Titolo

No Time to die (2)
 

da domenica 22 a sabato 28  maggio 2022

 

 

NO TIME TO DIE

REGIA DI C.J.FUKUNAGA

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James Bond ha lasciato definitivamente i Servizi segreti, MI6, ora sotto la guida di Gareth Mallory. Anche la sua relazione con Madeleine Swann non riesce a reggere allo strascico di conseguenze generate dalla fine di Spectre, con l’arresto di Blofeld. Rifugiatosi a vita tranquilla in Giamaica Bond viene raggiunto dall’amico della CIA Felix Leiter che gli chiede di recuperare uno scienziato russo..........

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“No Time to Die” è il 25° film della saga 007, diretto da Cary Fukunaga e con Daniel Craig: l'attore ha vestito i panni di James Bond cinque volte in tutto in quindici anni, da “Casino Royale” (2006) a “Quantum of Solace” (2008), passando per “Skyfall” (2012) e “Spectre” (2015), fino a “No Time to Die” (2021). Craig si conferma così il Bond più “longevo”, anche se Sean Connery e Roger Moore hanno indossato più volte lo smoking della spia al servizio di Sua Maestà. Con quest’ultimo Bond di Craig si compie una definitiva evoluzione del personaggio creato dallo scrittore Ian Fleming nel 1953: quell’eleganza algida e sfuggente, marcata da ironia ‘so British’, tipica della maggior parte dei Bond, viene sostituita in un primo momento da un habitus molto fisico, un mix muscolare e sensuale, per approdare poi sulle rive del sentimento. Primo elemento chiaro di questo Bond “rivoluzionario” è senza dubbio il ruolo femminile. A ben vedere il ciclo di film su 007 con Daniel Craig aveva progressivamente dato uno spazio diverso alle donne, facendole uscire dai confini della “spalla” avvenente verso un ruolo piano piano più centrale (cammino intrapreso da M, capo dei servizi segreti, interpretato in 7 film da Judi Dench). È però in “No Time to Die” che gli argini vanno definitivamente in frantumi e il mondo di Bond si tinge di rosa: a cominciare dall’agente 007 che ha preso il suo posto nei servizi segreti (Nomi, interpretata da Lashana Lynch), trentenne dal piglio risoluto e dalla spiccata femminilità. Lei tiene la scena accanto a Bond, rimarcando bene i suoi spazi, a partire da quel nome in codice che non vuole cedere al suo storico “proprietario”. C’è poi la psicologa Madeleine Swann, l’attrice francese Léa Seydoux, già conosciuta in “Spectre”, che in questo episodio entra con passo più deciso e irreversibile nella vita di James Bond. Madeleine lo aiuta a curare le ferite lasciate da Vesper Lynd (Eva Green): è lei a guidare James verso un amore più maturo, fuori dai sentieri della passione travolgente, verso un orizzonte che si apre alla tenerezza e ad altre responsabilità. Senza voler dire troppo del film, possiamo affermare che in 007 si è ormai giunti a piena parità tra uomo e donna, anzi il suo futuro sembra essere sempre più sbilanciato a favore delle donne. Si è arrivati a questa svolta narrativa anche grazie al coinvolgimento nel team di scrittura di Phoebe Waller-Bridge, rivelazione per le serie Tv “Fleabag” e “Killing Eve”. È stata lei probabilmente a cesellare meglio i comprimari femminili del film, mantenendone immutato fascino e avvenenza, ma ritagliando per loro più azione, spazio e rilevanza. Altra grande novità di “No Time to Die” è la trasformazione di James Bond. Craig ha condotto il suo 007 fuori dai sentieri dell’eroe bello, spigoloso e inafferrabile, aprendolo alle sfumature dell’amore e alle pagine brucianti del dolore. Sia chiaro, Bond è sempre Bond, un eroe che si fa giustizia e resiste in maniera granitica alle aggressioni; semplicemente ora è più umano, più permeabile alle emozioni, compresi rimpianti e nostalgia. Inoltre, in questo capitolo arriva a sfiorare un profilo relazionale-umano mai toccato prima: si scopre prossimo alla tenerezza, vulnerabile come mai in passato. E questo ci regala una tensione emozionale verso il personaggio, al punto da attivare quella strana malinconia di cui si parlava all’inizio. Ci si affeziona ancora di più a Bond, perché lo si scopre vicino, non più mitico. Bond è uomo come noi. Applausi quindi a Daniel Craig, che non ha mai nascosto la sua fatica di portare a compimento questo quinto atto di 007; interprete che ha rivelato statura e mestiere fuori dal comune, riuscendo a ritagliarsi un posto di primo piano nella galleria di ritratti della spia di Sua Maestà. Sean Connery, però, resterà sempre il primo, inimitabile, Bond. Infine la regia. Dopo il britannico Sam Mendes, è toccato al regista-sceneggiatore statunitense Cary Fukunaga (classe 1977) firmare il 25° 007. Dall’esperienza cinematografica e televisiva versatile – tra i suoi titoli ci sono l’acclamata serie poliziesca “True Detective” (2014) come pure una nuova versione, meno convenzionale, di “Jane Eyre” (2011) – Fukunaga si è messo alla guida del nuovo Bond rivelando indubbio stile visivo e vigore narrativo. A essere onesti non tutto nel racconto gira nel verso giusto, in primis per qualche scivolata un po’ fracassona o per lungaggini (l’opera si attesta sui 163 minuti), ma il saldo è assolutamente positivo. Il suo Bond possiede tutto: azione, adrenalina, atmosfera rétro, ma anche aperture al nuovo, a quella freschezza narrativa riconducibile già a Mendes. Punto nodale in quest’ultimo 007 è la commistione convincente, e per certi versi sorprendente, tra la magnetica tensione da thriller spionistico e l’indagine delle pieghe dell’animo del personaggio, quello sguardo introspettivo che approda sulle sponde del sentimento. È proprio tale compenetrazione tra i due livelli di Bond che ammalia e tiene agganciati. E poi c’è quel finale mozzafiato che piace, e tanto, anzi fa proprio sussultare, del quale non si può (e non si deve) parlare, che vale di certo il biglietto al cinema.   

