Titolo

La casa sul mare
 

da domenica  17  a  venerdì 22 marzo 2019

                  

LA  CASA  SUL  MARE

regia di Rpbert Guéduguian

 

 

:«Ogni tanto, direi ogni cinque o sei anni, sento una specie di bisogno di fare il punto. Di ritornare nei posti in cui ho girato i miei primi film, ma più che altro di tornare a occuparmi del mondo a cui ho dedicato i primi lavori. È un modo per fare il punto su me stesso, sulla mia intimità, sulla politica, sulla società e sugli ambienti sociali che fanno parte del mio cinema». In un’intervista che concesse a Cineforum nel 2013 (Cineforum 526) Robert Guédiguian rispose così a una domanda circa la “necessità” di fare un cinema politico e privato, incentrato su temi sociali e filmato (quasi) sempre negli stessi luoghi, con (quasi) sempre gli stessi attori. La domanda prendeva spunto dall’allora ultimo film, Le nevi del Kilimangiaro che è del 2011: guarda a caso proprio sei anni fa. Presentato al Festival di Venezia 2017, La casa sul mare ritorna a proporre i temi cari al regista: è un cinema privato, il suo, in cui ritornano luoghi, personaggi e soprattutto la nostalgia. Qualcuno lo definisce il Ken Loach francese, altri il regista proletario. Forse perché in tanti anni passati a girare film, la sua visione del mondo (e del cinema) non è cambiata: resta sempre un nocciolo caparbio, militante. Anzi, politico nel termine più puro.

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Il filo nascosto
 

da domenica  10   a  venerdì 15 marzo 2019

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IL  FILO  NASCOSTO

regia di Paul Thomas Anderson

 

 

: “Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock, celebre stilista, fa palpitare il cuore della moda inglese abbigliando la famiglia reale, le star del cinema, le ricche ereditiere, le celebrità mondane, le debuttanti e le signore dell'alta società. Scapolo impenitente, le donne vanno e vengono nella sua vita, offrendo compagnia e ispirazione. Lavoratore bulimico e uomo impossibile, Reynolds dispone delle sue conquiste secondo l'umore e dirige la sua maison con aria solenne, affiancato da Cyril, sorella e socia altrettanto ieratica. Mr. Woodcock ha un debole per la bellezza che riconosce in Alma, cameriera in un hotel della costa dove si è fermato per un break(fast). La giovane donna, immediatamente sedotta da quel ragazzo affamato, lo segue a Londra e ne diventa la musa. Stabilitasi nella casa di Knightsbridge, Alma rivela presto un carattere tenace, vincendo lo scetticismo di Cyril, che la crede di passaggio, e accomodando le (brusche) maniere del suo Pigmalione. (…) Tracce invisibili, fili nascosti, pensieri ricamati e cuciti nelle pieghe, negli orli, nei risvolti. Al loro fianco ma al centro del racconto c'è l'Alma di Vicky Krieps, rivelazione che non cessa di sorprendere di fronte a un personaggio e a un attore che hanno perfezionato il punto di incandescenza del proprio ruolo. Persuasi entrambi della propria onnipotenza, saranno ridotti all'impotenza da una donna sottostimata. Mostro di misoginia, Reynolds ha fatto dell'oggettivazione delle donne la sua professione ma con Alma il rapporto di forza si inverte progressivamente. Drammaturgicamente più forte, si impone come un personaggio di cui non sapremo mai tutto ma il cui volto dice tutto della sua maniera di attraversare il mondo. È lei a svolgere e riavvolgere l'arco narrativo di Reynolds, confidandosi a terzi e costringendolo in una forma di infantilizzazione. Regressione, del resto, perfettamente logica per un uomo ossessionato dalla madre, ideale al quale Alma vorrebbe sostituirsi prima all'insaputa di Reynolds e poi con la sua benedizione. È suo il punto di vista da cui scopriamo Reynolds Woodcock, monomaniaco fissato col magenta e i codici dell'alta borghesia. Con lei entriamo in una vita scrupolosamente pianificata dove ognuno trova il suo posto, dove le seccature vengono risolte secondo una routine stabilita, dove si respira una freddezza mortifera e sopravvive il fantasma di una madre defunta. (…) Lo sviluppo passionale convenzionale cede il passo a un gioco di manipolazione, una codipendenza tra appassionati schiavi del dolore, coerente con l'immagine delle relazioni umane che l'autore ha l'abitudine di indagare lungo le derive del sogno americano. Tutto oppone Reynolds e Alma, a partire dalla classe sociale, ma la seduzione che esercitano l'uno sull'altra testimonia il motivo di predilezione dell'opera di PTA, la lotta tra materia e spirito. Questa lotta è messa in scena ancora una volta con precisione millimetrica dentro interni ipnotici, dove si consuma lo spettacolo affascinante di miseria e acquisto spirituale, agisce l'ideologia autodistruttiva e tossica dell'alta società londinese, la sua falsa apparenza e la nevrosi che dissimula. In un film apertamente psicologico, l'autore infila scena dopo scena verità eterne sulla dualità, l'ambiguità, l'inversione possibile dei ruoli dominante e dominato.”

