Titolo

Green book
 

da domenica 13    a mercoledì 16  ottobre 2019

                  

GREEN BOOK

regia di Peter Farrelly

 

 

 

Tratto da una storia vera, avvenuta nel Sud degli Stati Uniti durante le rivolte dei neri guidati da Martin Luther King, attorno quindi al 1962, Green Book vuole portare alla luce una storia forse sconosciuta ai più ma importante. Il cosiddetto “libro verde” era una sorta di almanacco con la copertina di quel colore che riportava elencati uno ad uno tutti i ristoranti, bar e pensioni dove potevano alloggiare le persone di colore lungo il corso delle autostrade. Il film racconta il viaggio verso sud di Tony Lip e Don Shirley, il primo un autista bianco, il secondo uno dei più grandi pianisti jazz di colore dell’epoca, molto conosciuto e rinomato soprattutto tra il pubblico “bianco”. Inizialmente i due non sembrano prendersi sul serio, ma via via le cose potrebbero prendere una piega diversa.

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Il verdetto
 

da domenica 26 a venerdì 31 maggio 2019

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IL VERDETTO

regia di Richard Eyre

 

 

Per quanto si provi a dire a parole il film di Richard Eyre, mancherà sempre all'appello l'essenziale. E l'essenziale in The Children Act - Il Verdetto è l'indicibile, quello smarrimento violento e improvviso che coglie qualche volta l'individuo fino a rovesciarne lo spirito e spostare per sempre il suo cuore più in là.

Di questo spiazzamento esistenziale fa esperienza Fiona Maye, giudice nata dalla penna di Ian McEwan ("La ballata di Adam Henry") e confrontata con una richiesta urgente in risonanza con la sua vita privata. Una vita trascorsa a esaminare situazioni altamente conflittuali, a valutare punti di vista che si oppongono, a divorare il tempo che avrebbe dovuto condividere col marito, a risolvere e risolversi con misura e distacco. Ma la fragilità del suo matrimonio e lo stato di salute di un adolescente rompono il suo delicato e costante esercizio, costringendola a confrontarsi bruscamente con se stessa per donare un nuovo senso alla parola responsabilità.

Cercando "l'interesse del bambino", principio in apparenza semplice ma di applicazione sovente dolorosa, la protagonista si perde e perde il filo. L'elemento perturbatore ha il corpo tormentato e il volto seducente di Adam (Fionn Whitehead, il giovane soldato di Dunkirk), indeciso tra principi religiosi e vitale pulsione adolescenziale. L'ambivalenza dell'animo umano è soggetto e materia di un film che illustra senza fioriture il ritratto di una donna travolta da quello che è chiamata a giudicare.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

 

 

Sembra, ma non è un film giudiziario. La centralità  spetta alla poesia di  Yeats ( con tante versioni musicali inglesi,ma anche Branduardi ). ll tema più che ruotare attorno alla  questione  Vita- privata e Vita-sangue, fa  perno sull'inadeguatezza sia  di un' esistenza tutta  votata  alla esecuzione della  Legge di Geova , sia votata alla applicazione  della Legge Inglese. Nell'aiuto inconsueto  all'Adolescente (il figlio mancato... ?)   la protagonista  entra in  crisi. Però il ragazzo si sente fregato sia dai Genitori ( troppo fideisti ) sia da lei ( gelidamente  agnostica)    La vera   trasfusione, che   la musica sembra  in un primo momento rendere possibile tra i due,  sarebbe stata quella dei sentimenti più profondi : un  mescolamento, un  travaso si emozioni esistenziali , di affetti ed attenzioni esclusive. Ma l'occasione, come  anticipava il poeta,  viene persa... Oppure no ? C'è  un Happy end con il marito ?  Il film è stimolante, a tratti incisivo. Ma non convince del tutto proprio per la struttura alla fin fine ibrida che nasconde non  valorizza con chiarezza nel finale .

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Sir Richard Eyre con il suo cinema un po’ teatrale chiude il cineforum e ci regala un bel ritratto femminile servito al meglio dalla brava Emma Thompson. Del resto Eyre è un maestro a dirigere attori e anche questa volta non si smentisce. E poi c’è la sceneggiatura di Ian McEwan detto “Ian Macabre” per la cupezza dei suoi soggetti. Qui per non smentirsi ambienta l’epilogo del film in un cimitero … ma ai visionari del Bazin il film piace e poi c’è solo tempo per i saluti e gli abbracci di fine stagione. Appuntamento al teatro Blu per l’anno in cattività !!!  