 

Recensioni in ordine cronologico di trasmissione, non essendoci stato dibattito

 

Giulio Martini

Enorme sforzo produttivo ed inventivo, un po' arzigogolato, per tener "vivo" il marchio di fabbrica, ma con una rielaborazione dei personaggi che li allontana di molto (troppo ?) dall'originale.

Sempre splendide e incredibilmente verosimili le varie sarabande di inseguimenti e scontri in locations multiple e variegate.

Ma il giocattolone auto - ironico per adulti, che sotto sotto sognano ancora di essere agenti segreti invincibili, mostra ormai strane contraddizioni interne nella imperturbabile super efficienza fisica e i tormenti psicologici del protagonista

 

 

Angelo Sabbadini

Bond? L’obiettivo dichiarato è proprio rilegittimarlo. La vicenda serve proprio a provare che il mondo ha ancora bisogno di uno come lui. L’Occidente, come negarlo, è tuttora esposto a complotti innumerevoli, crudeli e capziosi. E allora il bravo Fukunaga rimette in pista il vecchio carrozzone con le sue tre ore di artifici. Certo, il film è lungo oltre il lecito ma il vigore narrativo tiene svegli e lo sguardo introspettivo sul personaggio non guasta

 

 

 

Carlo Caspani

Parola di bondiano di ferro dal 1963: fine di una saga, di un amore, di un'epoca. Il fracassone americano Fukunaga ci tiene a chiudere coi fuochi d'artificio, e dopo 24 minuti di prologo ad alto tasso di SFX e spot turistico pubblicitari, manda avanti veloce di sei anni e mostra un Craig/Bond falsamente pacificato, giamaicano, citazionista alle prese con il suo ruolo di ex ormai sostituito anche nei numeri del servizio segreto (da una donna di colore...), richiamato a salvare il mondo dal suo amico Leiter: Che peraltro muore, come muoiono tutta la Spectre, il suo capo Blofeld, un certo numero di cattivi in una raffica di scene adrenalinico-citazioniste che vorrebbero richiamare memorie antiche nei vecchi babbioni nostalgici come chi vi scrive (e Aston Martin, e Walther PPK, e vodka Martini...) ma senza alcuna traccia dell'antica ironia gaglioffa, British, da male chauvinist pig che era una cifra sdrammatizzante di tutta la saga. Il politically correct, il Me too, buoni per gonzi e gonzesses giovani e immemori trionfa quando, nel finale, ci troviamo un Bond papà che si sacrifica martire tra fuochi d'artificio  e virus vari che sottendono un patto diabolico tra Servizi Segreti e Cattivi Assoluti... insomma, salvo dieci minuti di azione a Cuba con una bellona reminescente di ben altre Bond girls, il giocattolo si è aggiornato, ma noi siamo troppo vecchi. It's time to die, goodbye JB007

 

 

 

 

Marco Massara

Da ‘bondista’ della primissima ora (credo proprio di averli visti tutti – è il mio scheletro nell’armadio..) la delusione è tanta.

Quasi tre ore di un film senza ritmo, con gli elementi più deteriori del filone esasperati (mentre se dosati bene funzionano, eccome!), ironia 0,007 % e con inserti pseudo-citazionisti e pseudo-romantici che scatenano una tempesta di rimpianti. Manca proprio quel guizzo, accompagnato dall’inconfondibile stacco musicale, che Connery attivava magistralmente e che gli altri 007 hanno saputo declinare in vari registri.

E poi: la Spectre si è autodistrutta, Felx Leiter è morto, Blofeld idem, Bond è polverizzato (negli ‘007 movies’ si fanno molti cadaveri, ma non ci si preoccupa mai – Goldfinger mirabile dorata eccezione – di farli sparire).

Qui ci vuole una rifondazione integrale. E non è facile.