( da mymovies.it)

 

 

 

 

 

Matteo Mazza

Domenica pomeriggio

 

 

Un film sull'essenza dei sentimenti, fatti di memoria e desiderio, tradotti dalla fame e dalla sete, immersi nel patire e nel donare. Autore di una forma cinematografica pura, P. T. Anderson è regista del sublime, architetto dell'invisibile ponte che tiene insieme le relazioni umane, scrittore di una vicenda che stringe eros e thanatos, presenza e assenza, nascere e morire, ricordo e immaginazione. Il suo film è elegante ma non vanitoso, puntuale, ordinato ma disperato e aperto

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

il film è disegnato con estrema cura ed  imbastito attorno a tre  insiemi di segni & simboli  ( la scala, gli abiti , il mangiare ). Permettono al regista di ricamare - a lungo -  attorno ad un solo tema : la sfida tra dominante e dominato, tra affamato ed affamante, tra mortificante e mortificato.  Non è la storia di Pigmalione, non è quella de "La scuola delle mogli", ma il feroce ritratto di un dittatore viziato. Il manipolatore di figure femminili, confezionate per anni a sua immagine e somiglianza, viene lentamente e completamente ri-voltato  e  ri-modellato  da chi  ne scopre il perverso gioco professionale ed  amoroso, punzecchiandolo ,spillo dopo spillo, ed arrivando a  scovare e scucire il  risvolto  segreto della  suo  abito mentale. Messo in forma con un taglio narrativo sicuro, rifinito con scelte visive squisite, recitato  - in perfetto stile  anglosassone/retrò  - intrecciando  ingarbugliati narcisismi e perfide mosse infingarde , il film è infine  agghindato da una sontuosa colonna  sonora, fatta  di citazioni classiche e di frangiati ritmi diversi, ma cosi ben avvolta  al  sinuoso racconto psicologico  da trasformarlo, anche sul versante sonoro, quello straordinario prodotto elitario che ci sfila elegantemente sotto gli occhi  in un'atmosfera ipnotica,fascinosa ed assolutamente d'alta classe.

 

 

Angelo Sabbadini

 

Martedì sera

 

 

L’amore come estenuante sfida di potere: Paul Thomas Anderson mette la sua cinepresa maniacale al servizio della passione estrema tra Reynolds e Alma. Reynolds veste la sua musa con un talento inimitabile; Alma mette a nudo la fragilità di Reynolds con amorosa determinazione. Attori straordinari per un intenso balletto a due con un invadente coro femminile in una inquietante maison d’alta moda tra clienti d’alto bordo e fantasmi edipici.

 

 

 

 

Carlo Caspani

 

Mercoledì sera

 

 

Paul Thomas Anderson si conferma Autore a pieno titolo con questo Phantom Thread, filo fantasma che cuce con tecnica raffinata e svolgimento perturbante una serie di argomenti a lui cari messi in scena in una ambientazione impeccabile e una recitazione più che all'altezza da parte dei protagonisti. Ma è il contenuto, più che la forma, a lasciare  affascinato e nel contempo disturbato lo spettatore, come sempre accade nei suoi film.  Senso della morte onnipresente, legami famigliari (il "fantasma" materno, la sorella alter ego e protettrice),  una donna-manichino che si rivela  a sua volta dominatrice, veleni, ricami, parole e ciocche di capelli nascoste, superstizioni, un sogno  finale di maternità e famiglia e un'accettazione del rischio, in nome dell'amore e della complicità a difesa della propria "ars sutoria", in un continuo gioco di ribaltamento tra dominante e dominato, come spesso accade quando passione e desiderio si fondono e confondono.

