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Emily
 

da domenica 21 a  venerdì26 aprile 2024

 

EMILY

FRANCES O'CONNOR

 

 

“Le tre sorelle Brontë - Charlotte, Emily e Anne - vivono a Haworth, comunità isolata dello Yorkshire, sotto l'egida del padre, un reverendo protestante severo e autoritario, e insieme al fratello Branwell, allegro e scapestrato. Charlotte ha accantonato il suo talento naturale per la scrittura per diventare insegnante e ad Emily è riservato lo stesso destino socialmente accettabile: ma Emily è troppo "strana" e viene rimandata a casa dopo essersi dimostrata poco incline a relazionarsi con il mondo "normale". L'arrivo nella parrocchia di Haworth di un nuovo pastore, William Wieghtman, sconvolgerà ulteriormente gli equilibri domestici: Emily ne avverte la pericolosità ma è attratta dal giovane uomo che, a sua volta, riconosce l'unicità di quella che diventerà l'autrice del capolavoro Cime tempestose, che Charlotte (a sua volta destinata a firmare un altro capolavoro, Jane Eyre), descriverà come "un libro pieno di gente egoista che pensa soltanto a se stessa". (…) O'Connor si muove agilmente fra impostazione drammaturgica classica e suggestioni contemporanee, riuscendo a dare un'impronta personale al racconto, e facendo leva su due attori particolarmente convincenti: l'anglo-francese Emma Mackey e che finalmente trova qui un ruolo da protagonista assoluta (peccato che il suo volto sia eccessivamente moderno per incarnare una donna dell'Ottocento), e Fionn Whiteheadche riesce a cogliere tutte le sfumature di un personaggio complesso come Branwell Brontë. Molto efficace nel ruolo del patriarca Brontë anche Adrian Dunbar, attivissimo negli anni Ottanta e poi quasi scomparso dal grande schermo.

Quel che manca a Emily è una maggiore sicurezza nel compiere scelte narrative radicali, evidente ad esempio nei molteplici finali. La sensibilità e l'intelligenza di O'Connor risultano comunque evidenti, avrebbero solo bisogno di una spinta ad osare ancora di più, e a permettere ai suoi personaggi di uscire definitivamente dalla composizione oleografica ed entrare a gamba tesa in questa storia di originalità e talento femminili confinati ai margini di un'epoca perbenista e patriarcale.”

Paola Casella da mymovies.it

“È considerata “strana” e non riesce a trovare un posto nella società grigia e ottocentesca dello Yorkshire. Il suo talento, il mestiere di scrivere, vive nel baule nascosto nella sua stanza. Le lande accolgono la sua immaginazione, nutrendola e colmandola di pensieri e conversazioni che, tra le mura di casa, sono proibite. La vita familiare di Emily Brontë è tutto ciò che potremmo aspettarci dai costumi dell’epoca.

Una giovane donna può insegnare, altrimenti deve cucinare, pulire, rammendare e andare in Chiesa: non ha diritto ad avere una propria opinione. Emily rifiuta questo stato delle cose, permettendosi di pronunciare quesiti che mettono in dubbio Dio, la fede e i ruoli sociali. La sua voce, così come la sua penna, è libera dell’oppressione alla quale vorrebbero ridurla.

Dedicato alle nuove generazioni, Emily è un sogno nella vita di una delle voci più significative della letteratura gotica dell’Ottocento; un sogno fatto di tante piccole realtà. Nel microcosmo nel quale vive infelicemente, l’unica via di fuga dell’autrice è l’immaginazione; slancio che le permette di correre tra le lande in compagnia di un cavaliere, un capitano, o chiunque la sua voce riesca ad evocare, con parole sempre misurate, calibrate a seconda del ruolo che mette in scena, tra sé e sé, nel silenzio della natura. Emma Mackey regala un’interpretazione fatta di sguardi, allibiti e tormentati ma anche divertiti, davanti al mistero della creazione a cui riesce ad abbandonarsi. Sono infatti dei primi piani studiati, all’insegna delle ombre, che permettono di entrare in contatto con questo personaggio, misterioso e sognante – inafferrabile, lontano da tutti e da tutto. Ribelle come lei è il fratello, Branwell, che la introdurrà all’oppio, ulteriore stimolo per la creatività alla quale sogna di abbandonarsi completamente. Insieme, nella notte, fratello e sorella spiano i vicini, i Lintons, riuniti attorno al camino acceso in un tipico salotto inglese dell’Ottocento. Per tanti versi l’amato Heathcliff vive dei tratti del fratello, condannato ad un’umiliazione plateale, sempre incompreso.