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Cary Joji Fukunaga chiude una saga durata 60 anni e 25 film con un finale che vorrebbe essere, non solo letteralmente, col botto. La serie di cinque film interpretati da Daniel Craig, il più umano e meno distaccato dei Bond, si conclude coerentemente, mostrando come il lasciarsi toccare dalla realtà faccia vivere in modo autentico, ma possa portare a farsi male. C’è una penetrazione molto maggiore della psicologia del personaggio, una dignità superiore attribuita ai personaggi femminili resi più complessi, oltre a scene d’azione decisamente ben fatte. Detto questo, non mancano alcune perplessità: prima di tutto l’esigenza di dire così tanto porta a farlo in modo un po’ confuso e non adeguatamente coinvolgente, a causa anche di un antagonista non proprio all’altezza. E poi non riesco a scacciare il sospetto che si chiuda un’epoca solo per entrare in quella della politically correctnes. Spero tanto di sbagliarmi, ma intanto questo film, pur non privo di pregi, proprio non mi pare all’altezza del compito che si trova a svolgere        

 

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Madres paralelas

 

 

da domenica 15 a venerdì 20 maggio 2022

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MADRES PARALELAS

REGIA DI PEDRO ALDOMOVAR

In ospedale fanno conoscenza Janis e Ana. Fotografa affermata la prima, minorenne con molte debolezze la seconda. Entrambe partoriscono una bambina, ma Janis, pur consapevole di restare sola, è molto motivata nella scelta della maternità. Ana si sente invece abbandonata a se stessa…

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Al centro di “Madres paralelas” troviamo sentimenti e affetti che diventano commozione alta fino al melodramma; e poi, qui e ora, la storia che non passa, le ferite dolorose che non si rimarginano, i ricordi della guerra civile che incombono. Mentre gli avvenimenti trovano una giusta collocazione, la tempesta si scaglia sulla famiglia, sulla coppia, sul lavoro: su giovani e meno giovani, su genitori e figli, su maternità volute e incompiute. Al centro le donne, pianeta meraviglioso e inesauribile. “Madres paralelas” ha come protagonista una smagliante Penélope Cruz, almodovariana di sicura fede, Coppa Volpi a Venezia78. Su di lei il film poggia e naviga sicuro, forte, convincente. E Almodóvar, con questo titolo che ha aperto l’ultima competizione veneziana, può ormai meritarsi l’appellativo di “classico”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Rolando Longobardi

Domenica pomeriggio

Tutto si spiega nelle prime battute del film: "guarda me, ora guarda in macchina". 

Almodovar decide di giocare subito su questi due piani: la finzione e la realtà: assistiamo allora ad una narrazione classica, quasi teatrale (vedi dissolvenze e controcampi) che ci lascia immergere in una storia personale, intima, familiare e dunque anche melodrammatica e dal finale felice e accomodante. Questa è la finzione che il cinema di Almodovar racconta bene nei colori, dei dialoghi, nelle sequenze e nei primi piani ricercati. Poi viene la storia con la S maiuscola. Quella del passato, dello scavo (non della saliva del DNA), della ricerca, del popolo che non deve e non può dimenticare ma deve fare memoria, affinché le nuove generazioni possano condividerla. Una storia non intima ma pubblica, visibile, denunciabile. Da un lato dunque, la memoria personale dall'altro collettiva. Nel mezzo l'intreccio di donne, madri, figlie che raccolgono e tramandano, come moderne Penelope, capace di tessere trame parallele per non dimenticare la traccia.

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

Almodovar si fa autore anche politico e tra i tanti parallelismi del film rimarca l'analogia dello stupro subito con l'oscurità immorale del Franchismo.

Morte e vita ancora una volta passano principalmente dalle donne, vere curatrice dei piccoli e dei defunti. È l'ennesimo traino al femminismo (dopo Petite maman ) ma al solito lui lo rende fiammeggiante e vivido con trasgressioni selvatiche, passioni elementari, agnizioni e colpi di coda raccontati con incredibile abilità e sfacciataggine.

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

 

Dopo il testamentario Dolor y gloria Almodovar riparte dalle sue radici e da quelle della Spagna. Dalla legge del desiderio alla legge della memoria storica. Rimane la fedeltà alla forma del melodramma dagli sviluppi inverosimili ricondotta all'ordine da uno stile dalle forti valenze cromatiche. Sponsor invadenti Canon e Suzuki.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Almodóvar è sempre sé stesso, e per definire le sue opere la parola è una sola: eccessivo. Nel decor delle abitazioni (persino una installazione di Calder sul caminetto), negli abiti, nei personaggi (il politically correct ha imposto un transessuale assolutamente inutile alla trama?), eccetera … qui è eccessiva anche la quantità di motivi tematici. Una storia di madri parallele ma anche “nonne” parallele e “padri” paralleli che si incastra nel tipico espediente della narrazione d’appendice - la neonata scambiata in culla – seguito dall’altrettanto tipico espediente della “agnizione” che segue la drammatica morte di una delle neonate scambiate; due storie d’amore (di cui una omosessuale) e qualcuna solo accennata; il tutto incorniciato da una antica vicenda legata alla guerra civile e alla uccisione, da parte di falangisti, di innocenti e tranquilli padri di famiglia, tra cui il bisnonno della protagonista. La trama forse è un po’ più lineare di come l’ho sintetizzata, ma non troppo. Insomma, il regista ha stipato di buoni spunti il film: il desiderio di verità (individuale e storica) e la ricerca della propria identità (personale e storica); i tormenti e le dolcezze dell’amore (materno e non solo!); il ripensamento sulla drammatica storia di Spagna (Almodóvar ha potuto vedere con i suoi occhi il franchismo, non per pochi anni, e non deve essersi divertito per nulla); la forza e determinazione delle donne, seppure colpite da dolori e violenze. Almodóvar fa melodrammi, certo, ma qui non getta il cuore oltre l’ostacolo: non riesce a presentare un universo cupo, dove regnano l’impossibilità dell’amare e la negazione di ogni felicità, i capisaldi ideologici del cinema “melò per donne”. Qui si finisce con una immagine, sì dolente, ma che fa immaginare una futura speranza.