 

 

Giulio Martini

 

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

 

 

 

Paul Thomas Anderson costruisce un film nel quale tra un sarto Gallo-di-Legno (Woodcock) e una cameriera molto più umana (Alma) scatta un amore improvviso, attraverso il quale passano la dialettica servo – padrone di Hegel, le relazioni sadomasochistiche sartriane tipo “l’inferno sono gli altri”, il Complesso di Edipo di Freud e tanto altro ancora, splendidamente fotografato e magnificamente recitato. Un film di una densità incredibile, nel quale ogni inquadratura è perfetta in sé e inserita nello sviluppo di una storia tanto assurda da raccontare quanto affascinante da vedere: una coppia che fila il tessuto del proprio equilibrio a partire da una trama fantasma - quella del titolo originale -, che consiste nel fatto che la modella, ogni tanto, lo avvelena, per farlo regredire a  bambino indifeso - infantile e viziato lo è già sempre -, e poter quindi prendere accanto a lui il posto dell’ingombrante madre morta, come pure dell’amatissima sorella viva, salvo poi farlo tornare nel pieno del proprio vigore, a sublimare il sesso quasi assente con il cibo ed il lavoro, in una fortissima tensione erotica che va a braccetto con la pulsione di morte. Siamo di fronte a un’opera d’altri tempi, e non solo per l’ambientazione. Basta che funzioni, direbbe Woody Allen           

 

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The post
 

da domenica 24 febbraio   a  venerdì 1 marzo 2019

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THE   POST

regia di Steven Spielberg

 

 

: 1971: Katharine Graham (Streep) è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee (Hanks) è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni. La lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa è il cuore del film, dove la scelta morale, l’etica professionale e il rischio di perdere tutto si alternano in un potente thriller politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Massara

Domenica pomeriggio

 

 

Troppo banale dire :”E’la stampa, bellezza!”.

 

Perché in effetti c’è molto di più; “The post” infatti, ed è una cosa che apprezzo molto, è un film capace di ‘cambiare pelle’ progressivamente mentre si sviluppa. Sicuramente è un ‘press-hero movie, ma sa essere un po’ spy-movie e addirittura diventare addirittura un dinasty-movie quando tocca le corde dell’orgoglio della famiglia da generazioni proprietaria del ‘Washington Post’.

Chi ama il cinema ha sempre un po’ di pregiudizio verso le ‘storie vere’: si sa come va a finire, ma in certi casi, come questo, diventa interessante vedere COME   (nel senso di ‘in che modo’) va a finire. “The post” dosa con equilibrio, speranze, tentennamenti e frustrazioni, spinge lo spettatore ‘fare il tifo’ per i protagonisti al punto da fargli perdonare lo scontato sberleffo finale dell’inquadratura del Watergate Hotel, dopo che la silhouette  di Nixon ha appena detto “nessun giornalista del Washington post” entrerà più alla Casa Bianca” (!).

Tom Hanks (si fa quasi fatica a riconoscerlo con una inedita acconciatura) mostra una quasi altrettanto inedita fisicità di gesto, mentre la Streep, a cui viene costruita una scena (quella della lettera) ad hoc in cui mostra tutta la sua recitazione’ oltre le parole’, è semplicemente perfetta nella parte.  Fa un certo effetto rivedere l’ambiente originale dove è stato girato ‘Tutti gli uomini del presidente’ e fa piacere ritrovare le macchine da scrivere anziché i computer e, al posto degli invasivi ed invadenti cellulari,  un bel telefono nero con cui Hanks dà l’ordine  di far partire le rotative. Un film bellissimo e necessario.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

