Titolo

The mule
 

da domenica  23  a  mercoledì 26 febbraio 2020

                  

IL CORRIERE - THE MULE

regia di Clint Eastwood

 

The Mule ha origine da un'incredibile storia vera. Si ispira all'articolo del New York Times The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule di Sam Dolnick. Protagonista Leo Earl Sharp Sr. (morto nel dicembre 2016, a 92 anni), noto anche come El Tata, statunitense veterano della Seconda guerra mondiale, orticoltore di fama mondiale, diventato corriere della droga per il cartello messicano di Sinaloa in seguito a problemi economici. Per oltre 10 anniha trasportato indisturbato migliaia di chili di cocaina, diventando una leggenda metropolitana tra i trafficanti di droga. Sul suo pickup Lincoln trasportava tra i 100 e i 300 chilogrammi di cocaina alla volta, muovendosi dal confine sud degli Stati Uniti fino a Detroit, nel Michigan. La sua ulteriore particolarità? Quando è stato finalmente arrestato, nell'ottobre del 2011, El Tata aveva 87 anni! Un adorabile insospettabile vecchietto. Una storia ghiotta per Clint, che la fa sua. La sceneggiatura è di Nick Schenk, lo stesso di Gran Torino. Al seguito richiama il suo American sniper Bradley Cooper, che questa volta è l'agente della DEA che arrestò Sharp. Clint è asciutto quanto mai nel fisico, rugoso e prudente nei movimenti. E quasi lo si vorrebbe stringere forte, se non si avesse paura di frantumarlo. Gli anni addosso si vedono eccome. Ma lui ha sempre quel suo fare da uomo tutto d' un pezzo, aperto alle umane fragilità.”

(da panorama.it)

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La favorita
 

da domenica  16  a  mercoledì 19 febbraio 2020

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LA  FAVORITA

regia di Yorgos Lanthimos

 

“Lo scenario de La favorita prende spunto da una storia vera, ambientata nel mondo velato della regina Anna (Olivia Colman), l’ultima (e storicamente meno nota) discendente della casa regnante britannica degli Stuart. Sebbene Anna soffrisse di gotta, fosse timida e non godesse di particolare considerazione, durante il suo regno la Gran Bretagna si affermò come potenza globale. Attraverso le intricate relazioni della sovrana con due donne scaltre e ambiziose — Lady Sarah (Rachel Weisz), l’amica di tutta una vita e consigliera politica, e Abigail (Emma Stone), la cugina povera di Sarah che si rivela un’arrampicatrice sociale – il film si immerge in un vortice di manipolazioni ed emozioni che definiscono il termine intrighi di palazzo. La favorita è il primo film in costume del regista Yorgos Lanthimos.

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Matteo Mazza

Domenica pomeriggio

 

 

 

Le relazioni pericolose secondo Lanthimos sono il nucleo degli intrighi di potere ma anche spettro di amori e disamori, invidie, ripicche, colpi bassi e quindi palcoscenico ideale per mettere a frutto la personale riflessione sulla tragicità della vita con i suoi vuoti, le sue trasformazioni, perdite, maschere, ambiguità.

Nessuno si salva in questo quadretto spietato e grave, denso e razionale, geometrico e freddo, perché tutto viene divorato dal male e dalle sue forme.

Strutturato in capitoli, elogio della dissolvenza e della profondità di campo, La favorita è il film più equilibrato tra i sette lungometraggi del greco Lanthimos perché si interroga maggiormente sul senso raffreddando il grottesco e il surreale di cui fa ampio uso anche qui; nonostante tutti gli eccessi, gli sfarzi, gli abusi (del cinema in primis) è un film che funziona grazie soprattutto all'interpretazione delle tre attrici ma anche a causa della sua permeabilità emotiva, della sua comicità graffiante, dei suoi effetti disturbanti. Funziona ma mi dice poco.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera


 

 

Da dove nasce la sfrenata voglia di innalzarsi e di voler sottomettere o abbattere gli altri ?  Il Regista con continue immagini di cadute umiianti, di volgari tiri a segno,di imbarazzanti sottomissioni sessuali ci presenta un mondo femminile ancor più spietato di quello dei maschi incipriati, che pensano che tutte le donne siano oche ma ne sono giocati. Mescolando raffinatezze di ogni tipo - anche cinematografiche - a situazioni ed  gesti disgustosi,il film deforma volutamente il mondo dei presunti "lumi , che  qui splendono su brutture incontrollate e forse incontrollabili, perché eteene nell'animo umano.Ma non ha la completa padronanza dell'insieme e  non l'originalità autentica dei suoi modelli : Kubrick e Forman.