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

Apparentemente privo di novità nello stile, calibrato nelle svolte narrative di un plot certo non rivoluzionario (i limiti della giustizia, la partecipazione emotiva, le famiglie in crisi da eccessi di carriera...)
Poi senti Emma Thompson che canta una poesia di Yeats e hai la conferma che gli attori britannici hanno una marcia in più, e il vecchio romanticismo funerario rispunta prepotente nel finale, dando un senso nuovo a un film che sembrava troppo schematico: al pubblico piace, si interroga, trova collegamenti perfino filosofici. Cosa chiedere di più all'ultimo film della stagione?=

 

 

Marco Massara

Giovedì  sera

 

 

Qualcosa non torna. Succede quando al cinema si lavora coi sentimenti e non si riesce a trasformarli in azioni rivelatrici. Qui c’è solo un vassoio con la colazione rovesciato e la buona trovata di sovrapporre cacofonicamente una musica ‘mentale’ diversa da quella che Fiona e l’avvocato stanno suonando. Insomma è un film che rivela una certa ‘pigrizia’  di segno e si affida trppo al ‘senso comune dello spettatore che può’ solo intuire quello che la giudice sta provando. Se non ci fossero stati la Thmpson ed il misuratissimo Stanley Tucci il film non sarebbe andato oltre il giallo, ma con loro è, nonostante tutto, un bel guardare.

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

 

 

 

Il titolo The Children Act lascia intendere che la questione giuridica dell’interferenza di un tribunale nelle scelte religiose di un minore sia il centro del film. In effetti è solo lo spunto iniziale, con una professione di laicismo espressa nel frammento di lezione di Stanley Tucci, che elogia il periodo tra la fine degli dei pagani e il ferale avvento del cristianesimo. Più importante, però, è la storia del giovane e sensibile Adam, il suo bisogno di riferimenti, la sua infatuazione adolescenziale per una persona che mostra di avere un certo spessore umano e culturale, a differenza dei suoi limitati genitori. Ma ancora più importante è la figura, ottimamente interpretata da Emma Thompson, di Mrs Justice Fiona Maye, che sa essere molto più presente e decisa quando deve svolgere un ruolo seguendo una legge non stabilita da lei, sorta di credo religioso per atei, che quando deve decidere ed esporsi in prima persona, che le sia richiesto da un deluso marito o da un giovane entusiasta. Per cui è lei a risultare young and foolish, come nella poesia di Yeats “nel giardino dei salici”, che esprime, mutatis mutandis, il senso di ciò che stiamo vedendo. Un’opera multistrato, formalmente priva di scelte notevoli ma umanamente pregnante    

 

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Tuttti lo sanno
 

da domenica 12 a venerdì 17 maggio 2019

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TUTTI  LO  SANNO

regia di Asghar Farhadi

 

 

Film nero bagnato da un sole brillante, Everybody Knows gravita intorno a una relazione privilegiata, consumata in un passato nemmeno troppo lontano. Un sentimento che cova ancora il fuoco, due iniziali incise sul muro di un campanile da due adolescenti persuasi di aver trovato l'amore. Se il campanile è quello hitchcockiano (La donna che visse due volte), che evoca un romanticismo indissociabile dal crimine, la relazione mai finita è quella tra Paco e Laura. Amici d'infanzia che sono stati innamorati, che sono stati una coppia, che sono adesso il ricordo ardente di amplessi spezzati.

Precipitati di drammi intimi, i film di Farhadi (di)mostrano come un evento imprevisto possa rivelare a ciascuno le proprie debolezze, e come, in quella circostanza, i non detti, i segreti troppo a lungo custoditi disorientino fino a sconvolgere le relazioni. Nei suoi racconti morali tutti hanno torto e allo stesso tempo ragione. Ciascuno giudica sulla base dei propri criteri personali gettando sul mondo e sull'altro uno sguardo che resta parziale, soggettivo, ridotto.

Everybody Knows osserva dall'alto di un campanile e di un drone una cascata di menzogne e di piccoli accomodamenti morali, trasformando un décor a cielo aperto in un labirinto angosciante. Nella Spagna rurale e nelle vigne contese tra transazioni sentimentali, giuridiche ed economiche, l'autore dispiega una suspense che indugia su un'importante somma di denaro che deve essere raccolta in poche ore.