nella folta selva  dei film americani sulla stampa ed il primo Emendamento  si cerca  un percorso meno scontato, piazzando al centro una donna, una "casalinga" costretta a fare la manager. E pur senza farne un film femminista,sottolinea di continuo lo scontro con i maschi: non solo Nixon , ma anche tutti gli altri, compresi i suoi collaboratori ed amici, fino a a Mc- Namara  e al suo Direttore- Il tutto in realtà  serve al Regista  per dar contro al lubrico Trump e alla sue infinite  fake news. Il film  stenta  a prendere slancio e a mettere a fuoco il tema effettivo di interesse, ma poi ingrana ed riesce ad evitare una troppa facile retorica sull'argomento, grazie soprattutto agli attori. 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Uno Spielberg in gran forma regala ai visionari del Bazin un film old fathion disegnato da una macchina da presa di straordinaria fluidità ed efficacia. Piace la riproposizione di un cinema civile che dopo Lincoln e Il ponte delle spie racconta il passato per farci comprendere il presente. E il vecchio, caro cinema nelle mani sapienti del regista di Cincinnati si dimostra ancora in grado d’infiammare l’uditorio con le sue lezioni di storia e di democrazia.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

In questi anni Spielberg alterna cinema di evasione tecnicamente sofisticato e cinema "didattico" dove, narrando vicende di storia recente o quasi contemporanea americana, intende lanciare messaggi forti per l'oggi e per il domani. Il tutto senza rinunciare alle sue caratteristiche autoriali: drammatizzazione, tocchi di alleggerimento ironico, movimentazione nelle scene di raccordo per alleggerire i dialoghi e le situazioni ... The Post è apparentemente antispettacolare, rende omaggio anche al cinema del passato (da" Il colosso d'argilla" a "Tutti gli uomini del presidente") e così facendo prende posizione in modo chiaro, netto, politico. Sarà anche uno Spielberg minore, ma...=

 

 

Giulio Martini

 

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

 

 

 

Steven Spielberg costruisce un film alcuni valori fondamentali situandolo in un preciso contesto storico, quello della guerra del Vietnam e del “caso” dei Pentagon Papers, conferendo al testo una dimensione estremamente concreta. L’ideale la fa però da padrone, e lo si mostra attraverso la mobilità della macchina da presa, che evidenzia quale decisiva battaglia sia ingaggiata con la difesa della libertà di stampa, così come la scrivania tremante dell’ottimo Ben Bagdikian incarna gli sconquassi portati dalla diffusione della verità. Ma sono in particolare i personaggi a incarnare questi valori: il “pirata” Bradlee, ma soprattutto l’editrice Kay Graham, che deve fare le scelte più dure, che le fanno rischiare il proprio giornale, che significa l’eredità di famiglia ed il lavoro dei propri dipendenti, ma anche mettere in crisi rapporti di amicizia e una certa immagine di sé. È bravissima Meryl Streep a mostrare il percorso di questa donna in un mondo di uomini, dall’esitazione che la rende irrilevante alla forza di assumersi in pieno il ruolo che le compete, andando oltre i pregiudizi di tutti, inclusi i suoi. Un film classicissimo, ma esemplare nella sua semplicità e, purtroppo, assolutamente attuale.     

 

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Mr. Ove
 

da domenica  3   a  venerdì 8 marzo 2019

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MR  OVE

regia di Hannes Holm

 

 

Backman è diventato un caso editoriale internazionale in questi ultimi due anni, ha venduto oltre 7,5 milioni di copie nel mondo. Il suo libro più famoso A man called Ove, pubblicato in Italia con il titolo L’uomo che metteva ordine nel mondo, è un vero best seller in America, dove ha venduto 1,3 milioni di copie ed è nella bestsellerlist top ten da oltre 70 settimane. In effetti, nel personaggio di Ove possiamo tutti riconoscere qualcuno che conosciamo, che vive accanto a noi, il proprio padre, o il nonno, un fratello o uno zio. Attraverso il suo sguardo, le persone e le situazioni che lo circondano, ci appaiono in una doppia luce, comica e drammatica. “Volevo concentrarmi più sull’aspetto sentimentale della storia, ma il modo che ha Ove di osservare il mondo del ventesimo secolo ha reso la storia divertente. La sua amicizia con la vicina Parvaneh e la sua famiglia diventa talmente stretta che i bambini di lei ormai lo chiamano nonno. Nei flashbacks noi scopriamo la storia d’amore tra Ove e Sonia, che ricordano le immagini dei film La mia vita a quattro zampe e Forrest Gump. Altri riferimenti per me sono stati A proposito di Schmidt e Qualcosa è cambiato. Vorrei che questa storia arrivasse al cuore delle persone, in modo positivo, sia grazie all’ironia pungente che alle vicende drammatiche che coinvolgono Ove. È un film sulla vita, un viaggio tra le risate e le lacrime.” (dal pressbook)

 

 

 

 

 

Rolando Longobardi

 

Domenica pomeriggio

 

 

Se è possibile dire addio, in quanti modi farlo?