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Lanthimos riscrive le regole del film storico e trasforma un genere ingessato in un’opera spiazzante, tanto per l’inserimento di modi di parlare e situazioni anacronistici, come il ballo a corte, quanto per l’utilizzo di tecniche di ripresa e grandangoli che deformano lo spazio, rinchiudendovi i personaggi. Il palazzo nel quale il film essenzialmente è girato si rivela ancor meglio per quello che è, una prigione, nella quale vige la lotta di tutti contro tutti, senza alcuna solidarietà né tra i servi, né tra i nobili. Ne esce una gustosa caricatura, della quale fanno le spese soprattutto gli uomini, decisamente più imbellettati e vanesi delle donne. Anche grazie a tre splendide interpreti riesce a creare dei ritratti femminili a tutto tondo e a ricostruire lo spirito di un’epoca, mostrando come i precari equilibri del microcosmo che circondava la regina potessero avere conseguenze sulle sorti di varie nazioni. Una storia intrigante magnificamente raccontata, che attrae lo spettatore come una calamita

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

"La Favorita", film su commissione, offre al controverso Lanthimos la possibilità di giocare con le sue ossessioni estreme (sadismo, cinismo e ferocia) con divertito distacco: siamo all’interno di una tragedia mascherata da commedia, dove trionfa l’humor nero e il gusto per l’invenzione grottesca detta i tempi del riuscitissimo plot. Capito immediatamente lo spirito dell’operazione, il pubblico del Bazin sta al gioco e guarda divertito alle feroci scaramucce tra tre attrici straordinarie che assecondano al meglio il piacere della deformazione del talentuoso regista.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

Lanthimos è bravo ma, come molti registi bravi, tende a mostrare sempre tutte le sue capacità e tutte in un unico film. Effetti ottici (grandangoli, carrellate, rallenty, carrelli, illuminazione naturale al lume di candela come nei più rigorosi caravaggeschi fino a Barry Lindon), grande capacità di controllo delle tre formidabili attrici, tematiche varie e non lineari (potere e seduzione, ma anche solitudine e angoscia, ricchezza e cadute, ossessioni clastrofobiche e labirinti del cuore). Si esce sopraffatti e sconcertati: è un film eccessivo!

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

 

 Raffinato misogino, pessimista illuminato dall'ironia, Lanthimos mette la sua visione del mondo al servizio di un'elegante piece radio-teatrale di gusto e linguaggio britannico, dove le vicende storiche (cronologicamente rimaneggiate) della Regina Anna, ultima degli Stuart, di lady Sarah Churchill (bisbisnonna di Winston) e di sua cugina Abigail formano le sequenze di una partita a scacchi tutta al 
femminile. i maschi, si fa per dire, sono solo pedine che credono di avere potere, forza e astuzia ma non si accorgono, poveretti, di essere oggetti, e non soggetti di una Storia che, alla fine, ripulita dagli ori, i broccati e le boiseries del castello-scacchiera si riduce a ben poco. Un mondo spietato, tutti contro tutti (soprattutto i poveri); animali / simbolo (la corsa delle oche, i 17 conigli/figli della regina...); i piaceri della carne e della gola sono solo strumenti ben temperati per il grande gioco della conquista del potere, per la sopraffazione, al massimo  temporaneo lenimento di malattie e solitudine. Sotto parrucche e belletti sporcizia e pidocchi; si cade nel fango che fango non è e puzza molto di più; nei vasi di porcellana finiscono vomito, denti rotti, bava e alla fine il Potere, quello vero, incarnato da una gottosa semi deficiente, vince per definizione su qualsiasi favorita di turno, e la ricerca della felicità è solo una bella favola

 

 

 

 

 

Marco massara

Fuori classifica

 

Una “età dell’innocenza” (?) due secoli prima. Una corte dove nulla è come appare, dove l’intrigo è alla base di ogni relazione, il potere è il motore primario, il sesso è al servizio del solo piacere e non dell’amore e le donne sparano!

L’ascesa di Abigal procede come una arrampicata in free-climbing, usando ogni appiglio, ogni informazione e carpendo ogni segreto, attraverso una sceneggiatura dove non c’è un elemento superfluo e dove ogni scena spinge avanti la storia mentre la rappresentazione passa attraverso un obiettivo super-grandangolare che altera le relazioni spaziali isolando l’ambiente di corte dalla realtà storica di cui si sentono solo gli echi di cronaca.