 

 

 

 

 

 

 

Marco Massara

Giovedì sera

 

Almodovar si accorge di avere 72 anni e anziché ‘Volver’, ovvero continuare con il suo cinema dinamico e ‘progressista’, guarda al passato. Sull’onda della legge Zapatero del 2007 che incoraggiava una pacificazione nazionale ripercorre invece i lembi di una ferita ancora aperta. Lo fa con un film diviso in due parti: un finale dalla connotazione realistica ed una prima parte ad alta tensione melodrammatica basata sul tipico topoi cinematografico dello scambio delle culle. Qui scatena tutto il suo armamentario di scenografie dalle saturazioni e dei contrasti cromatici, con qualche salto temporale e richiami omosex abbastanza inutili e supportato da una sonora continua (che di solito detesto) questa volta efficace. Lo spettatore rimane spiazzato del cambio del regime della narrazione, incerto se ammirare un progetto di ampio respiro o un eccesso di sofisticazione intellettuale.

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

Almodóvardichiara da subito lo stile fotografico che intende utilizzare, trasformando le foto di Janis in suoi fotogrammi nei titoli di testa; non c’è quindi da stupirsi della cura della costruzione delle immagini nella prima parte del film, nella quale riflette su uno dei suoi temi favoriti, la maternità. Fa questo illustrando due storie che in realtà non viaggiano parallele, ma si incrociano a causa dello scambio avvenuto in culla. Con primissimi piani e inquadrature ravvicinate ci porta nel vissuto intimo delle sue ottime protagoniste, Penélope Cruz e Milena Smit, e ci racconta del costituirsi di una delle sue amate famiglie anticonvenzionali, test genetici a parte. Questi ultimi tornano nell’ultima parte del racconto, dedicata al desiderio di ritrovare i propri cari assassinati all’inizio della Guerra civile spagnola e girata in modo più realistico, con una comunità che avanza portando le foto dei propri defunti in perfetto stile Quarto stato. Qui l’essere famiglia si inserisce in un percorso storico più ampio, con l’immagine finale coi ricercatori nella fossa che mostra come noi siamo la nostra storia, legati attraverso le nostre memorie familiari a coloro che ci hanno preceduto. Peccato solo che le due anime dell’opera, quella personale e quella civile, risultino più accostate che sintetizzate

 

Carlo Caspani

Fuori classifica

In absentia

Almodovar fa classe  a sè, ormai è assodato: ma è lecito fare una graduatoria nelle sue produzioni, che pur consolidate su tematiche e stilemi. irrinunciabili hanno risultati variabili, e ci mancherebbe. Queste "madri parallele" sono forse un filo al di sotto del precedente "dolore e gloria" pur mantenendo le caratteristiche del mèlo fiammeggiante, della passionalità, del legame sempre più profondo e irrinunciabile con i legami viscerali e spiritiali con i ricordi, i rapporti familiari, la maternità/paternità e la Storia, privata e di una nazione. Ne esce un film a due marce, ma la saldatura tra privato (madri interscambiabili, scambi di prole, la Spagna di oggi e di domani) e storico (il dramma della guerra civile e delle vittime sepolte nella terra ma non nella memoria) non scatta a dovere, risultando in una. racconto squilibrato soprattutto nella parte finale       

 

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The father - nulla è come sembra
 

da domenica 8 a venerdì 13  maggio 2022

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THE FATHER - NULLA E' COME SEMBRA

REGIA DI FLORIAN ZELLER

Inghilterra oggi. Anthony è un uomo di 81 anni che vive solo in un elegante appartamento di Londra; a prendersi cura di lui c’è la figlia quarantenne Anne. Qualcosa inizia però a cambiare nella sua esistenza, non riconoscendo sempre alcune stanze oppure degli oggetti in casa, come pure a volte neanche la stessa figlia…

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Sorprende e atterrisce il film “The Father”, in primis per la cifra con cui l’autore racconta il divampare della malattia mentale in un uomo anziano, il deragliamento nelle praterie della demenza senile. Zeller mette a tema un argomento di forte attualità con una prospettiva abbastanza originale e inedita: non c’è infatti ricatto emotivo, non figurano stanchi stereotipi da mélo. Affatto. Il registro drammatico vira sul sentiero del giallo psicologico: nel film gli spettatori sono accanto ad Anthony nel suo disorientamento; si interrogano sulle anomalie cui l’uomo assiste. Progressivamente ci si accorge di essere nelle stanze della mente dell’uomo, chiamati a provare, come in uno sguardo in soggettiva, lo sconforto e la paura di chi vede sfumare via tracce della propria esistenza. La malattia è spietata e inclemente, non ci sono ripari. E se Zeller mostra notevole capacità nel gestire tanto il copione quanto la regia, grande merito del successo di “The Father” è riconducibile di certo a Anthony Hopkins, che abita il personaggio con misura e incisività, esplorandone i vari stati d’animo. Sul suo volto vediamo infatti scorrere scariche di ilarità, ironia, asprezza, sconforto, paura, e infine il turbamento dell’impotenza, un pianto indifeso dinanzi a fragilità irreparabili. “The Father” è un’opera che si lascia apprezzare, e non poco, muovendosi come un magnetico thriller delle emozioni, che rifugge da pericolose scivolate melense.