Questa è la domanda alla quale il regista svedese Holm tenta di rispondere. Mr Ove non è capace di salutare, prima che gli altri, se stesso.

Dirsi addio è anzitutto aver la consapevolezza di se, di aver vissuto.

Una vita non all'ombra di moglie o parenti, ma alla luce di quello che agli altri si fa vedere di se.

La storia di un uomo è fatta di ricordi e presente legati insieme, senza nostalgia ma con piena  consapevolezza.

La vita di Ove è drammatica, fatta di svolte e di scelte difficili e a volte avere un cuore grande è un problema.

Narrazione lineare dove i flashback aiutano a ricostruire il personaggio senza stravolgerlo.

Regia non particolarmente geniale ma funzionale.

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

Tra le non molte ma continue pellicole su single ormai in età da pensione o carichi di anni e di ricordi,questo Sig ."Dovere" ha il merito di farsi amare per  il velo affettuoso che avvolge attorno ad un orso  brontolone, nonno senza essere stato padre davvero, autarchico  bricoleur delle emozioni, contrario al disordine e alle noie della burocrazia finta solidale, nonché nostalgico di una Svezia che fu più sognata che vera. Facendosi beffe - con garbo - dei totem e dei tabù nazionali il regista cava da un best sellers una storia a tratti prevedibile ma convincente, di cui si teme lo snaturamento hollywoodiano,che di certo lascerà per strada quelle malinconie e manie boreali, che sono la sua peculiarità.

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Anche gli svedesi hanno bisogno di consolazione! Ben lo sa il regista Hannes Holm che confeziona un Fill Godd Movie nordico che raggiunge lo scopo di essere visto da un milione e mezzo di connazionali rispetto a una popolazione che non raggiunge i dieci milioni di unità. Merito principale dello scorbutico Olf Lassgard che confeziona un mirabile ristratto di uomo buono con la maschera da orco. Certo lo sviluppo del personaggio e della vicenda è assolutamente improbabile e l'intrattabile Mr. Ove è circondato da figurine stereotipate e funzionali all'assunto del film. L'operina è penalizzata da una regia discontinua che, dopo averci descritto il personaggio di Mr. Ove, si preoccupa nella parte conclusiva del film di giustapporre tutta una serie di avvenimenti che non vengono sufficientemente approfonditi.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

La critica più sbrigativa, forse sulla base del pregiudizio sul best seller letterario da cui deriva,  ha etichettato questo film come una divertente commedia sulla misantropia. In realtà il  regista Holme usa humour e ironia molto nordici per alleggerire una vicenda di per sé affatto allegra, dove il senso della morte, dello scorrere del tempo, di un'esistenza di affetti perduti in cui  ci si difende con la rigida applicazione di regole inutili, si rimedia con una sola ricetta: vivere e darsi agli altri. Forse fin troppo semplice e schematico nella sua impostazione a flashback prolungati, ma per questo efficace con chi, per età ma non solo, tende a vivere di rimpianti.

 

 

Rolando Longobardi

 

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Martini

 

Venerdì sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La notte che mia madre ammazzò mio padre
 

da domenica 10   a  venerdì 15 febbraio 2019

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LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO' MIO PADRE

regia di Inés Parìs

 

 

 

“Un po' di tempo fa ero a cena con delle amiche, e una di loro ha raccontato di quella volta in cui ebbe la pessima idea di invitare a casa sua per il pranzo di Natale, sia il suo ex che la ex del suo attuale compagno. L’amica ci raccontava quella cena infausta con un certo tono di tragicità, e fu allora che iniziai a pensare che in quel drammatico racconto c'era invece una stupenda commedia.