Gli uomini, come troppo spesso accade, fanno una figura meschina, mentre abbiamo tre interpretazioni femminili superbe. Su tutte Olivia Colman nei panni della Regina Anna, ma anche Emma Stone è una Abigal   davvero sorprendente.  

 

 

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Avvisi

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Vice
 

da domenica  9  a  mercoledì 12 febbraio 2020

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VICE

regia di Adam McKay

 

 

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: “Attraversando mezzo secolo, il complesso viaggio di Cheney (Christian Bale), da operaio elettrico del rurale Wyoming a Presidente de facto degli Stati Uniti, offre una prospettiva interna, a volte amara e spesso inquietante, sull'uso e l'abuso del potere istituzionale. Nelle mani capaci di McKay, la dicotomia di Cheney, tra amorevole padre di famiglia e burattinaio politico, è raccontata con intelligenza e audacia narrativa. (…) Come molti americani, McKay conosceva poco dell'elusivo e apparentemente incomprensibile Dick Cheney, che è stato co-presidente virtuale di George W. Bush dal 2001 al 2009, e così facendo ha cambiato la storia americana, se non per sempre, certamente per i decenni a venire. (…) "Questo è stato un capitolo gigantesco della storia politica degli Stati Uniti che non ritengo sia mai stato completamente analizzato sul grande schermo. Un tassello essenziale del puzzle che ci fa capire come siamo arrivati in questo momento storico, in cui il consenso politico è raggiunto attraverso la pubblicità, la manipolazione e la disinformazione. E Dick Cheney era l'uomo al centro di tutto questo". (…) Con uno stile simile a La grande scommessa, la densa sceneggiatura di McKay includeva numerose scene e flashback, che sembravano quasi impossibili da ottenere in cinquantaquattro giorni di riprese. Basandosi su anni di regia televisiva e cinematografica, McKay è stato in grado di mettere a nudo le esigenze di ogni scena. Molti set interni sono stati costruiti fianco a fianco negli studi della Sony a Culver City, cosa che ha consentito alla sua troupe di passare facilmente da un set all'altro.”

(dal Pressbook)

 

 

 

 

 

Rolando Longobardi

Domenica pomeriggio

 

 

 

Non lascia ampi margini di interpretazione McKay nel suo film Vice. L'uomo nell'ombra.

Ad essere chiamato in causa è direttamente lo spettatore, che deve immergersi nello stagno nel quale i pesci della politica sguazzano.

Attraverso la carriera di un uomo politico come Dick Cheney il regista disegna il percorso di chi capace di stare nell'ombra, e nell'ombra agisce.

Il montaggio ironico e fin troppo chiaro mette in luce il colpevole di questo sistema: noi spettatori.

non è chiesto allo spettatore di schierarsi ma di prendere atto di ciò che inconsapevolmente, e per questo più colpevole, ha causato.

È proprio lo spettatore il cuore del film. Chi ha orecchi per intendere intenda.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

uno sforzo non indifferente, e sostanzialmente  riuscito, di fare il contropelo  al Vice e  Capo della premiata ditta Repubblicana che ha regalato  al mondo  varie guerre stupide e terribili. Ma la volontà didascalica e l'insistenza polemica non ci portano al "cuore" di questo assai grigio Macbeth moderno e la tensione  narrativa ( ... cadranno o no le tazzine impilate ? ) viene  spesso a mancare. Tuttavia il cinema USA conferma -  qui anche con  curiose invenzioni retoriche  -  la sua forte e chiara vocazione civica e democratica , che altrove - non si sa perché - manca del tutto.

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Adam McKay costruisce un pamphlet chiaro ed efficace con l’utilizzo di varie tecniche di montaggio, incluso quello concettuale, effetti visivi, finti titoli di coda dopo circa un’ora, un narratore inventato e tanti altri artifici. Un testo di discreto spessore che illustra l’ascesa al potere di un uomo mai in realtà scelto dal popolo, il quale si è trovato nella stanza dei bottoni solo grazie al fatto di aver servito, e ancor più utilizzato, gli uomini giusti, prima Ramsey e poi George W. Bush. Si tratta di un testo denso di nomi, riferimenti giuridici, come la teoria dell’esecutivo unitario, tesi, come l’idea che l’ascesa di Al-Zarqawi sia stata favorita da Cheney (che lo ha però anche eliminato…), ricostruzioni di retroscena. Probabilmente rinforzerà nelle proprie convinzioni chi è già critico nei confronti del vicepresidente più potente della storia degli USA, ma non pare sufficientemente profondo in termini di ricostruzione psicologica da scalfire i repubblicani convinti, che si sentiranno insultati nella propria intelligenza, come del resto ipotizza anche il suo autore attraverso l’ipotetico dibattito nei titoli di coda. D’altronde è pur sempre un film

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

Adam McKay, storico sceneggiatore del Saturday Night Live, costruisce un film sarcastico e godibilissimo tutto giocato sulla sistematica manipolazione di stilemi cinematografici e narrativi. Un gran divertimento per il pubblico del Bazin che sghignazza compiaciuto quando dopo un’ora appaiono inopinatamente i titoli di coda e non si fa cogliere impreparato dalle esche che il ghignante regista distribuisce a piene mani lungo il film. Compreso l’epilogo che è diabolicamente collocato dopo i titoli di coda !!!

