Titolo

La favorita
 

da domenica  16  a  mercoledì 19 febbraio 2020

                  

LA  FAVORITA

regia di Yorgos Lanthimos

 

“Lo scenario de La favorita prende spunto da una storia vera, ambientata nel mondo velato della regina Anna (Olivia Colman), l’ultima (e storicamente meno nota) discendente della casa regnante britannica degli Stuart. Sebbene Anna soffrisse di gotta, fosse timida e non godesse di particolare considerazione, durante il suo regno la Gran Bretagna si affermò come potenza globale. Attraverso le intricate relazioni della sovrana con due donne scaltre e ambiziose — Lady Sarah (Rachel Weisz), l’amica di tutta una vita e consigliera politica, e Abigail (Emma Stone), la cugina povera di Sarah che si rivela un’arrampicatrice sociale – il film si immerge in un vortice di manipolazioni ed emozioni che definiscono il termine intrighi di palazzo. La favorita è il primo film in costume del regista Yorgos Lanthimos.

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Vice
 

da domenica  9  a  mercoledì 12 febbraio 2020

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VICE

regia di Adam McKay

 

 

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: “Attraversando mezzo secolo, il complesso viaggio di Cheney (Christian Bale), da operaio elettrico del rurale Wyoming a Presidente de facto degli Stati Uniti, offre una prospettiva interna, a volte amara e spesso inquietante, sull'uso e l'abuso del potere istituzionale. Nelle mani capaci di McKay, la dicotomia di Cheney, tra amorevole padre di famiglia e burattinaio politico, è raccontata con intelligenza e audacia narrativa. (…) Come molti americani, McKay conosceva poco dell'elusivo e apparentemente incomprensibile Dick Cheney, che è stato co-presidente virtuale di George W. Bush dal 2001 al 2009, e così facendo ha cambiato la storia americana, se non per sempre, certamente per i decenni a venire. (…) "Questo è stato un capitolo gigantesco della storia politica degli Stati Uniti che non ritengo sia mai stato completamente analizzato sul grande schermo. Un tassello essenziale del puzzle che ci fa capire come siamo arrivati in questo momento storico, in cui il consenso politico è raggiunto attraverso la pubblicità, la manipolazione e la disinformazione. E Dick Cheney era l'uomo al centro di tutto questo". (…) Con uno stile simile a La grande scommessa, la densa sceneggiatura di McKay includeva numerose scene e flashback, che sembravano quasi impossibili da ottenere in cinquantaquattro giorni di riprese. Basandosi su anni di regia televisiva e cinematografica, McKay è stato in grado di mettere a nudo le esigenze di ogni scena. Molti set interni sono stati costruiti fianco a fianco negli studi della Sony a Culver City, cosa che ha consentito alla sua troupe di passare facilmente da un set all'altro.”

(dal Pressbook)

 

 

 

 

 

Rolando Longobardi

Domenica pomeriggio

 

 

 

Non lascia ampi margini di interpretazione McKay nel suo film Vice. L'uomo nell'ombra.

Ad essere chiamato in causa è direttamente lo spettatore, che deve immergersi nello stagno nel quale i pesci della politica sguazzano.

Attraverso la carriera di un uomo politico come Dick Cheney il regista disegna il percorso di chi capace di stare nell'ombra, e nell'ombra agisce.

Il montaggio ironico e fin troppo chiaro mette in luce il colpevole di questo sistema: noi spettatori.

non è chiesto allo spettatore di schierarsi ma di prendere atto di ciò che inconsapevolmente, e per questo più colpevole, ha causato.

È proprio lo spettatore il cuore del film. Chi ha orecchi per intendere intenda.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

uno sforzo non indifferente, e sostanzialmente  riuscito, di fare il contropelo  al Vice e  Capo della premiata ditta Repubblicana che ha regalato  al mondo  varie guerre stupide e terribili. Ma la volontà didascalica e l'insistenza polemica non ci portano al "cuore" di questo assai grigio Macbeth moderno e la tensione  narrativa ( ... cadranno o no le tazzine impilate ? ) viene  spesso a mancare. Tuttavia il cinema USA conferma -  qui anche con  curiose invenzioni retoriche  -  la sua forte e chiara vocazione civica e democratica , che altrove - non si sa perché - manca del tutto.