Di lì a poco, proprio in occasione di un'altra cena, a casa della produttrice Beatriz de la Gándara, mi decisi di raccontare a lei e a Fernando Colomo quel che stavo iniziando ad abbozzare: una commedia che partiva da quel aneddoto sugli ex invitati a cena. A loro piacque così tanto che decisero di produrla assieme. Nei mesi successivi, iniziai con Fernando a scrivere questa sceneggiatura fondata su una cena con molti ex da una parte e dall’altra, mentre Beatriz andava di cena in cena, alla ricerca di nuovi partner che finanziassero il film.” (dal pressbook).

Campione d’incassi in Spagna e vincitore del Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Málaga 2016, l film propone un intreccio di relazioni familiari e di colpi ad effetto che si innerva senza soluzione di continuità sul tema della maschera e del doppio, arrivando a rappresentare un incessante accavallamento dei livelli di realtà e di finzione ed invitando lo spettatore ad una parossistica “sospensione dell’incredulità”. Il gioco dei riferimenti cinematografici e degli omaggi ai vari sottogeneri della commedia è evidente. A cominciare dalla sferzante satira della letteratura e del cinema giallo e dalla esasperata “poetica del doppio” con una struttura ad incastro modello scatole cinesi di Invito a cena con delitto (di Robert Moore, 1967), la scelta di ambientare la rappresentazione nel corso di una cena e di proporre una grottesca mise en abyme attorno ad un delitto o ad un pregiudizio (razziale, sociale, anagrafico, performativo) richiama alla memoria numerose altre pellicole: Indovina chi viene a cena? (di Stanley Kramer, 1967); Una Cena quasi Perfetta (di Stacy Title, 1995); Festen (di Thomas Vinterberg, 1998); La Cena dei Cretini (di Francis Veber, 1998), Cena tra Amici (di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012) fino al recente Perfetti Sconosciuti (di Paolo Genovese, 2016).

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

 

 

buon esempio di commedia macabra secondo le tonalità iberiche. Satira non feroce,ma quasi affettuosa ed indulgente, del narcisismo dilagante nel mondo dello spettacolo, su cui la brava regista cerca anche di filosofare. Non ci resta che sorridere sui  vari interpreti tutti più o meno "mattatori"/matador.

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Ha talento la cineasta Inès Paris nel garantirci un’ora e mezzo di divertimento !!! Si è lasciata alle spalle la sua seriosa famiglia di intellettuali e la sua laurea in filosofia e ha confezionato un’operina che in Spagna ha sbancato il botteghino. La ricetta è fatta di un sapiente dosaggio tra black comedy e screwball comedy e, cosa rara al cinema, ci si diverte per davvero. Merito degli attori tra cui giganteggia la fascinosa Belèn Rueda per la prima volta impegnata in una commedia leggera. Sulla pazza giostra doveva salire anche John Malkovich ma, all’ultimo, la possibilità è sfumata.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

commedia brillante con tocchi di giallo, humour iberico (tra il macabro, lo scatologico e il sarcastico) e meccanismi narrativi consolidati sull'essere e l'apparire, la finzione teatrale che diventa realtà e viceversa, allegri tradimenti, etilismi e calembours giocati sulla "cuginanza" linguistico-culturale tra Spagna e paesi sudamericani (Argentina in particolare). Si ride, c'è il lieto fine, cosa volere di più?=

 

 

Carlo Caspani

 

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

 

 

 

Inés París costruisce una commedia che preme sull’acceleratore fino ad abbandonare qualunque realismo, con il povero Carlos che alla fine sembra Wile E. Coyote, tanto può sopportare qualunque colpo senza morire mai. Il gioco però è scoperto, ce lo dice uno dei molti commenti sulla sceneggiatura del presunto film da fare, che in realtà sono tutti su quello che stiamo vedendo: quando Peretti, alla fine, afferma che la trama risulta incredibile, e solo un’attrice come Isabel può riuscire a renderla accettabile (insieme, aggiungiamo noi, agli altri membri di un cast in ottima forma), mettendosi per una volta al posto della regista e cercando di assegnare agli altri la parte… di assegnarle finalmente una parte!  Quindi il film ci propone di fare un giro su questa giostra degli equivoci e inganni, e goderci tutte le esagerazioni del caso. Se si accetta e si entra nello spirito, non si assiste a un capolavoro, ma ci si diverte davvero per un’ora e mezza 

 

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