 

 

 

 

 

Marco Massara

Domenica pomeriggio

 

Lo sbarco spagnolo di Farhadi avvicina il suo cinema alle nostre abitudini visive e di messa in scena, elimina l’alibi della ‘distanza’ culturale nella lettura del testo e sicuramente ci priva della fascinazione dei registri della ambientazione iraniana.

Ma se la regia diventa decisamente convenzionale è la sceneggiatura che invece sorprende; ogni scena, come recitano le buone   regole, “spinge avanti la storia” senza tentennamenti o ripetizioni. Ed il raccordo tra una sequenza e l’altra non è affidato alle classiche dissolvenze in nero o incrociate, ma a trasferimenti in auto riprese in soggettiva ed in oggettiva, in modo da sostenere con efficacia il ritmo del racconto.

Eccellenti gli attori, dalla Cruz , che ha la  parte più facile, a Bardem e Darin  che recitano con una efficacia esemplare.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

Intrighi, silenzi, regole segrete, cospirazioni, tabù' culturali , un misticismo inoperoso,assenze e scomparse incomprensibili : tutti lo sanno che questi sono gli argomenti tipici e  topici del nostro Regista. Ma  forse non tutti  gli spettatori convengono sul fatto ( e lui stesso non lo ha ancora realizzato in pieno... ) che  una storia  cambia  moltissimo se collocata in ambiti culturali diversi. Perché comportamenti all'apparenza simili sottendono invece - mutando  l'antropologia - rinvii a convinzioni, abitudini mentali e valori differenti.  Farhadi  si salva ,ma a fatica, da questa trappola che il cinema "globale" ha  vissuto  spesso, quando  le produzioni non  capiscono  che  cambiando l'ordine dei fattori emotivi e mentali  il "prodotto"- rispetto alla  matematica- non può più essere lo stesso.  Tuttavia il l film regge per la sua  evidente quota di apporto autoriale e se si rinuncia  a  leggerlo secondo i generi in voga. Perché non è un thriller, non è giallo, non è un neppure melodramma. Cos'è ? Come dicono le immagini simboliche di inizio/fine, si tratta  della rinnovata riflessione  del regista iraniano sull'ingabbiamento delle storie individuali, che ad un certo punto   del loro  sviluppo  svelano sempre  una  clamorosa carenza, un bubbone che le  fa  esplodere  sul  ruvido palcoscenico sociale. Anche se poi ci si affretta a mimetizzarle, cancellarle, facendo finta di niente  e/o nasconderle, detergendole con una sbrigativa pulizia superficiale, che ogni cultura si inventa a modo suo. 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Gli snodi del cinema di Farhadi ci sono tutti ma il contesto è completamente nuovo: siamo in Spagna. L'Iran è lontano e il grande regista sembra annacquare la sua poetica ad uso e consumo della famiglia Bardem. "Questo è il regista del Cliente !?!" commenta incredulo uno storico frequentatore del Bazin. E non sbaglia di molto perchè il film sembra girato da un epigono e le coinvolgenti geometrie dei film precedente  un pallido ricordo. Irriconoscibile. 

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

giallo

Ashgar Fahradi lascia per la seconda volta il suo paese e gira all'estero, ma la trasferta spagnola non gli giova. Nonostante attori e comprimari prestigiosi, la trama complessa e centrata sugli argomenti presenti in tutta la sua produzione (drammi e segreti di famiglia, interessi e rancori mai sopiti, passioni soffocate...) il film  risulta inferiore a quelli girati "a casa". Sarà per la mancanza di quel distacco che rende più efficace la narrazione (c'è una ventina di minuti di troppo, dice il pubblico, e ha ragione), l'occhio "turistico" e alcuni momenti più adatti a una telenovela che a un film di questo livello di ambizione, ma alla fine resta un po' di delusione e un finale affrettato e intuibile in rapporto allo svolgimento generale della vicenda

 

 

Rolando Longobardi

Giovedì  sera

 

 

La vera domanda è: per quale motivo un regista iraniano che ha fatto della visione politica e territoriale un tratto caratteristico del suo cinema, sia quando si tratti di questioni nazionali (una separazione ) che internazionali (il passato), ha deciso di girare un film in Spagna, con attori spagnoli o latino americani?