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

Dopo tanti recenti film sulla "malattia" come dato oggettivivo e destabilizzante della vita e del suo senso  - argomento gramo ma ormai inevitabile anche dal mondo dello Spettacolo - ecco un racconto tutto in "soggettiva".

Con un'intuizione originale sulle specifiche  caratteristiche percettive nel rapporto tra Spettatore/Schermo veniamo inconsapevolmente immersi nel dolore mentale del protagonista,nel suo disorientamento,nelle sue fragilità e frustrazioni.

Un'esperienza emotiva coinvolgente e ben gestita dal giovane regista,che calibra alla perfezione le musiche e le luci di scena perché non si cada in un clima horror,ma si sprofondi in una disperazione lucida, come probabilmente la sperimentano gli affetti da questa crudele menomazione psichica.Attori al superlativo.

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Si legge Florian Zeller ma si pronuncia Christopher Hampton che, con raffinata sensibilità, ha traghettato la fortunatissima piece teatrale “Il Padre” verso la dimensione cinematografica. Un’altra trasposizione memorabile che ci fa abitare la mente sgomenta del protagonista Anthony. Operazione perfettamente riuscita che gioca sul sistematico spiazzamento spazio/temporale dello spettatore e debutto di peso al cinema di Florian Zeller, drammaturgo di fama internazionale poco frequentato in Italia.

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Difficile quale aspetto privilegiare di questo film. Ogni elemento della scrittura filmica è perfetto: la scenografia (quegli ambienti così borghesemente tranquillizzanti e, nello stesso tempo, così inquietanti e misteriosi); la musica, sempre diegetica, presenta una scelta straordinaria, che spazia da Henry Purcell, un musicista divino, a Bellini e alla sua Casta diva della Callas per finire con un Bizet poco noto, la romanza Je crois entendre encore da Les pêcheurs de perles; il montaggio, invisibile e per questo efficacissimo in un film che fa dello spaesamento spazio-temporale uno dei suoi punti di forza; la regia che ora si ferma fissando in primo piano il personaggio e ora lo insegue impercettibilmente, scoprendone, in entrambi i casi, trasalimenti e sofferenza; la sceneggiatura che depura la storia da ogni traccia di sentimentalismo per descrivere un angoscioso parabola sulla malattia e sulla perdita di identità. Soprattutto due attori eccezionali: Olivia Colman che, seppur vincitrice dell’Oscar e della Coppa Volpi per La favorita, accetta di fare qui la “spalla” di un mostruoso Antony Hopkins. E lo sgomento che il film ingenera nasce dalla distonia tra la messa in scena perfetta e rigorosa (perfino nei comportamenti del vecchio uomo e della figlia, dove si alternano aggressività, sensi di colpa e tenerezza) e la vicenda che narra la demenza del protagonista, stabilendo come punto di vista proprio il vecchio uomo nella sua progressiva perdita di memoria e di connessioni logiche. Noi con lui non sappiamo più quale sia il tempo (l’orologio-feticcio), il prima il dopo non sono più controllabili, così accade allo spazio (porte inquietanti che si aprono sull’altrove, come in un horror); forse solo il finale, post rem perditam (afferma il vecchio, parlando all’infermiera, “Chi sono io? Chi sei tu”) sembra tutto perfettamente razionale. Proprio quando la logica non è più e restano la compassione, la pietà (e un albero vitale ricco di fronde) a contrastare il delirio e il tormento.

 

 

Marco Massara

Giovedì sera

E’ questione di punti di vista. E in questo il Cinema è più efficace del teatro, grazie alle tecnicalità del montaggio e nel rappresentare, e far vivere allo spettatore, lo spaesamento spazio temporale. Raccontare l’ Alzehimer ‘da dentro’ con i suoi equivoci, dimenticanze, sostituzione di persona  e remissione allo stadio infantile, richiede allo spettatore di ‘lavorare’ intensamente con il testo filmico e richiede risorse attoriali straordinarie. Appunto un grandissimo Anthony Hopkins (85 primavere in perfetta tensione mentale) ed una altrettanto valida ‘spalla’ Olivia Colman che abbiamo apprezzato ne “La favorita”.

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

Florian Zeller ci porta nella mente del suo protagonista (uno strepitoso Anthony Hopkins) e ci fa perdere con lui nel tempo e nello spazio costruendo una narrazione nella quale lo spettatore si perde esattamente come il personaggio. Lo scopo è chiaro: farci caprie cosa vive una persona che diventa vittima dell’Alzheimer. Per questo non ci mette in una posizione privilegiata, non permette a noi che guardiamo di osservare dall’esterno un uomo che si smarrisce nel labirinto della sua mente, ci fa entrare dentro di lui, per sperimentare in prima persona quel tipo di disorientamento. Un film rigoroso come pochi altri (cfr. ad es. Shining  o Memento), che porta ad un livello superiore l’ahimé ormai ampia filmografia sul tema

 

 

 

 

Carlo Caspani

Fuori classifica

In absentia

Da una piece teatrale, sceneggiata e diretta da Florian Zeller, un film che da subito trascina lo spettatore nella confusione spiazzante e disancorata di un anziano alle prese con i dubbi, gli spaesamenti, la perdita di contatto con la realtà. Con un magnifico Anthony Hopkins, ma Olivia Colman non gli è da meno, ci si trova da subito in un film atipico, dove inizio centro e fine si sovrappongono e mescolano, tra salti spaziotemporali, perdite di senso e contatto con la realtà. Niente fantasie distopiche, solo (solo?) l'Alzheimer, che viene descritto in maniera cinematograficamente originale senza diventare esercizio di stile, anzi. Se ne usciamo provati e coinvolti, è perché il Cinema migliore è anche questo: scevro da facili pietismi, non certo a lieto fine ma empatico, commovente, coinvolgente nel profondo.   