Gelosie e rivalità popolano la casa Brontë, come spettri tormentati. Tra maschere che annullano il confine tra vita e morte, anche i confini sociali vengono sfumati all’insegna di un romanticismo che può vivere solo nell’inchiostro della fantasia; l’unica giustizia che queste giovani donne riescono a conquistarsi.”

Valentina Vignoli da sentieriselvaggi.it


 

 

 

 

 

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C'è ancora domani
 

da domenica 28 aprile a  venerdì3 maggio 2024

 

C'E'  ANCORA  DOMANI

REGIA DI PAOLA CORTELLESI

REGIA: Paola Cortellesi

SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Furio Andreotti, Giulia Calenda, Paola Cortellesi

FOTOGRAFIA: Davide Leone  -  Montaggio: Valentina Mariani -- Musiche: Lele Marchitelli

INTERPRETI: Paola Cortellesi (Delia), Valerio Mastandrea (Ivano), Romana Maggiora Vergano (Marcella), Emanuela Fanelli (Marisa), Giorgio Colangeli (Ottorino), Vinicio Marchioni (Nino), Francesco Centorame (Giulio), Lele Vannoli (Alvaro), Paola Tiziana Cruciani (Sora Franca), Yonv Joseph (William), Alessia Barela (Orietta), Federico Tocci (Mario), Priscilla Micol Marino (Sora Giovanna), Maria Chiara Orti (Sora Rosa), Mattia Baldo (Sergio), Gianmarco Filippini (Franchino)

DURATA: 118'

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“Il tono è divulgativo, pensato per raggiungere il più ampio pubblico possibile, ma questo non va a scapito della sua vocazione autoriale, che è manifesta in scelte molto precise di colore (il film è girato nel bianco e nero della cinematografia d'epoca con grande attenzione filologica del direttore della fotografia Davide Leone) di formato (che cambia lungo il corso della narrazione), di commento musicale (…) L'aspetto più sorprendente del film è che, di fatto, è un horror, ma raccontato attraverso il filtro gentile della sensibilità di Paola Cortellesi, nel suo stile riconoscibilmente "leggero" che riassume ciò che abbiamo finora appreso di lei: la capacità di parlare di cose serissime rendendole appetibili, il rispetto della propria e altrui dignità. (…) C'è ancora domani contiene nel titolo una speranza, ma anche un monito importante: perché ci ricorda che le conquiste femminili sono avvenute appena ieri, e perché riporterà istantaneamente alla memoria di tutti, e soprattutto di tutte, almeno un episodio in cui la propria mamma, nonna, bisnonna sono state zittite, o è stato loro impedito di percorrere la propria strada in piena autonomia decisionale. Cortellesi ci rammenta che da questo veniamo, che fa parte del nostro passato recente, e che purtroppo succede ancora perché per chi stava dalla parte dominante del "si è sempre fatto così" reagisce al cambiamento e con la stessa violenza di allora.”

(Paola Casella da mymovies.it)

 

 

“Scritto con grande cura nelle caratterizzazioni e nella scansione degli eventi, il film non si accontenta del bozzetto storico attraverso un bianco e nero che evoca all’istante il neorealismo, ma prova anche a dire qualche cosa sulla condizione femminile che non sia scontato o retorico. Quella di Delia è la storia di una donna che reagisce a modo suo, come può e come riesce, a una vita ingiusta e che prova a riconquistare una dignità che le è stata portata via senza che quasi se ne rendesse conto. Per dare concretezza al suo sentire la Cortellesi regista sperimenta, giocando con i formati, dando ampio spazio alle scelte musicali che assumono valenza narrativa, trasformando con coraggio, e non senza stridere, alcune sequenze in audaci balletti (…). Non opta, come era più scontato, per il dramma a senso unico, ma trova uno stile personale in cui la tristezza evocata si bilancia con la capacità di sdrammatizzare. Tutto ciò fa passare in secondo piano alcuni dialoghi a uso e consumo dello spettatore (…), alcune approssimazioni (…) e mette anche a tacere un interrogativo che si fa subito strada: ma siamo ancora lì, in quell’Italia in bianco e nero tra le macerie che piace tanto agli americani? La risposta è nel retaggio culturale ancorato al patriarcato che ispira ancora troppo spesso il nostro agire. Ben venga, quindi, un cinema che con sensibilità e senza piegare la forma suadente al messaggio - che arriva perché è naturale evoluzione del racconto e non perché spiegato dai personaggi - ci ricorda quello che era, che in parte è ancora e che invece potrebbe essere.”

