamente al più piccolo della famiglia la funzione declamatoria dei principi fondamentali di una utopica organizzazione sociale ideale, quasi a sminuirla a livello di racconto infantile; certo che l'asserzione "potere al popolo" ripetuta con un sorriso, allo stesso tempo disilluso e  divertito, da Bo all'atto di imbarcasi per la Namimbia, ci porta a riflessioni gravi e difficili sui meccanismi di delega e rappresentanza nelle nostre democrazie e senza andare alle adunate oceaniche e  plaudenti di Berlino o Roma della prima metà del secolo scorso, o rammentare la narrazione evangelica riguardo alla scelta tra Barabba e Gesù Cristo, basta vedere come ancor oggi le masse siano di per se ondivaghe e facilmente influenzabili da promesse irrealizzabili e da  anacronistici rigurgiti nazionalisti.
Buona estate a tutti!


franco.  francogarga@gmail.com

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Un film che non regge la seconda visione. La prima volta mi aveva intrigata e non avevo notato le sbavature e le incongruenze. 
Genitori forse troppo avanti decidono di crescere i figli in totale isolamento autarchico, ferrea disciplina, istruzione variegata e degna delle migliori università, con chiara ispirazione al pensiero di Noam Chomsky, nel rifiuto della società dei consumi. 
La madre, ricoverata in clinica psichiatrica, si suicida e la famiglia parte con un l'autobus attrezzato, per recuperare il cadavere e eseguire la sua volontà di essere cremata.
Da questo punto il film diventa ancora più assurdo e vira in commedia. 
Alla fine anche il padre capirà che è utopistico vivere nei boschi nel 2000, che i ragazzi, per quanto istruiti ad affrontare il resto del mondo, non sono veramente attrezzati e il padre si piegherà ad un reinserimento ortodosso (attraverso l'istruzione scolastica), con conseguente,inevitabile,perdita del controllo su di loro. 
Gli spunti riflessione che il regista ci suggerisce sono molti. 
Io ne colgo uno in particolare: è profondamente ingiusto imporre il proprio stile di vita a giovani menti che non hanno avuto la possibilità di conoscere nient'altro. È una dittatura, anche se imposta in buona fede e "illuminata". 
Infatti vediamo che, nonostante la cultura superiore della quale erano imbevuti, i ragazzi ricominciano ad esplorare le basi della conoscenza secondo gli schemi imposti dal sistema scolastico...e sembrano interessati,  mentre il padre li osserva tra il divertito e il rassegnato. Forse spera che avendo inoculato loro il vaccino Chomsky in tenera età questo riesca a proteggerli dai tranelli e dalle "sirene" della società dei consumi. 
Gerry







RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA



Film ricco di significati simbolici. La tempesta non è solo quella metereologica ma è anche quella nelle relazioni familiari. Quella che abbiamo visto, per noi italiani è poco più che un temporale estivo, neanche tanto forte, per la compostezza dei toni con cui si esprime il conflitto. Ancora una volta i giapponesi si distinguono per la gentilezza e l'educazione che ne rappresenta il tratto forte della loro cultura che comunque non è priva di stridenti contrasti. Il giudizio sociale in genere è molto severo e si gioca sulle polarità fallimento-riuscita; il sentimento più tipico è rappresentato dalla vergogna a scuola e nei luoghi di lavoro se l'individuo non riesce a corrispondere alle aspettative, con conseguenze anche drammatiche (lì è nato il fenomeno adolescenziale chiamato hikikomori). Il film risulta delicato e anche poetico pur mostrandoci la fatica di una famiglia spezzata di ritrovarsi in uno spazio molto ristretto dove c'è ancora qualcosa che vale la pena e può essere recuperato. E troviamo una nonna saggia (come spesso gli anziani orientali) che si prodiga nei confronti di un figlio deludente e nel tentativo di rimettere insieme una coppia ormai distrutta, un protagonista che non è certo un samurai e che vive la fatica di diventare quello che vorrebbe essere, una sorella che non si fa più tante illusioni su di lui, una moglie fredda ed esigente ed un figlio triste e spento. Aspettative deluse su di sé e sugli altri, tanta nostalgia per i sogni del passato e una gran voglia di voltare pagina. Purtroppo, alla fine del film non c'è un cambiamento concreto della situazione ma forse un po' più di consapevolezza nei personaggi che niente sarà più come prima. Rimane forse il fatto che quando Ryota porta il bambino nel rifugio sotto la tempesta, per un lasso di tempo molto breve un padre ed un figlio hanno avuto la possibilità di vivere intensamente una piccola avventura, un'esperienza di vicinanza, coraggio e speranza che il bambino non dimenticherà. Perché al di là di tutte le divergenze di coppia i bambini hanno il bisogno e il diritto di non essere triangolati nel conflitto e di frequentare entrambi i genitori.