Questo NESSUNO LO SA. Insomma, un film decisamente sotto tono vista la capaicità che Farhadi ha mostrato più volte di raccontare delle storie legate a contesti esietnziali e sociali quali la famiglia, dinamiche sulla rottura dei rapporti, relazioni interne ad una comuntà ipocrita quando individialista e crudele quando comunitaria.

tutto questo compare nel film ma in modo confuso, anzi peggio, trasposto in un territorio, in una lingua, persino in una luce e fotografia che non lo rappresenta. Il tutto diventa una telenovela dove anche gli attori, pur bravi, se diretti meglio avrebbero potuto esserlo di più: e questo lo sanno tutti. 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

verdino

 

 

Hitchcock nella celeberrima intervista rilasciata a François Truffaut spiegava che in un giallo il MacGuffin è il pretesto, talora inconsistente, che viene usato per far sviluppare una storia. Nel film di Asghar Farhadi si potrebbe dire che l’intera trama gialla sia il debole MacGuffin che egli usa per fare quello che sa fare meglio, mettere a nudo l’umanità dei suoi personaggi. Non si tratta necessariamente di segreti dei quali si vergognano, ma piuttosto di convinzioni imbarazzanti. Questo era chiarissimo in About Elly, nel quale un gruppo di iraniani teoricamente laici e aperti dimenticavano che la giovane del titolo era morta per salvare i loro figli, giudicandola soltanto perché voleva incontrare un uomo nonostante fosse fidanzata. In quest’ultima opera girata in Spagna, “fuori casa”, il meccanismo funziona un po’ meno bene, ma il risultato è comunque un film interessante, capace di affondare il bisturi nel cuore umano e di gettare su famiglia apparentemente normale quella stessa luce che, nella prima inquadratura filtrava nella torre campanaria, dove era incisa la traccia dell’amore che fa da sfondo a tutta la vicenda, e che nell’ultima mostra quanto la verità possa essere disturbante

 

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Bohemian Rhapsody
 

da domenica 19 a venerdì 24 maggio 2019

 

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BOHEMIAN  RHAPSODY

regia di Brian  Singer

 

 

Un genere che segue uno schema obbligato: l'infanzia modesta, il trauma fondante, l'ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti. Ma a questo giro di basso 'immortale' era lecito aspettarsi di più. Invece in Bohemian Rhapsody, proprio come in Ray o in Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line, l'originalità non è in gioco. Quello che conta è la ricostruzione pedissequa e la performance emulativa degli attori.

Dal premio assegnato a Jamie Foxx poi (Ray), il biopic è diventato un 'apriti sesamo' per gli Oscar. La somiglianza somatica e il mimetismo dei gesti cruciali. Lo sa bene Rami Malek assoldato per una missione praticamente impossibile: reincarnare l'assoluto, quel mostro di carisma e virtuosità che era Freddie Mercury. Pianista, chitarrista, compositore, tenore lirico, designer, atleta, artista capace di tutti i record (di vendita), praticamente uomo-orchestra in grado di creare e di crearsi. Un demiurgo che in scena non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva la follia dei grandi e volava alto, lontano.

Le buone intenzioni e l'impegno pur rigoroso e lodevole dell'attore americano si schiantano rovinosamente contro il mito e una protesi dentale ingombrante che lo precede di una spanna ovunque vada. Non c'è rifugio in cui Malek possa fuggire o ripiegare. Con buona pace di Hollywood e di Baudrillard, l'aura di Freddie Mercury non conosce declino e schianta il suo simulacro.

 

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

 

 

la musica è trascinante, le riprese spettacolari, la "mimesis" del
protagonista notevole.  Ma la storia è un puro panegirico del
protagonista, genio maledetto di una specie artistica vista tante volte ormai troppe volte nella storiografia estetica da un paio di secoli a  questa parte. Provocazioni continue,  mix di generi sonori e  sessuali ,esotismo ed esoterismo e tutto quanto fa spettacolo in un film che, tra qualche tempo, svelerà  i suoi  limiti ( ad esempio nella sceneggiatura conciliatoria e largamente acritica) rispetto a 
pellicole  meno indulgenti e più originali  su altri miti del rock. 
Però l'insieme scivola via rapido e - chiudendo gli occhi su qualche
scena un pò  banalotta - si arriva velocemente al super- Concerto
finale, molto suggestivo.