 

 

 

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Rifkin's festival
 

da domenica 1 a venerdì 7  maggio 2022

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RIFKIN'S FESTIVAL

REGIA DI FLORIAN WOODY ALLEN

 

Mort Rifkin, docente in pensione, accompagna la moglie Sue, press agent di un regista emergente, al Festival cinematografico di San Sebastián. Molti nodi verranno al pettine…

 

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Ma il film è anche un grande omaggio al cinema del passato. Woody Allen/Mort dichiara ripetutamente la sua ammirazione per registi europei quali Fellini, Truffaut, Lelouch, Godard, Bergman e sparpaglia in tutto il film citazioni di capolavori della storia del cinema. Usando l’espediente del passaggio al bianco e nero il regista catapulta improvvisamente gli attori (e gli spettatori) nelle scene più celebri di “Jules e Jim” (1962), “Il fascino discreto della borghesia” (1972), “Il settimo sigillo” (1957)… Il film può contare sull’ottima performance di tutti i protagonisti, ma soprattutto di Wallace Shawn, che ha lavorato in altri film di Woody Allen (“Manhattan”, 1979; “Radio Days”, 1987; “Ombre e nebbia”1991, e “La maledizione dello scorpione di giada”, 2001) e che presta a Mort la sua espressività e la sua impacciata e disarmante fisicità. Il film si muove lungo una scrittura frizzante, condita dalle “consuete”, fulminanti, battute in perfetto equilibrio tra ilarità, malinconia e ironia, tra quello che avrebbe dovuto essere e non è stato

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

    Il festival di mitiche pellicole in b/n (storpiate) che il Sig.Rifkin si auto-proietta di notte mentre se ne sta nella bella concha basca è una modalità furba di Allen per intrufolarsi tra i Classici che ama, sperando prima o poi di essere annoverato pure lui tra i Maestri.

Ma purtroppo, per quanto i suoi ricorrenti temi siano sublimi (citazioni dottissime sono sparse a piene mani tra i dialoghi più superficiali...), l'avatar del regista sa che non basteranno ad elevarlo ai massimi livelli della critica e che dunque neppure per questa 48.a sua invenzione si griderà al Capolavoro.

È la condanna dei comici, mai presi sul serio nei loro tormenti neppure dal pubblico, specie al cinema, anche se la risata di Allen , rispetto ai falsi film "impegnati", nasce dalle stesse profonde domande dei filosofi europei più celebri e celebrati, ma in modo assai umile, quotidiano e - soprattutto - senza  mai (dice sconsolato, al pari di Sisifo ) nessuna certezza di successo o soluzione.

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Woody Allen si lascia alle spalle i travagli americani, riattraversa l’oceano, stringe un’alleanza di ferro con la film commission di San Sebastian e ci racconta un film di struggimenti senili e cinefilia esibita. Operina minore tutta giocata sul già visto strappa diversi sorrisi ma sembra un esercizio di stile privo di un’autentica neccesità.

 

Giulio Martini

Mercoledì sera

 

 

 

Marco Massara

Giovedì sera

 

La fisiologia cinematografica di Woody Allen gli impone di girare un film all’anno. Giunto al 48°, Woody ritorna in Spagna dove aveva girato uno delle sue opere meno riuscite – Vicky, Cristina, Barcelona – ma non fa gli stessi errori. Soprattutto felice è la scelta di Warren Shawn come suo simpatico alter-ego ed anche di non scostarsi troppo, anzi immergendosi completamente, dal mondo del Cinema frequentato nel precedente “Giorno di pioggia a New York”.

Una messa in scena ed in sequenza impeccabili e battute adeguatamente rinfrescate sono la parte migliore di “Rifkin’s Festival” ma scavando un po’ più in profondità ci si accorge che il tessuto generatore del ‘senso’ del film è un po’ liso e anche l’idea di adattare alla vicenda del film brani di opere significative della storia del Cinema all’inizio sorprende ma poi diventa piuttosto stucchevole. Ho rimpianto l’intensità e l’originalità de “La ruota delle meraviglie”, l’ultimo film di Woody visto insieme al Bazin.