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Adam McKay costruisce un pamphlet chiaro ed efficace con l’utilizzo di varie tecniche di montaggio, incluso quello concettuale, effetti visivi, finti titoli di coda dopo circa un’ora, un narratore inventato e tanti altri artifici. Un testo di discreto spessore che illustra l’ascesa al potere di un uomo mai in realtà scelto dal popolo, il quale si è trovato nella stanza dei bottoni solo grazie al fatto di aver servito, e ancor più utilizzato, gli uomini giusti, prima Ramsey e poi George W. Bush. Si tratta di un testo denso di nomi, riferimenti giuridici, come la teoria dell’esecutivo unitario, tesi, come l’idea che l’ascesa di Al-Zarqawi sia stata favorita da Cheney (che lo ha però anche eliminato…), ricostruzioni di retroscena. Probabilmente rinforzerà nelle proprie convinzioni chi è già critico nei confronti del vicepresidente più potente della storia degli USA, ma non pare sufficientemente profondo in termini di ricostruzione psicologica da scalfire i repubblicani convinti, che si sentiranno insultati nella propria intelligenza, come del resto ipotizza anche il suo autore attraverso l’ipotetico dibattito nei titoli di coda. D’altronde è pur sempre un film

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Adam McKay, storico sceneggiatore del Saturday Night Live, costruisce un film sarcastico e godibilissimo tutto giocato sulla sistematica manipolazione di stilemi cinematografici e narrativi. Un gran divertimento per il pubblico del Bazin che sghignazza compiaciuto quando dopo un’ora appaiono inopinatamente i titoli di coda e non si fa cogliere impreparato dalle esche che il ghignante regista distribuisce a piene mani lungo il film. Compreso l’epilogo che è diabolicamente collocato dopo i titoli di coda !!!

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Viceè un modo bizzarro, a tratti decisamente grottesco, per raccontare in un film “politico” all’americana, quello che già tutti sappiamo: che negli USA la democrazia è una sorta di elegante facciata che copre il reale potere che è esercitato da lobbies (nello specifico dei petrolieri) e che l’opinione pubblica è manipolabile, con irridente facilità, da guru della comunicazione neppure troppo brillanti, in verità, al servizio dei suddetti centri di potere. Detto così potremmo pensare a un film già visto (da Quarto potere in giù), invece Vice è ricco di trovate formali curiose e spiazzanti (i finti titoli di coda a metà film o i veri titoli di coda che, sulla musica di West Side Story, fungono da sottofinale prima della reale chiusura, ad esempio) in un meccanismo narrativo che procede per flash back e flash forward, anticipazioni o chiarimenti sul passato dei personaggi; cartelli e sottotitoli, con una voce off che solo ad un certo punto della narrazione capiremo perché conosce così a fondo Dick Cheney e la sua storia. Ma una delle chiavi di lettura è ben prima del finale: Cheney e la sua mogliettina Lynne (bionda e tenera in apparenza ma dotata di ferrea volontà, supporto indispensabile e spregiudicato nell’ascesa del marito da villico sbronzone puzzolente a vice potentissimo di un cretino come George Bush) nei panni di Macbeth e Lady Macbeth. Un ulteriore simpatico aspetto di novità sono gli espedienti atti a “rompere la quarta parete”, svelare didascalicamente (anche in senso letterale, cioè attraverso didascalie) gli accadimenti e mostrare la natura illusoria della finzione filmica; lo spettatore non deve essere coinvolto nella vicenda: mai guardare in macchina, come fa un grandissimo Christian Bale!