 

 

 

 

Roland Longobardi

Domenica sera

 

 

 

Usciamo dal primo fraintendimento dicendo come questo lungometraggio di Singer non è e non vuole essere un film biografico. Basta comprendere la sequenza con la quale vengono proposti i brani, funzionali quanto non mai al racconto.

Tutto ruota intorno a questa canzone che è la sintesi di più stili, e dunque di più anime, così come diverse sono le anime dalla band. Un film che oscilla tra realtà e immaginazione perché questo è quello che il pubblico vuole, al punto da aumentare anche le donazione al live aid.
Strepitosa davvero la performance (termine abusato anche nel film) di Malik.

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Per carità non cadete nella tentazione di guardare Bohemian Rapsody: è un film da ascoltare e basta. Da un punto di vista cinematografico è poca cosa: sceneggiatura modesta, ricostruzione discutibile, regia multipla anonima e appiattita su stereotipi corrivi. E poi l'attore protagonista, Rami Malek che tenta l’impossibile: evocare l'anima controversa e le fattezze di Freddie Mercury. Ma il Biopic musicale sbanca: da Cannes arriva il monumento in vita per Elton John. Ottimo ! A patto di ascoltare e tenere gli occhi ben chiusi.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

Bryan Singer è partito incendiario (i soliti sospetti, gran film d'azione/poliziesco con due marce in più) ed è finito pompiere tra supereroi con la X e serie televisive. Il suo biopic su Freddy Mercury e i Queen, che con altri sarebbe stato un onesto film ossequioso di regole e tempi del genere, ha però due marce in più: Rami Malek nella reincarnazione del protagonista, e loro, i Queen, con la loro musica e con quelle canzoni che hanno segnato e segnano il nostro tempo. Foot stomp movie, dicono gli americani: e in sala, a pestare i piedi a tempo e a cantare strofe c'erano diversi cinefili quueniani..

 

 

Giulio Martini

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

 

 

 

Bohemian Rhapsody, film di paternità incerta per i cambi di attori e alla regia, ha un formidabile asso nella manica: la musica dei Queen, capace di rendere interessante qualunque storia. L’ottima performance di Rami Malek aiuta pure a far perdonare le libertà che si prende nella ricostruzione degli eventi. D’altronde si sa che il cinema ha la vocazione sia di fabbrica di sogni che di fedele ricostruttore della realtà e, quando si tratta di narrare la storia di un gruppo e un performer entrati nel mito, la tentazione di farne una bella favola è comprensibilmente troppo forte, soprattutto se i produttori sono i protagonisti stessi. Tuttavia il fatto che il villain della storia, il giuda che tradisce il “povero” Freddy, sia disegnato in modo alquanto grossolano, rende tutto il racconto superficiale, così come il buonismo moralista che pervade l’intera pellicola, conferendole un effetto deja vu. Per fortuna la riscattano parzialmente alcuni momenti di grande entertainment, come il rifacimento meticoloso dell’esibizione al Live Aid e, più in generale, la capacità di rendere il rapporto assolutamente empatico della band, e di Mercury in particolare, con il proprio pubblico           

 

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Hollywood party
 

da domenica 5 a venerdì 10 maggio 2019

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HOLLYWOOD  PARTY

regia di Blake Edwards

 

 

“Se amate la comicità dell'ispettore Clouseau, le atmosfere anni Sessanta e i drink, siete invitati a questo esilarante Party. Peter Sellers, con il suo indimenticabile colorito indiano, veste qui i panni di Hrundi V. Bakshi, ingenua e sbadata comparsa indiana sul set di un film di Hollywood. Dopo avere inavvertitamente fatto esplodere il set prima del ciak del regista, il buffo ometto si ritrova per errore invitato in una lussuosa villa al party del produttore del film. Qui il sobrio ma imbranato indiano combinerà un guaio dopo l'altro, aiutato in questo crescente caos, da una galleria di personaggi "etilici". (…) Senza dubbio il miglior prodotto della fertile e travagliata coppia Sellers-Edwards, Hollywood Party è una sorta di film-happening, improvvisato dagli interpreti a partire da un esile quadernino di sceneggiatura di dodici pagine. Ogni attore, Sellers in testa, costruì il suo personaggio giorno per giorno sul set, connotandolo con manie, tic e gesti buffi, semplici quanto geniali (si dice non si sia mai riso tanto sul set di un film...). In questa fiera delle vanità senza vie di fuga (tutto si svolge nella villa, a eccezione del prologo iniziale), evidente metafora dell'effimero mondo dello spettacolo, l'umile, spontaneo Bakshi si aggira goffo e spaesato come Charlot: esita, si scusa, sorride, perde una scarpa in piscina, fa schizzare un pollo in testa a una elegante signora (forse una delle scene più citate della storia del cinema), e si innamora anche. Con la tenerezza disarmante, la vulnerabilità e la malinconia tipica dei personaggi edwardsiani, l'indiano troverà così la rivincita alla sua emarginazione (sociale, razziale ed emotiva) nell'adorabile cantante francese Michèle, ma solo dopo un continuo e crescente susseguirsi di gag indimenticabili che hanno fatto la storia della slapstick comedy.”