(Luca Baroncini da spietati.it)

 

 

C’è ancora domani è un film buffo, drammatico, a tratti sorprendente. Ha la sfrontatezza, il coraggio e l’incoscienza dell’opera prima. Le donne laboriose e vitali che Paola Cortellesi mette in scena sono tante ed eterogenee (…) Sono tutte donne che, mute, pazienti e rinunciatarie, hanno fatto l’Italia, hanno sperato un futuro migliore per i propri figli, hanno scelto senza saperlo (e quasi senza volerlo) di diventare protagoniste della Storia, di uscire dal cono d’ombra dell’anonimato (…) ma non è un film storico in senso stretto (per quanto faccia i conti con quella porzione di storia), non pretende la verosimiglianza tout court né si affida al rigore vibrante neorealista. È sì minuzioso nel restituire gli echi di un tempo e un clima oppressivo, ma anche lieve e ironico nel trattare gli aspetti più cupi e meno distensivi. (…) È cinema popolare e intelligente che conosce l’intonazione giusta e sa quale corda emozionale sfiorare per irretire, coinvolgere, intrattenere. I movimenti di macchina sono morbidi e circolari, oppure nervosi e febbrili a seconda degli stati d’animo e degli affanni di Delia. (…) Il film è corale, pieno di afflato e respiro, e gli si perdona, per eccesso di entusiasmo, qualche momento sopra le righe e non perfettamente a fuoco.”

(Mario Tudisco da spietati.it)

 

 

“Una lettera misteriosa. Il mittente sembra sconosciuto. Cosa c’è scritto? E soprattutto, chi l’ha mandata? Nel corso di C’è ancora domani quella lettera diventerà un dettaglio fondamentale. E forse già da quel dettaglio parte il primo omaggio del film al cinema italiano degli anni ’30 e ’40, tra l’evasione cameriniana dei ‘telefoni bianchi’ al Neorealismo con l’immagine della famiglia numerosa che vive in un seminterrato, le scritte sui muri di una Roma post-bellica (“Abbasso i Savoia, Viva la Repubblica”), la fila davanti all’alimentari per comprare la pasta e la presenza ancora di qualche camionetta degli americani in città. (…) Il primo film da regista di Paola Cortellesi è più che convincente proprio per come ricostruisce nel dettaglio l’atmosfera dell’Italia del dopoguerra sottolineata dal bianco e nero della fotografia di Davide Leone (…) C’è ancora domani è un film che ha un sorprendente equilibrio perché non vuole farsi piacere a tutti i costi. Quello che conta prima di tutto è la voglia di raccontare una storia che chissà da quanto tempo Cortellesi aveva in testa.”

(Simone Emiliani da sentieriselvaggi.it)

 

 

“Funziona tutto nel suo film, in primis il cast in stato di grazia (…) riesce nell'impresa impossibile di risultare sia divertente che commovente per motivi e passaggi narrativi che ci guardiamo bene dallo svelarvi. Paola Cortellesi mette tutta la sua bravura, la sua sensibilità e il suo spessore di attrice al servizio di un personaggio di quelli memorabili, mostrando rara padronanza nel tenere insieme i sentimenti più contrastanti, dalla rabbia per le violenze e l'ingiustizia secolare di trattamento subito da intere generazioni di donne, alla poesia del sentimento platonico e del sogno, dall'umorismo fine e dissacrante (si ride anche della morte) alla potenza di fuoco del senso civico alla base di un sistema valoriale semplice ma integro che Cortellesi intende rievocare e ricordare a chi guarda. E ci riesce, creando quel senso di immedesimazione e appartenenza in chi guarda tipico soltanto dei grandi film.”