Noi italiani, all’epoca della guerra della “coalizione dei volenterosi”, ci siamo sempre fregiati di essere più “sgamati” degli Americani: sebbene partecipi in questa guerra “preventiva” nessuno all’epoca ha maicreduto che il conflitto fosse indirizzata alla liberazione dell’IRAQ dal dittatore Saddam che supportava i terroristi e aveva armi di distruzione di massa e, da subito, abbiamo immaginato migliaia di morti civili e la spartizione dei pozzi di petrolio tra le compagnie USA. Avremo bisogno di 20 anni e di un altro Vice per smascherare demagogia e finzioni della politica attuale?

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

 

Cinema pamphlettistico e doverosamente schierato quello di mcKay. Il suo Vice (vice president, ma anche Vizio di fondo della politica globale) è un Christian Bale bravissimo e letteralmente senza cuore (lo scopriamo alla fine, che a narrare la vicenda è appunto il "cuore di scorta", la seconda chance, il simbolo di immortalità). Il film si chiude e riparte due, tre volte, con un "codino" esplicativo finale  che in realtà non spiega nulla che già non sappiamo: la programmatica negatività di Cheney non acquista mai la grandiosità del Male da combattere, quanto piuttosto la banalità a rischio di simpatia di un sistema che sembra avere addormentato cuori e cervelli, per chi li ha ancora.=

 

 

Marco massara

Fuori classifica

 

Dopo “ la grande scommessa” la fascinazione del cinema di Adam mcKay continua con una maggiore leggibilità in questo film sempre a cavallo tra il docu-film, il film di denuncia e una spudorata commedia. La seconda ipotesi è sicuramente quella a cui lo spettatore sembra credere con più convinzione, ma il regista è abile ad insinuare il dubbio di un clamoroso  bluff. Non a caso quando ho visto il film precedente mi sono detto “Non ci sto capendo un tubo, ma mi piace un mondo!”     


 

 

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Fronte del porto

 

da domenica 26 a mercoledì 29 gennaio 2020

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FRONTE DEL PORTO

REGIA DI ELIA KAZAN

 

 

Pen­sa­to da Elia Kazan e scrit­to da Budd Schul­berg, Fronte del porto è la ver­sio­ne