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

Allen costruisce il suo ultimo film come una seduta psicanalitica: Mort Rifkin, il suo alter ego, racconta al proprio dottore, che impersona lo spettatore, un momento di crisi nella sua vita, nel quale fa un bilancio della sua esistenza e dichiara il suo amore per il cinema e per i grandi maestri, in prevalenza europei, della settima arte. Rilegge attraverso alcuni capolavori, che cita e parodizza con affetto, la propria esistenza, fino ad arrivare ad alcune certezze fondamentali. Primo: il cinema non è più quello di una volta; qualunque borioso e inconsistente registucolo può essere scambiato per un maestro. Secondo: lui ha amato infinitamente il grande cinema europeo e ha cercato di fare qualcosa che valga la pena di essere davvero ricordato, ma forse è stato solo uno snob incapace di relazionarsi agli altri e vivere davvero. Terzo: sta lontano dall’America, ma “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”, come diceva in Manhattan. Dilaniato con ironico distacco da queste contraddizioni ci regala un oggetto apparentemente cerebrale e per cinefili, che è al tempo stesso forse il suo film più sincero e disarmato, anche se non uno dei più memorabili, capace di appassionare soltanto i suoi fan più devoti, come il sottoscritto.

 

 

 

Carlo Caspani

Fuori classifica

In absentia

D'accordo, avviato ai novanta il Nostro tende a ripercorrere strade fin troppo note, in questo caso il canovaccio del film turistico-alimentare che gira intorno alla passione di una vita, il cinema, attraverso gli occhi e le imbranate ambizioni di Mort Rifkin, ebreo borghese del Bronx e critico cinematografico, ennesimo alter ego del regista. Lo schlemiel che rimanda a innumerevoli riferimenti autobiografici, nevrosi, frustrazioni, ingenuità: anche qui roba già vista, direte. Ma, con la scelta di un protagonista eccellente come Wallace Shawn e di comprimari come Gina Gershon e Louis Garrel, Allen riesce a rilanciare, tra ironia e malinconia, i temi della separazione tra le proprie azioni e il senso di un mondo che cambia e ci lascia indietro. E ci fa rifugiare, mendicanti del sogno della quarta parete, nelle favole belle di Fellini e Lelouch, Godard e Truffaut, Bergman e Bunuel. Chissenefrega se il film è in certi momenti fragile, approssimativo, sicuramente opera minore della sua cinematografia: ironico, coltissimo, un po' misogino, Woody Allen è vivissimo e lotta insieme a noi!        

 

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Un altro giro
 

da domenica 24 a venerdì 29  aprile 2022

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UN ALTRO GIRO

REGIA DI THOMAS VINTERBERGER

 

Danimarca oggi. Quattro insegnanti – Martin, Tommy, Nikolaj e Peter – decidono di condurre un esperimento sulla base di uno studio norvegese, assumendo da bere nelle ore della giornata. La loro performance didattica in primis migliora, ma...

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Non è facile mettere a fuoco l’opera di Thomas Vinterberg. Da un lato, con uno stile che coniuga dramma e ironia graffiante, sembra volerci mettere in guardia dalle seduzioni del bere, dall’inganno della bottiglia. Ci dice infatti che l’alcol sulle prime genera leggerezza, anestetizza pensieri e turbamenti; dopo però svela il suo cosiddetto “dark side”, quello che trascina a dipendenze. L’autore, però, si sottrae rapidamente da questo “semplice” schema narrativo, rimescolando le tessere del racconto: è come se ci invitasse a guardare la società di oggi nella sua complessità, dove si è prigionieri di se stessi, di schemi rigidi e soffocanti, contesto in cui forse un giro di bottiglia potrebbe stappare la tensione. Nell’affermare ciò, di certo, Vinterberg si tutela e ci mette anche in guardia domandandosi: Quando uno beve riesce a fermarsi? Si può davvero regolare? Di certo l’autore ci racconta come adulti e adolescenti oggigiorno vedano negli alcolici “amici seducenti”, passe-partout per abbattere insicurezze o compensare delusioni. Uno sguardo realistico il suo, che appare però fin troppo morbido e lontano dal (necessario) tono di denuncia. Tra le maglie dell’umorismo, si colgono infatti non pochi rischi di smarrimenti di senso… Scandito tra allegria, tristezza e dramma, "Un altro giro" è un film senza sconti, fatto di durezze tipiche di un Occidente spesso malato di troppa felicità.

 

 

 

 

 

 

Marco Massara

Domenica pomeriggio

 

 

 

Il titolo italiano (corretto dal punto di vista del marketing rispetto all’originale “Druk” = Sbronzarsi) mi suggerisce un parallelo con l’automobilismo sportivo. “Un altro giro” per cercare di scoprire di quanto si può aumentare la velocità, o meglio ritardare la frenata senza uscire rovinosamente di pista. I “4 amici al bar”, in realtà ottimi conoscitori di eccellenti etichette, si spingono oltre il limite ‘biologico” dello 0,05 % salvo rientrare con disinvoltura (tranne uno) senza troppi danni, anzi! E qui nasce un altro interessante parallelo tra alcol e stress: senza non c’è tensione verso l’obiettivo del momento, troppo porta solo a disastri, il giusto aiuta a costituire “il gusto pieno della vita”. Un film forse un po’ troppo geometrico e ottimista circa la possibilità di ‘tornate in pista’ ma comunque capace di stimolare la riflessione su un tema potenzialmente esplosivo. Il tutto in salsa nordica speziata con “Dogma95”.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

Nell'affrontare un gravissimo problema sociale del suo Paese, il regista si interroga sui motivi profondi che spingono i maschi danesi a cercare nell'alcool quella forza emotiva che li liberi da frustrazioni e sensi di inadeguatezza nei confronti delle donne e dei loro ruoli professionali.