(Claudia Catalli da wired.it)

 

 

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Jersey Boys
 

da domenica 5 a venerdì 9 ottobre 2014

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JERSEY BOYS

REGIA DI C.EASTWOOD

 

Siamo nei primissimi anni ’50 nel New Jersey, quando una band di italoamericani diventa celebre con il nome Four Seasons. Si dice che, negli anni ‘60 i Beatles abbiano rivoluzionato la musica ma si dimentica che, pochi anni prima, all'insegna della musica rock, vi era stata la rivoluzione suscitata nel New Jersey da altri quattro giovanotti che si erano annunciati come i Four Seasons e che, anticipando appunto i Beatles, si erano subito proposti con dei veri e propri successi mondiali. A tal segno che Broadway non tardò a dedicar loro addirittura un musical, intitolato, data la loro provenienza, Jersey Boys: Clint Easwood parte da questa storia per il suo film. Il protagonista, John Lloyd Young nel ruolo di Frankie, è lo stesso del musical dedicato al gruppo, così come la partecipazione produttiva; nella cornice di un'affettuosa ricostruzione d'epoca, tra brillantina, impresentabili camicette bicolori e sfacciate cabrio pinnate dai colori accecanti, sfilano le canzoni che portarono i Four Seasons in vetta alle classifiche, con il loro sound accattivante e la voce flautata di Frankie/John: Sherry, Big Girls Don't Cry, Bye Bye Baby e tante altre. Che il legame di Clint Eastwood con la musica sia forte e profondo è noto, avendo egli stesso composto le colonne sonore di alcune sue pellicole e avendone girate due dedicate al jazz: il documentario The Piano Blues e il biopic di Charlie «Bird» Parker. Dalle note di regia si legge: “Ognuno se la ricorda come gli fa più comodo”. Conosciamo le canzoni. Conosciamo il sound. Ma solo pochi conoscono la storia. Jersey Boys racconta dell’ascesa e della conseguente caduta dell’iconico gruppo rock ‘n’ roll, The Four Seasons, raccontando agli spettatori come le loro canzoni siano riuscite a fare presa nelle coscienze del pubblico—alcune delle quali per oltre mezzo secolo—ma anche rivelando le sorprendenti origini di questa, apparentemente perbene, rock band americana. l film è tratto dal musical di successo che ha conquistato un premio Tony Award, incantando le platee di tutto il mondo (negli U.S.A. e all’estero) e diventando uno degli spettacoli più longevi nella storia di Broadway. Ora, il regista Clint Eastwood dirige la storia dei The Four Seasons allargandone gli orizzonti, portando tutta la gioia, la musica ed i ricordi sul grande schermo per emozionare le platee di tutto il mondo. Eastwood, che è anche produttore del film assieme a Graham King e Robert Lorenz, ha voluto svelare il dramma nascosto dietro le giacche e le cravatte, dietro l’apparente armonia che legava i quattro ragazzi, era ciò che maggiormente lo intrigava: “Mi è sempre piaciuta la musica dei The Four Seasons, quindi sapevo che sarebbe stato divertente rivisitarla, ma quello che più mi interessava era che questi delinquenti, poco più che maggiorenni, cresciuti certo non nella migliore delle situazioni, fossero riusciti a raggiungere questo enorme successo. Cresciuti in una periferia gestita e controllata dalla mafia, vivevano di piccoli crimini. Alcuni di loro hanno anche passato del tempo in prigione. Poi è arrivata la musica, la loro salvezza per uscire da quella situazione. Avevano trovato finalmente qualcosa per cui valeva la pena lottare.”
(dal presbook)

gli animatori lo hanno visto così :                                                 

 

Matteo Mazza

  domenica

 pomeriggio

All'interno del suo personale discorso di rielaborazione dei generi cinematografici quel che Eastwood mette in scena con questo musical resta sorprendente. Jersey boys, oltre ad essere un film di formazione, una storia d'amicizia, un nuovo viaggio nelle dinamiche che si innescano tra talenti e libertà, riscatto e ambizione, è anche un modo per continuare a guardare la storia made in Usa (siamo nell'anticamera vietnamita) che sembra tutta racchiusa e anticipata nelle note di Can't Take My Eyes Off You cantata da Frank Valli. Allora, alla luce di questo sguardo disincantato che dal particolare si sposta sull'universale, non sono casuali la presenza di Christopher Walken nei panni del boss (cosa canta in Il cacciatore prima di partire per il Vietnam?), di Joe Pesci (riguardate Goodfellas e Casinò) e la menzione a Liberace come icona di una società dello spettacolo sempre più specchio dei tempi (avete visto Dietro i candelabri con Michael Douglas?).
 