ci­ne­matogra­fi­ca di una serie di ar­ti­co­li ri­guar­dan­ti nu­me­ro­si de­lit­ti al porto di New York che ave­va­no fatto vin­ce­re il pre­mio Pu­li­tzer a Mal­com John­son nel 1951. Kazan, il quale aveva col­la­bo­ra­to con il Co­mi­ta­to per le At­ti­vi­tà An­ti­a­me­ri­ca­ne fa­cen­do il nome di molti suoi col­le­ghi (tra i quali anche l’at­trice Kim Hun­ter, da lui di­ret­ta in Un tram che si chiama desiderio), non ri­ma­se in­dif­fe­ren­te a que­sti even­ti e de­ci­se di farne un film. Da ex la­vo­ra­to­re di porto, il re­gi­sta vi­si­tò il fron­te del porto di Ho­bo­ken (dove fu gi­ra­ta la pel­li­co­la nel 1953) che era con­trol­la­to da gang ri­va­li e dove gli sca­ri­ca­to­ri che non ver­sa­va­no tan­gen­ti ai boss ad­det­ti al re­clu­ta­men­to non la­vo­ra­va­no. Il pro­get­to, ri­fiu­ta­to sia dalla War­ner Bros, sia dalla Pa­ra­mount (una pel­li­co­la in bian­co e nero sui pro­ble­mi dei la­vo­ra­to­ri por­tua­li non ap­pa­ri­va molto al­let­tan­te), fu sal­va­to dalla Co­lum­bia so­prat­tut­to per la pre­sen­za di Marlon Brando nei panni del pro­ta­go­ni­sta Terry Mal­loy. Con giub­bot­to di lana a qua­dret­ti e ru­vi­di cal­zo­ni da la­vo­ro, Bran­do è quasi in­di­stin­gui­bi­le dai veri sca­ri­ca­to­ri che fu­ro­no uti­liz­za­ti nel cast per ren­de­re an­co­ra più rea­li­sti­ca la sto­ria. Coin­vol­to dal fra­tel­lo nel­l’o­mi­ci­dio di un la­vo­ra­to­re da parte di un rac­ket sin­da­ca­li­sta,   Mal­loy de­nun­cia il clan or­ga­niz­za­to gra­zie al­l’ap­pog­gio di Padre Barry (Karl Mal­den) e di Edie (Eva Marie Saint), so­rel­la della vit­ti­ma della quale è in­na­mo­ra­to. Il film, che rap­pre­sen­ta i temi della de­nun­cia so­cia­le e del tra­di­men­to (ini­zial­men­te Mal­loy viene di­sprez­za­to dai suoi com­pa­gni per aver detto la ve­ri­tà), vede il de­but­to di Eva Marie Saint, pre­mio Oscar come Mi­glio­re At­tri­ce non pro­ta­go­ni­sta, nella parte del­l’e­roi­na fra­gi­le e ner­vo­sa che si in­na­mo­ra del pro­ta­go­ni­sta e lo porta sulla buona stra­da. Tor­na­to a la­vo­ra­re con Kazan, Marlon Brando offre una delle sue in­ter­pre­ta­zio­ni mi­glio­ri, pre­mia­ta con l’O­scar, fatta di molta im­prov­vi­sa­zio­ne e nata dalle varie ri­cer­che sulla vita degli sca­ri­ca­to­ri di porto. La scena più im­por­tan­te, di­ven­ta­ta leg­gen­da­ria, in cui il pro­ta­go­ni­sta parla con suo fra­tel­lo Char­ley (Rod Steiger) su un taxi, fu im­prov­vi­sa­ta pa­rec­chio da en­tram­bi gli at­to­ri pro­ve­nien­ti dal­l’Ac­tor’s Stu­dio: Bran­do guar­da con scioc­ca­ta in­cre­du­li­tà la pi­sto­la pun­ta­ta­gli con­tro e la ci­ne­pre­sa è in­col­la­ta sul volto degli at­to­ri, “crean­do” così la scena che è una sorta di com­pro­mes­so tra la sce­neg­gia­tu­ra di Schul­berg e le ag­giun­te degli in­ter­pre­ti. La se­quen­za è una fu­sio­ne ar­mo­ni­ca tra Bran­do e Stei­ger e della loro re­ci­ta­zio­ne rea­li­sti­ca dalla forza com­mo­ven­te, e il ri­sul­ta­to fi­na­le è uno dei mo­men­ti più sen­sa­zio­na­li di Bran­do sullo scher­mo. Die­tro il fi­ne­stri­no po­ste­rio­re della vet­tu­ra do­ve­va­no com­pa­ri­re le im­ma­gi­ni di una New York in mo­vi­men­to ma, in man­can­za del fil­ma­to, si uti­liz­zò una ten­di­na e Kazan filmò la scena sfrut­tan­do i primi piani degli at­to­ri, i quali die­de­ro prova della pro­pria qua­li­tà re­ci­ta­ti­va. No­no­stan­te sia stato gi­ra­to nel­l’in­ver­no del New Jer­sey e con po­ver­tà di mezzi, il film riu­scì ad im­por­si come una delle opere più im­por­tan­ti della sto­ria del ci­ne­ma, ri­ce­ven­do 12 no­mi­na­tion agli Oscar del 1955 e vin­cen­do­ne ben 8, tra cui Mi­glior Film e Mi­glior Regia. Co­los­sa­le suc­ces­so al bot­te­ghi­no, Fronte del porto è un dram­ma sul re­cu­pe­ro di un uomo ca­du­to in basso e ri­ma­ne uno dei film più ac­cla­ma­ti di Hol­ly­wood che mise Marlon Brando nella prima fila delle grandi star in­ter­na­zio­na­li.”