Mimosa - masottagabriella@gmail.com

 

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Oibò! Un giapponese alto 2 metri e con gli occhi da occidentale in un film dove tutti passano il tempo a mangiare in ambienti claustrofobici.

Accettati questi elementi rimane una storia, tutto sommato semplice, ma con il pregio di essere raccontata con garbo, con personaggi ben caratterizzati e con musiche, quasi infantili per il loro candore, ma che sottolineano bene l’anima del film. Un sobrio minimalismo che sfiora la poesia e che riesce, nell’arco di due ore, a farci avvicinare alle disavventure affettive di una famiglia così lontana. Un film che come una piccola pietra preziosa riesce a brillare, nonostante i pochi carati, grazie alle sue svariate sfaccettature.

 

Silente



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Certo che il nostro cineforum è forte: ci vuole un bell'occhio ed una tempestività bestiale a proiettare un film del regista che la sera immediatamente successiva ha vinto la palma d'oro a Cannes e  con un titolo pressoché uguale!
Ma passando all'opera in oggetto, s'è mai visto un bambino che alla classica domanda "cosa vuoi fare da grande?" rivela di aspirare alla professione di funzionario pubblico?  Vabbè che siamo in Giappone, ma anche lì sono pronto a scommettere che le risposte si indirizzerebbero su astronauta, pilota, cantante, attore, dj ed al limite cuoco o pompiere. Questa semplice risposta è una vera e propria cartina di tornasole che rivela l'anomale situazione familiare descritta dal film con il povero Shingo stretto tra un padre irresponsabile ed abulico  ed un aspirante patrigno iperattivo ed ambizioso che lo incita in tutti i modi a primeggiare, anche al di là delle sue concrete potenzialità.
Il sopraggiungere di un tifone crea l'occasione per Ryota di trascorrere una notte con la moglie ed il figlio nel minuscolo appartamento di sua madre in una condizione ideale per un tentativo di conciliazione con Kyoko e di ricostituzione del nucleo familiare. In quella particolare atmosfera Kyoko guarda con simpatia l'atteggiamento di Ryota da vero compagno di giochi del figlio e sembra subire l'influenza della suocera, vittima anch'essa di un marito inaffidabile e ludopatico, che le consiglia di accettare la vita così come viene. La mattina dopo però unitamente alle nubi del tifone sembrano essere spariti anche i dubbi e le perplessità di Kyoko; è affezionata e stima la suocera, ma non ritiene giusto emularla in quanto lei è in condizioni differenti: ha un lavoro e vive in una società che permette di sciogliere i vincoli matrimoniali e pertanto ha la possibilità ed il dovere di fare delle scelte in funzione del benessere  suo e del figlio. L'atteggiamento serale benevolo per il cameratismo fanciullesco di Ryota col figlio, a mente lucida, non fa altro che confermarla nelle sue perplessità sul suo senso di responsabilità, già più volte inficiato dai ripetuti ritardi nel pagamento dell'assegno alimentare  e proprio il giorno prima dall'offerta al bimbo di biglietti della lotteria incoscientemente inconsapevole di poter instillare un seme di quella ludopatia che costituiva la rovina sua, come lo era stata per suo padre. Sotto l'aspetto decisionale è Kyoko la vera protagonista del film, anche se la parte principale è quella di Ryota ben descritto dal bravo Hirokazu Kor-eda in tutte le sue debolezze e frustrazioni di scrittore mancato, in simbiosi con un per noi inusuale ritratto, sia all'interno che all'esterno,  delle case nei quartieri periferici di Tokyo.
franco        francogarga@gmail.com


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È proprio vero che il cinema è uno stato d'animo. Non vediamo mai lo stesso film, per quante volte possiamo rivederlo. Così come anche un film, indubitatamente noioso, nel quale avvengono solo piccoli episodi quotidiani apparentemente insignificanti,  può scorrere via per due ore e risultare anche gradevole. 
Questo film in particolare, nel quale succede ben poco e dove la tempesta che si pensava avvenire tra i protagonisti, è una vera tempesta atmosferica,  che in realtà, costringendo la famiglia apertamente in crisi nello stesso piccolo appartamento, contribuisce a gettare il seme della pacificazione. 
Mi ha colpito soprattutto la civiltà dei rapporti e la leggerezza con la quale vengono accettate le particolarità adolescenziali del carattere del nostro Ryota, un ludopatico incosciente ma in fondo buono, a cui tutti sono disposti a perdonare e, in fondo, a volere bene.  
La sceneggiatura è solo apparentemente scarna. Sono molti i distillati di saggezza che ognuno dei personaggi lascia cadere, senza insistenza, all'indirizzo di Ryota e che questi sembra ignorare perché ritiene che sia ormai troppo tardi per cambiare. 
E invece no, non è mai troppo tardi. 
Infatti, il finale è solo apparentemente aperto. Passata la tempesta, emergono numerosi segni di speranza e a me piace pensare che il lieto fine ci sarà. 
Gerry