giulio martini

domenica sera

operazione nostalgia per l'ultimo Clint Eastwood. Racconta in una tersa aura "vintage" una storia di bulli di periferia, che tutto sommato, sono però dei bravi agazzi. Hanno i loro piccoli - grandi valori da difendere, da far vincere, così da tirar un bilancio positivo
della loro carriera e forse della loro vita.
Persino la mafia è paterna ed affettuosa, in nome di una solidariatà un po' mitizzata (di gruppo o interetnica) che sembra sopravanzare quasiasi altra ragione,
perchè interviene a difendere dalle tragedie il percorso accidentato di questi eterni adolesvcenti impeganti ad uscire dalla miseria e dall'anonimato.
A tarscinarli è un talento personale indubbio. Cioè qualla risorsa intima cui Eastwood sempre crede, e che sempre nobilita nei tratti dei suoi protagonisti,
soprattutto se si muovono in mezzo al fango.

angelo sabbadini

martedì sera

Questa settimana Angelo è stato sostituito da Giulio

carlo caspani

mercoledì sera 

Per altri sarebbe un compitino alimentare, per Clint diventa un'occasione speciale per ricordare atmosfere di gioventù senza cadere nel melenso da una parte e nel ricalco di genere "spaghetti gangster" che ha già illustri rappresentanti in Scorsese e Coppola. Tono
leggero anche nel dramma, musica e ritmo nei bravi guaglioni del Jersey che, tra marachelle giovanili e amicizie non proprio commendevoli, trovano la loro strada, la loro melodia finchè dura e i
soldi nonsii mettono di mezzo. Da un musical come solo a Broadway sanno fare un Eastwood meno cupo, più pacificato, come si conviene a un ottantenne di grande mestiere,che si concede pure la civetteria
dell'autocitazione (Rawhide in tv...)=

marco massara

giovedì sera

La prima volta in cui entriamo nella casa di Frankie questi è a tavola con davanti a sé un piatto di spaghetti (!) e un bicchiere di latte. Al di là di quanto orrida al nostro gusto possa sembrare questa accoppiata, in fondo essa racchiude la filosofia di questo film e di gran parte della idea di cinema di Eastwood.; Mescolare tradizione e trasgressione, integrità e corruzione mantenendo sempre accesa la questione se il suo cinema sia reazionario o progressista. Film ottimamente girato e montato, ma purtroppo la tensione si spegne un po’ proprio sulle scene cantate che vengono vissute dallo spettatore più come uno spettacolo che come un tassello della narrazione. Grandissimo Christopher Walken che letteralmente accende la scena con la sua sulfurea recitazione.
giorgio brambilla venerdì sera Clint Eastwood ci racconta il sogno americano con tutte le sue contraddizioni. Non fa un quadro sociologico sulla difficile situazione dell'epoca, che illustri quant'è difficile crescere in un quartiere dove le uniche possibilità d'impiego per un giovane sono la guerra, la mafia o una folgorante carriera nello spettacolo. Racconta, come sempre, la storia di individui precisi, con le loro conquiste e drammi personali, ponendosi dal punto di vista di quattro ragazzi italoamericani del Jersey che hanno sperimentato sulla propria pelle quale sia il prezzo del successo; proprio per questo, assumono il ruolo di narratore, uno per ognuna della quattro stagioni che hanno attraversato. Evidentemente non è il film più obiettivo possibile, ma il regista, alla tenera età di ottantaquattro anni, si cimenta in qualcosa di nuovo, divertendosi parecchio e facendo divertire lo spettatore in modo mai banale. Non sarà Mystic River o Gli Spietati ma, nei limiti dell'operazione, tanto di cappello

 


 

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Il capitale umano
 

da domenica 19 a venerdì 24 ottobre 2014

Gli animatori lo hanno visto così

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IL CAPITALE UMANO

REGIA DI P.VIRZI

 

I progetti faciloni di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice, il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose e a infittire la trama corale di un film dall’umorismo nero che si compone come un mosaico. Paolo Virzì stavolta racconta splendore e miseria di una provincia del Nord Italia, per offrirci un affresco acuto e beffardo di questo nostro tempo.