(Gloria Paparella, da storiadeifilm.it)

 

 

 

 

 

Marco Massara

Domenica pomeriggio

 

 

 

La capacità di sintesi del cinema classico, la ricchezza dei temi e la qualità della recitazione risplendono sullo schermo del Bazin in un film che porta con disinvoltura i suoi 66 anni e che ci propone temi ancora attualissimi e li sviluppa e controlla con una sceneggiatura senza una sbavatura e dove ogni scena spinge avanti la storia con cartesiana chiarezza. Marlon Brando qui diventa l’icona del suo personaggio, Karl Malden da grande caratterista fa risuonare il tema del riscatto morale, Rod Steiger e Lee J.Cobb incarnano il loro ruolo alla perfezione. “What else ?”  Ah sì, la musica di Leonard Bernstein!

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

Solido racconto sullo schema dei film di pugilato,dei ganster e su su fin anche  ai migliori western,per raccontare - prima volta negli Usa - lo sfruttamento del lavoro operaio. Totalmente frainteso e attaccato dalla critica sinostrorsa anni '50,non è un film antisindacale ma contro il caporalato. E soprattutto  è un' abile autodifesa ( tramite Brando ) di Kazan verso i " compari" che continuavano a criticarlo e disprezzarlo per  le sue "spiate" alla Commissione anti-comunista. Alla mitica "coscienza di classe" marxista, lui contrappone la pura " auto -coscienza"morale, pur illuminata da qualche prete/operaio e da qualche angelica maestrina tenace.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

“Fronte del porto” ci precipita negli anni Cinquanta e nel clima plumbeo della guerra fredda. Elia Kazan o meglio Kazanjoglou è stato un campione di quei tempi lontani. Un uomo con due anime, quella comunista e quella maccartista. Un regista geniale e contraddittorio, un intellettuale discutibile nella ferma difesa delle sue scellerate scelte di campo. “Fronte del porto” nasce soprattutto da queste contraddizioni, dalla polemica con Arthur Miller e dalla necessità di doversi giustificare per la collaborazione con il Comitato per le attività antiamericane. Rivederlo serve a cogliere un passaggio drammatico del cinema e della vita americana del secolo scorso.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Rivedere i capisaldi del cinema del passato è utile non solo per una indagine storica o filologica ma consente di verificare affinità, differenze e parentele in quegli elementi che costituiscono lo specifico del linguaggio cinematografico. Fronte del porto è parso un film che, pur soffrendo dei vizi propri del cinema del passato (lentezza nel racconto, dialoghi spesso banali o scontati, un eccesso di retorica) ha invece molte interessanti aperture sul nostro presente. Una recitazione controllata e intensa (che bravo è qui un giovane Rod Steiger), l’ambientazione “realistica” e la scelta per una storia di lavoratori e sfruttamento, tema ai margini del canone hollywoodiano dell’epoca, fanno sembrare Kazan uno dei padri nobili del nuovo cinema americano degli anni ’70, una sorta di inevitabile passaggio per tutta una generazione di registi e attori. Al netto delle ragioni che spinsero Kazan – collaboratore della Commissione per le attività antiamericane - a costruire una storia centrata sull’essere il testimone onesto in un ambiente omertoso, è un film da rivedere soprattutto per comprendere meglio come nascano certe strutture del cinema e certi attori, che del cinema sono divenute icone.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

 