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Viceè un modo bizzarro, a tratti decisamente grottesco, per raccontare in un film “politico” all’americana, quello che già tutti sappiamo: che negli USA la democrazia è una sorta di elegante facciata che copre il reale potere che è esercitato da lobbies (nello specifico dei petrolieri) e che l’opinione pubblica è manipolabile, con irridente facilità, da guru della comunicazione neppure troppo brillanti, in verità, al servizio dei suddetti centri di potere. Detto così potremmo pensare a un film già visto (da Quarto potere in giù), invece Vice è ricco di trovate formali curiose e spiazzanti (i finti titoli di coda a metà film o i veri titoli di coda che, sulla musica di West Side Story, fungono da sottofinale prima della reale chiusura, ad esempio) in un meccanismo narrativo che procede per flash back e flash forward, anticipazioni o chiarimenti sul passato dei personaggi; cartelli e sottotitoli, con una voce off che solo ad un certo punto della narrazione capiremo perché conosce così a fondo Dick Cheney e la sua storia. Ma una delle chiavi di lettura è ben prima del finale: Cheney e la sua mogliettina Lynne (bionda e tenera in apparenza ma dotata di ferrea volontà, supporto indispensabile e spregiudicato nell’ascesa del marito da villico sbronzone puzzolente a vice potentissimo di un cretino come George Bush) nei panni di Macbeth e Lady Macbeth. Un ulteriore simpatico aspetto di novità sono gli espedienti atti a “rompere la quarta parete”, svelare didascalicamente (anche in senso letterale, cioè attraverso didascalie) gli accadimenti e mostrare la natura illusoria della finzione filmica; lo spettatore non deve essere coinvolto nella vicenda: mai guardare in macchina, come fa un grandissimo Christian Bale!

Noi italiani, all’epoca della guerra della “coalizione dei volenterosi”, ci siamo sempre fregiati di essere più “sgamati” degli Americani: sebbene partecipi in questa guerra “preventiva” nessuno all’epoca ha maicreduto che il conflitto fosse indirizzata alla liberazione dell’IRAQ dal dittatore Saddam che supportava i terroristi e aveva armi di distruzione di massa e, da subito, abbiamo immaginato migliaia di morti civili e la spartizione dei pozzi di petrolio tra le compagnie USA. Avremo bisogno di 20 anni e di un altro Vice per smascherare demagogia e finzioni della politica attuale?

 

 

 

 

Carlo Caspani

Mercoledì sera

 

 

 

Cinema pamphlettistico e doverosamente schierato quello di mcKay. Il suo Vice (vice president, ma anche Vizio di fondo della politica globale) è un Christian Bale bravissimo e letteralmente senza cuore (lo scopriamo alla fine, che a narrare la vicenda è appunto il "cuore di scorta", la seconda chance, il simbolo di immortalità). Il film si chiude e riparte due, tre volte, con un "codino" esplicativo finale  che in realtà non spiega nulla che già non sappiamo: la programmatica negatività di Cheney non acquista mai la grandiosità del Male da combattere, quanto piuttosto la banalità a rischio di simpatia di un sistema che sembra avere addormentato cuori e cervelli, per chi li ha ancora.=

 

 

Marco massara

Fuori classifica

 

Dopo “ la grande scommessa” la fascinazione del cinema di Adam mcKay continua con una maggiore leggibilità in questo film sempre a cavallo tra il docu-film, il film di denuncia e una spudorata commedia. La seconda ipotesi è sicuramente quella a cui lo spettatore sembra credere con più convinzione, ma il regista è abile ad insinuare il dubbio di un clamoroso  bluff. Non a caso quando ho visto il film precedente mi sono detto “Non ci sto capendo un tubo, ma mi piace un mondo!”     