L'angoscia esistenziale di fondo l'ambizione frustrata dagli altissimi standard richiesti per emergere, la difficoltà diffusa ad esprimere le proprie emozioni più spontanee li spingono a cercare in spinte "artificiali " un sostegno / rimedio che però sfugge di mano.

Alla diagnosi sociologica il film aggiunge una solida struttura drammatica. E grazie alla coinvolgente interpretazione dell'atletico protagonista evita le banalità e le ovvietà del diffuso psicologismo del cinema nordico.

 

 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

 

 

 

 

 

 

 

Più dell’alcol, esibito e consumato a ciclo continuo, pesa KierKegaard nel film oscar di Thomas Vinterberger. Non un film etilico ma un film filosofico che scandaglia il tema della scelta tra libero arbitrio e angoscia da parte di quattro insegnanti danesi. Alla fine, tra sbandamenti e fallimenti, prevale la fede nella vita.

 

 

 

Rolando Longobardi

Mercoledì sera

 

 

 

Quello del regista Vintenberger è un film giocato sul fraintendimento, a cominciare dalla interpretazione che i 4 amici (al bar) ci trasmettono dell'esperimento psicologico sul tasso alcolemico da tenere costante. Si fraintende il senso da dare alle cose e alle esperienze che le accompagnano. La vita diventa così qualcosa di incomprensibile, come in contenitore vuoto e senza amore il contrario dell'augurio con il quale inizia il film. (Kierkegaard citato all'inizio e durante tutto il film). Se c'è una filosofia in ‘Druk’ è quella di Nietzsche; nichilismo verso la volontà di potenza, abisso che, se guardato sino in fondo, ci ri-guarda.

In questo è contenuta la critica alla società danese e borghese dove l'uomo deve essere uomo (vichingo dei miti nordici) e la donna perfetta moglie e madre. 

La regia è magistrale se ci lascia ubriacare (forte presenza estetica di dogna95) nei movimenti seguendo i protagonisti. 

Bello, forse non da premiare così tanto, ma gradevole...come una buona birra rossa fredda (gusti personali)

 

 

 

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Giovedì sera

 

 

Il titolo dice che protagonista è l'alcool ma noi non ci abbiamo (del tutto) creduto. Film piuttosto sulle fragilità, le angosce del tempo che passa, i fallimenti esistenziali e professionali che, i nostri eroi, con vino, birra e cocktail provano a superare. E, in qualche modo, c'è la fanno, supportandosi vicendevolmente (il film ha quale tema anche l'amicizia tra maschi): la storia diventa la materia più amata, il ragazzino bocciato sostiene un egregio esame, nessuno fa più pipì a letto e persino Tommy, insegnante di ginnastica annoiato e demotivato, trasforma il più piccolo tra i suoi calciatori in un goleador. E con buona pace della fredda e brumosa Danimarca, del suo inno nazionale e delle teorie filmiche di Dogma attribuirei a questo film un verde squillante

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

 

 

 

Un altro giro inizia e finisce con i festeggiamenti alcolici degli studenti di un liceo; nel mezzo si trova l’”esperimento scientifico” di quattro loro docenti affascinati dalla trasgressione e dal bere più di loro, perché hanno (avuto) più delusioni e frustrazioni. Il senso del film di Vintenberg sta tutto nell’immagine finale: un uomo che vola con grazia in fermo immagine, che lascia fuori campo lo scontro con l’acqua che arriverà in una manciata di secondi. L’opera ci racconta il fascino che l’ebbrezza esercita, perché permette di liberare energie e superare inibizioni, ma anche quanto sia difficile evitarne gli effetti potenzialmente tragici. Non prende però una posizione di pura condanna morale, ma coglie anche i vantaggi psicologici che possono spingere a prendere una strada così rischiosa, guadagnando molto in realismo e concretezza. La forma del testo è assolutamente coerente con il contenuto: una serie di capitoli con titoli da studio scientifico inquadra delle vite che progressivamente si smarriscono, rappresentate attraverso una camera a mano che partecipa direttamente ai turbamenti dei meno giovani protagonisti e discende dalle sperimentazioni legate alle origini del regista in “Dogma 95”

 

 

 

Carlo Caspani

(sempre in absentia -

fuori classifica)

Oscar 2021: un film che scandalizza qualcuno per la posizione "ambigua" rispetto al problema dell'alcolismo. Ma il film è altro, di più, più complesso. Non è un'apologia, forse un apologo su una cultura radicata nel nord Europa ma trasversale in tutti i locali del mondo in cui riti di passaggio (il diploma di maturità), frustrazione, noia, desiderio di ribellione, cameratismo virile ecc. ecc.. si ritrovano in fondo alle bottiglie; e che vini, che liquori, che champagne... Niente ubriaconi dei bassifondi, ma rispettabili professionisti della scuola e studentelli figli di mammà uniti nel cercare il limite nel bicchiere con la patetica giustifica dell'esperimento scientifico-antropologico...Del resto il regista è un Dogma95 (remember Lars von Trier?), uno che non fa sconti, e. se c'è dell'umorismo è ad alto tasso alcolemico, e la risata suona falsa e, appunto consolatoria come una ciucca. (Nota a margine: nel nord Europa, e non solo, anche le donne bevono forte. In questo il film è un po' ingannevole..)

 

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