C'è anche chi non lo aveva mai visto, perché per motivi ignoti Fronte del porto latita da anni dalle programmazioni tv e dai canali satellitari dedicati. Male, perché trattasi di Grande Film anche a sessant'anni e più di distanza. Una storia netta, delineata in bianco e nero,  con personaggi efficaci in una vicenda ricca di spunti (lo sfruttamento dei lavoratori, il tradimento, la redenzione attraverso l'amore che dà coraggio, quanto e più delle parole di un vero pastore di anime e di corpi...). Un cast potente, dove svetta su tutti lui, Bud, il Marlon Brando che ha acceso le nostre passioni adolescenziali per il Cinema, qui nel fulgore fisico dei suoi trent'anni giocati su una presenza da gattone randagio cresciuto all'Actor's Studio. Guardate come gioca col guanto bianco di Ivy Eva Marie Saint, come sorride davanti a una pistola puntata dal fratello Charlie Rod Steiger, come percorre la sua via crucis finale, massacrato e vincente verso il magazzino del porto di Hoboken: e chissenefrega della vocetta chioccia che aveva   nell'originale, tanto a doppiarlo c'era Emilio Cigoli..

 

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Nureyev

 

da domenica 2 a mercoledì 5 febbraio 2020

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NUREYEV

REGIA DI RAPH FIENNES

 

 

La vita del leggendario ballerino Rudolf Nureyev, dalla difficile infanzia nella gelida città sovietica di Ufa, fino al successo e alla sua decisione di rimanere in Occidente. Ribelle e fuori dagli schemi, a soli 22 anni il ballerino entra a far parte della rinomata Kirov Ballet Company di Leningrado, con la quale va a Parigi nel 1961, nel suo primo viaggio al di fuori dell'Unione Sovietica. Gli ufficiali del KGB però non lo perdono di vista, diffidando del suo comportamento anticonformista e della sua amicizia con la giovane parigina Clara Saint.”

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio


 

 

 è una storia tra-ballante quella che ci propone il regista/attore anglo/serbo (cfr. il treno del parto,la zattera della Medusa  del quadro,la slitta sui ghiacci  tutti assai ...ondeggianti ) nel roccontarci le motivazioni secondo cui il tataro volante fece i fatidici quattro passi verso gli agenti francesi all 'Aeroporto di Parigi, scatenando una sarabanda mediatica di enorme impatto politico.

Porge tante allusioni,mima tanti gesti,ma senza mai fare e farci fare grandi balzi emotivi, pur avendo a disposizione un personaggio unico, bello e terribile,raffinato ,selvatico se nonanimalesco

Perché tante reticenze ?

Perché  persino un accenno al figliol prodigo ( vedi quadro...) che abbandona la madre /patria  'Urss ?

Troppo azzardo utilizzare un protagonista che non danza  e non ringhia all'altezza del mito...

Non gli si rende né un giusto omaggio,né una rilettura originale.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberta Braccio

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Un bel prodotto costruito sull’idea del bello e dell’arte come fonti di ispirazione per migliorarsi. Un personaggio dalla personalità  fortissima, e a tratti molto ostica,  e una storia interessante, che rischia di essere dimenticata. C’erano tutti gli elementi per fare di Nureyev un filmone e invece, complice  forse la voglia di raccontare tutto troppo, finisce per non andare a fondo, per non avventurarsi davvero nella mente del giovane ragazzo che sta scoprendo se stesso.  Peccato, perché i tanti spunti sono ottimi e la regia ha un’ottima mano e uno sguardo artistico non comune. Nonostante il poco mordente però lascia al pubblico la voglia di scoprire di più su questo genio della danza, e questo è senza dubbio un punto a favore!