 

 

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Nureyev

 

da domenica 2 a mercoledì 5 febbraio 2020

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NUREYEV

REGIA DI RAPH FIENNES

 

 

La vita del leggendario ballerino Rudolf Nureyev, dalla difficile infanzia nella gelida città sovietica di Ufa, fino al successo e alla sua decisione di rimanere in Occidente. Ribelle e fuori dagli schemi, a soli 22 anni il ballerino entra a far parte della rinomata Kirov Ballet Company di Leningrado, con la quale va a Parigi nel 1961, nel suo primo viaggio al di fuori dell'Unione Sovietica. Gli ufficiali del KGB però non lo perdono di vista, diffidando del suo comportamento anticonformista e della sua amicizia con la giovane parigina Clara Saint.”

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica pomeriggio


 

 

 è una storia tra-ballante quella che ci propone il regista/attore anglo/serbo (cfr. il treno del parto,la zattera della Medusa  del quadro,la slitta sui ghiacci  tutti assai ...ondeggianti ) nel roccontarci le motivazioni secondo cui il tataro volante fece i fatidici quattro passi verso gli agenti francesi all 'Aeroporto di Parigi, scatenando una sarabanda mediatica di enorme impatto politico.

Porge tante allusioni,mima tanti gesti,ma senza mai fare e farci fare grandi balzi emotivi, pur avendo a disposizione un personaggio unico, bello e terribile,raffinato ,selvatico se nonanimalesco

Perché tante reticenze ?

Perché  persino un accenno al figliol prodigo ( vedi quadro...) che abbandona la madre /patria  'Urss ?

Troppo azzardo utilizzare un protagonista che non danza  e non ringhia all'altezza del mito...

Non gli si rende né un giusto omaggio,né una rilettura originale.

 

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberta Braccio

 

Lunedì sera

 

 

 

 

 

Un bel prodotto costruito sull’idea del bello e dell’arte come fonti di ispirazione per migliorarsi. Un personaggio dalla personalità  fortissima, e a tratti molto ostica,  e una storia interessante, che rischia di essere dimenticata. C’erano tutti gli elementi per fare di Nureyev un filmone e invece, complice  forse la voglia di raccontare tutto troppo, finisce per non andare a fondo, per non avventurarsi davvero nella mente del giovane ragazzo che sta scoprendo se stesso.  Peccato, perché i tanti spunti sono ottimi e la regia ha un’ottima mano e uno sguardo artistico non comune. Nonostante il poco mordente però lascia al pubblico la voglia di scoprire di più su questo genio della danza, e questo è senza dubbio un punto a favore!

 

 

 

Angelo Sabbadini

Martedì sera

 

 

"Il corvo bianco" ci permette di conoscere la formazione del tartaro volante alla scuola del Kirov a Leningrado e ancora prima gli stenti dell'infanzia a Ufa nel URSS degli anni '40; per concludersi poi all'areoporto di La Bourget a Parigi con una sorta di giallo politico. Da questo punto di vista ottima la scelta di Finnes di mostrarci gli aspetti meno noti della vita di un'autentica icona del ventesimo secolo. Il carattere troppo didascalico dell'operazione rende però il film poco originale:spesso si ha la sensazione che Finnes sia come intimidito dalla statura del personaggio e questo non giova all'originalità dell'interessante film.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì pomeriggio

 

 

Un film col freno a mano tirato questo Il corvo bianco, d’altra parte la vita di un personaggio sopra le righe come è stato Rudolf Nurejev non è facile a raccontarsi. Quest’opera è diligente, rispettosa del pubblico, spettacolare quanto basta, pudica tanto da mostrarci il Nostro a Parigi impegnato solo in innocenti visite al Louvre e romantiche passeggiate lungo la Senna, con inserti di danza non troppo invadenti ma circa la vera natura del ballerino sovietico, nato povero e tataro in Bashkiria, ci viene detto che era eccezionalmente talentuoso. Ci viene solo detto, appunto, ma ciò che vediamo è un giovanotto malmostoso e nevrotico, sempre pronto a mostrare un volto corrucciato e bisbetico davanti a chiunque non ammiri il suo immenso valore e che, in l’Unione Sovietica, si permette ora di pretendere il maestro di ballo di suo gradimento e ora di sputare, impunito, a una funzionaria che gli rivolge una più che ragionevole richiesta. Eravamo convinti che in URSS comportamenti del genere avrebbero portato il giovane ben lontano da Mosca e Leningrado …. E tuttavia così non è: potenza dell’arte. Il regista ha mirato troppo in alto e forse occorreva più coraggio: se si sceglie di narrare di un genio sregolato, dalle molte, intense passioni bisogna essere un po’ pazzi (o essere Ken Russel che usò Nurejev come suo attore).

 

 

 

 

Giulio Martini

Mercoledì sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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