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

 

 

La comicità - è noto - soffre il tempo e la diversità culturale, mentre il tragico no o molto meno. E la comicità è legata strettamente alla cultura che la ospita e la  genera. Qui attore e regista               ( anche Edwards  ha radici anglosassoni ) se la prendono con la grossolanità e l'inconsistenza dei cuginastri americani.  E da  garbati  elefantini   in una casa tutta vetri e specchi d'acqua - l'intruso/comparsa assieme al suo vero partner/direttore ( di contro al presuntuoso Divot  del preludio )  rompono le regole  del rito più sacro di Hollywood: il Party.  In questo solenne momento  di estrema finzione sociale divertirsi  è un obbligo. E con ampio anticipo  rispetto ad altri e pure a  "Me Too", grazie un uso sublimato di  notissime gags  ora salaci ora infantili, i nostri due guastafeste inventano nel '68 il più  genuino dei  film-happening, messo in piedi  sul set contro tutte le regole del passato ( vedi sempre il preludio... ).  Oggi  questo frutto  velenoso degli insipidi e fasulli  appuntamenti mondani, spremuti e gonfiati nelle loro mille piccole idiozie, risulta forse e un po' inacidito o poco aggressivo. Ma resta capace di restituire il clima balordo di un'epoca inconcludente e vacua, non  solo californiana, zeppa di miti illusori, fossero  quelli  della vecchia generazione degli affari facili o quelli non meno effimeri dei figli dei fiori. Un film costruito sul nulla,una gigantesca sequenza di bolle di sapone, che con la tecnica delle comiche del muto ( ma la colonna sonora è perenne...) ci fa sorridere della stupidità che spesso sta dietro il sussiegoso ambiente del  cinema.  

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

RivedereHollywood Party (The Party) è un happening vicino al karaoke: gli spettatori del Bazin anticipano le geniali gag di Blake Edwards e Peter Sellers scatenando le risate prima della conclusione degli effetti comici. Il tutto con uno straordinario effetto di spiazzamento che, unito al carattere surreale del film, regalano alla serata un tono d'ilare e sgangherato divertimento. Tutti entusiasti alla fine della proiezione e con l'invito di molti ad inserire nel carniere dei film del cineclub altri film comici.

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

Cinquant'anni dopo,  un classico della commedia americana, faro della preadolescenza cinefila di chi vi scrive, illumina ancora la serata strappando risate con le sue gag da slapstick e con la sua ironia di sottofondo sul mondo hollywoodiano, marchio di fabbrica di Blake Edwards. Peter Sellers fa la differenza, ma il nugolo di comprimari (cameriere alcolista in testa) fa girare alla grande il motore di questa macchina da risate: con stile, malizia e assenza di volgarità, come usava un tempo nel Cinema per bene. Dall'alto dei cieli di celluloide, Ridolini, Stanlio e Ollio e Buster Keaton sorridono e benedicono

 

 

Giulio Martini

Giovedì  sera

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Venerdì sera

 

verdino

 

 

Il miglior film di Blake Edwards e Peter Sellers, che ricorre a modalità datate per qualcuno, eterne per il sottoscritto, e nella sua semplicità costituisce un piccolo classico del cinema comico. Il regista, di improvvisazione in improvvisazione, ma con alcuni tormentoni e inquadrature studiate ricorrenti, svela tutto il marcio che c’è a Hollywood, inserendoci un elemento deflagrante, il piccolo indiano Hrundi V. Bakshi. Egli produrrà un crescendo di catastrofi, dalle quali riuscirà ad uscire sempre con eleganza, e pure conquistando una bella aspirante attrice e cantante, alla faccia del produttore marpione (di triste attualità, ahimè!). Un vero gioiellino

 

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