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

"Il corvo bianco" ci permette di conoscere la formazione del tartaro volante alla scuola del Kirov a Leningrado e ancora prima gli stenti dell'infanzia a Ufa nel URSS degli anni '40; per concludersi poi all'areoporto di La Bourget a Parigi con una sorta di giallo politico. Da questo punto di vista ottima la scelta di Finnes di mostrarci gli aspetti meno noti della vita di un'autentica icona del ventesimo secolo. Il carattere troppo didascalico dell'operazione rende però il film poco originale:spesso si ha la sensazione che Finnes sia come intimidito dalla statura del personaggio e questo non giova all'originalità dell'interessante film.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Un film col freno a mano tirato questo Il corvo bianco, d’altra parte la vita di un personaggio sopra le righe come è stato Rudolf Nurejev non è facile a raccontarsi. Quest’opera è diligente, rispettosa del pubblico, spettacolare quanto basta, pudica tanto da mostrarci il Nostro a Parigi impegnato solo in innocenti visite al Louvre e romantiche passeggiate lungo la Senna, con inserti di danza non troppo invadenti ma circa la vera natura del ballerino sovietico, nato povero e tataro in Bashkiria, ci viene detto che era eccezionalmente talentuoso. Ci viene solo detto, appunto, ma ciò che vediamo è un giovanotto malmostoso e nevrotico, sempre pronto a mostrare un volto corrucciato e bisbetico davanti a chiunque non ammiri il suo immenso valore e che, in l’Unione Sovietica, si permette ora di pretendere il maestro di ballo di suo gradimento e ora di sputare, impunito, a una funzionaria che gli rivolge una più che ragionevole richiesta. Eravamo convinti che in URSS comportamenti del genere avrebbero portato il giovane ben lontano da Mosca e Leningrado …. E tuttavia così non è: potenza dell’arte. Il regista ha mirato troppo in alto e forse occorreva più coraggio: se si sceglie di narrare di un genio sregolato, dalle molte, intense passioni bisogna essere un po’ pazzi (o essere Ken Russel che usò Nurejev come suo attore).

 

 

 

 

Giulio Martini

Mercoledì sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Martin Eden

 

da domenica 19 a mercoledì 22 gennaio 2020

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MARTIN  EDEN

REGIA DI PIETRO MARCELLO

 

 

La storia di Martin Eden è notoriamente quella semiautobiografica di Jack London, autodidatta arrivato al successo letterario solo dopo una serie infinita di lavori umili, e probabilmente corrisponde a qualche elemento personale della vita di Pietro Marcello, anche lui cresciuto con grande fatica solitaria all'interno di un'industria cinematografica che premia più spesso il franchising che la visione originale. Così come Martin Eden racconta un'audacia frustrata, Marcello manovra con spregiudicatezza la cinepresa inseguendo le peripezie di un autore incompreso, e si prende continue libertà registiche nella forma sincopata della narrazione, che sceglie gli eventi salienti e li allinea con la frenesia che àgita il protagonista, senza preoccuparsi di fornire spiegazioni che aiutino lo spettatore nel seguire la trama.

Luca Marinelli è un Martin Eden ideale, con quello sguardo leggermente allucinato che rende comprensibili le accuse di "megalomania" rivolte dai placidi borghesi adagiati nel proprio intoccabile benessere. Meno adatta nei panni di Elena Orsini Jessica Cressy, il cui accento francese non è mai giustificato, che fa rimpiangere l'intensità espressiva della fisicamente simile Vicky Krieps ne Il filo nascosto. Più ancora che Carlo Cecchi nei panni di Russ Brissenden (perché sono stati mantenuti in inglese solo il suo nome e quello di Martin?) sono straordinari i ruoli di contorno, affidati ad attori del palcoscenico napoletano: Autilia Ranieri (Giulia, la sorella di Martin), Gaetano Bruno (il giudice Mattei), e soprattutto la meravigliosa Carmen Pommella (Maria). Chiude il cerchio il sempre efficace Marco Leonardi, qui nel ruolo del marito di Giulia. Straordinario anche il commento musicale che mescola Debussy a Teresa De Sio con altrettanta libertà di quella con cui Marcello unisce immagini girate oggi e ieri. 

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

 

 

 

 

 

 

 

 

Causa l’interruzione della proiezione viene ‘ereditata la valutazione della proiezione della sera

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 alla ricerca di una felicità "edenica", da raccontare a tutti come esperienza vissuta, Martin prima si innamora della bellezza, poi della cultura ma scopre che non può tacere del dolore dei suoi simili poveri e maltrattati. Si evolve l'uomo verso la felicità autentica o il suo sogno naufraga tra continui conflitti ? Un patchwork intelligente di documentarismo ,debiti pasoliniani, riflessioni sul proprio ruolo di artista ed intellettuale ed amore incontrollato per il Sud che con cambia.