dal Press-book

Gli animatori lo hanno visto così:

marco massara

  domenica

 pomeriggio

Paolo Virzì opera un doppio trasferimento: abbandona l’ambientazione toscana – meglio se livornese – della maggior parte delle sue commedie per trapiantarsi in una terra brianzol-varesotta (tirando qualche sasso ben assestato e qualcuno fuori bersaglio in cristalleria) ed abbandona appunto i toni della commedia per immergersi in tonalità decisamente più drammatiche con qualche traccia di noir. Il risultato è apprezzabile, il fim è molto meno ‘dimenticabile’ (il vero punto debole delle commedie precedenti) e assume uno spessore inconsueto; merito di una narrazione non lineare e con sfasamenti temporanei che è rivelano l’intreccio con coinvolgente gradualità e di un quartetto (due Fabrizi e due Valerie) di attori davvero efficaci; su tutti un grande Fabrizio Gifuni nella parte sgradevole e molto più difficile rispetto a quella facile di un sopravvalutato Fabrizio Bentivoglio .

giulio martini

domenica sera

esemplare presa in giro della mentalità lombarda sul versante dei  danè  e della presentabilità sociale, con micidiali frecciate al leghismo più becero e  riferimenti multipli a  vicende del gossip nostrano. Il film del siculo /toscano
Virzì vale quanto "Sedotta ed abbandonata" a suo tempo. Germi allora  era considerato un regista minore. I siciliani si imbufalirono.
Ma - come qui - la  vera "commedia all'italiana", quella feroce e grottesca, fece centro e fece meglio dieci noiosi manuali di antropologia culturale.

angelo sabbadini

martedì sera

Eccolo il nuovo bestiario italiano aggiornato all'età della crisi! A proporcelo è di gran lunga il miglior commediante italiano, maestro del montaggio, che in questo film sposa la commedia nera e disegna maschere inquietanti e grottesche che valgono molto di più di tante, verbose analisi sociologiche. Su tutti svetta Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) squallido arrampicatore sociale con la sua frangetta tinta di fresco, gli occhi da faina e un eloquio cantilenante che dapprima diverte e poi spaventa. Gran film!

carlo caspani

mercoledì sera 

Virzì serio, serissimo pur nel grottesco di certe esagerazioni
volutamente macchiettistiche (Bentivoglio per tutti), perché solo così
si riesce a rendere la ridicola pochezza morale che crea danni
irreparabili in in paese che scommette sul proprio fallimento, e
vince. Come cantava De André tanti anni fa, anche se vi credete
assolti siete lo stesso coinvolti

roberta braccio

giovedì sera

Virzì si butta sul noir e fa bene. Il fatto di partire da un solido romanzo ambientato nel lontano Connecticut e di “tradurlo” in una storia tutta italiana, dà al film una struttura solida e originale, oltre ad un buon spazio di manovra di libertà alla squadra degli sceneggiatori. Il senso poi di continua angoscia è reso benissimo, complice anche la divisione in capitoli, mantenendo sempre alto un livello di minaccia che il noir deve avere. Un ottimo lavoro dunque, che personalmente preferisco a molte sue recenti commedie. Resta come unico neo il personaggio di Bentivoglio, su cui regista e attore si sono evidentemente divertiti un po’ troppo, calcando un po’ la mano: tutti i dettagli in lui sono esasperati e caricaturali (non da ultimo, la cicca ripetutamente masticata a bocca aperta) e, e per questa eccessiva “fumettizzazione”, a mio avviso, risulta poco credibile, specie nel finale.
giorgio brambilla venerdì sera Paolo Virzì cambia completamente strada, decidendo di aggirarsi in una Brianza che rappresenta l'Italia tutta (e non solo) nel suo lato peggiore, assetata di facili guadagni e inconsistente. Con i suoi co-sceneggiatori, Bruni e Piccolo, costruisce un racconto stratificato che, passando di personaggio in personaggio, ci dà elementi sempre nuovi per risolvere il “giallo” dell'incidente ed insieme far emergere, da una parte, la miseria degli adulti e, dall'altra, le fragilità frammista a nobiltà dei giovani, vittime dei primi. Il risultato è un'opera mai banale, che sa essere cattiva quanto basta senza diventare manichea e che pone in modo chiaro la domanda: per cosa vale davvero un uomo? Per i soldi che è plausibilmente in grado di guadagnare nella vita o per la sua statura morale? La società esalta il primo aspetto, come si vede dalla festa finale dei “vincenti”; ma il film ci dice che davvero ricchi sono due ragazzi che, in un luogo non certo idilliaco come la galera, stanno costruendo un rapporto degno di questo nome. La profondità, la lucidità e la raffinatezza del racconto rendono questo film davvero notevole

 

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