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Marcello costruisce un film complesso, che unisce al girato materiali di repertorio e mescola le coordinate temporali facendo convivere elementi appartenenti a diverse epoche della storia patria. La trasposizione del testo di London operata da lui e Maurizio Braucci diventa così un quadro dell’Italia del secolo scorso, oltre che la storia di un uomo condannato a sentirsi escluso da qualsiasi contesto, come l’autore del libro che in esso si rispecchiava. La narrazione procede per accostamento di situazioni differenti, senza seguire uno sviluppo narrativo canonico, il che favorisce la capacità di riflessione dello spettatore, ma ne raffredda il coinvolgimento empatico. L’opera non è dunque facile da seguire, ma lo sforzo viene ricompensato, specie alla seconda visione

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Ben vengano gli intoppi di programmazione se ci permettono di conoscere un artista come Pietro Marcello che, con il suo cinema fatto di spiazzamenti e di inattualità,  ha giocato con gli spettatori del Bazin una partita mirabile per intelligenza e divertimento. E con talento ha ridato vita a un controverso romanzo dimenticato e ha rimesso in circolo una straordinaria serie di documentari che stavano sedimentati nelle nostre memorie visive.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Chi si aspetta un altro “Martin Eden” ha sbagliato film: questo manca di un percorso lineare e di un “realismo” nella narrazione, nella scenografia, negli ambienti, soprattutto nella fotografia. C’è sì una bizzarra ambientazione spaziale ma il tempo è indecifrabile (presente, primo ‘900, anni ’60?) così come musiche e costumi e dialoghi mescolano stili, tecniche e modi, il documentario si alterna alla finzione e le due tecniche si compenetrano (qualche volta in modo anche un po’ facile: il rogo dei libri da parte dei nazisti diventa il fuoco che scalda la prostituta). Claude Debussy incontra Teresa De Sio, il pomeriggio del fauno si tramuta nella vitalità chiassosa dei bassi napoletani: l’alto e il basso, l’elegante e il plebeo si susseguono in un tempo eternamente presente, dove una storia non ha Storia e il racconto racconta se stesso, il proprio sussistere, la propria utilità (o inutilità) e necessità. Forse sarebbe bene rispolverare la categoria del “post moderno” per dare un senso a questo napoletanissimo Martin, ma è altrettanto interessante godere invece della spericolata costruzione del film, dei suoi simboli, dei suoi colori innaturali, dello spiazzamento continuo cui ci costringe.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

 

Pietro Marcello prosegue la sua strada di un cinema a cavallo tra fiction e documentarismo, mescolando anche in questo film spezzoni d'epoca tra anni Cinquanta e Ottanta alle parti recitate da un cast composito di attori (Marinelli spicca su tutti per interpretazione e bravura). Del romanzo di Jack London rimane la forza del protagonista, marinaio di bassa estrazione che si eleva culturalmente per amore fino alla delusione, al tradimento affettivo e al suicidio finale. Nella seconda parte, però, il desiderio di fare del film anche una sorta di pamphlet socio-politico di Napoli e dell'Italia passata e presente squilibra la narrazione e le toglie quel tono tra fiabesco e trasognato che giustificava le numerose, e volute, incongruenze cronologiche e storiche

 

 

Marco Massara

Fuori classifica

 

 

Interessantissima trasposizione volutamente spesso ‘fuori tempo e fuori luogo’ di un impolverato romanzo di Jack London, con frequenti spiazzamenti dello spettatore che tuttavia riesce perfettamente a percepire il ‘senso’ della operazione. Con interessanti attualizzazioni su temi ‘caldi’: Napoli, i migranti, il sovranismo, una guerra imminente. Un vero ‘autore’ da tenere in attenta osservazione.       

 

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