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Iniziative

 

Ciak... si viaggia!

 

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Animatori

Roberta Braccio

Sono nata a Milano, nel 1977. Tutto cominciò nell'ormai lontano 1997: dopo due anni vissuti a Buenos Aires, ero da poco tornata in Italia  per frequentare la facoltà di lettere in Cattolica, quando un'amica mi propose di frequentare insieme il cineforum. Dopo pochi mesi ci arruolarono entrambe nel comitato editoriale del giornalino e poi nella stesura del libretto. Le nostre strade si divisero, ma io continuai  a cercare parcheggio - a fatica - in Melchiorre Gioia negli anni successivi. Fatta un po’ di gavetta e collaborazioni varie sul web e non (tra cui il sito mymovies e la rivista FILM), sono stata poi promossa al dibattito del lunedì sera al Cinema Corsica (ve lo ricordate??) e, successivamente, sono stata affidata al pubblico della domenica pomeriggio, che mi sopporta ormai da anni. Sposata e da poco felice proprietaria di due gatti, lavoro in un'azienza di consulenza di Milano.

 

Giorgio Brambilla

Sono Giorgio Brambilla, faccio cineforum e corsi vari in ambito cinematografico dai tempi dell'università (venticinque anni abbondanti) e sono al Bazin dalla stagione 1996 – 97.

Per me fare cineforum vuol dire prima di tutto godere insieme ad altri della visione di buoni film e “rifletterci su” insieme. Il mio approccio è di tipo semiologico. Prima di tutto penso si debba cercare di capire com'è fatto un film, i suoi meccanismi linguistici, per valutare se la costruzione è adatta a raggiungere l'obiettivo che si persegue. Preferisco quindi, in linea di principio, un film d'intrattenimento che “funziona” ad un'opera con tante pretese che non riesce ad andare oltre la superficialità. È un obiettivo modesto, ma mi pare essenziale. Poi apprezzo l'originalità della storia, della costruzione dell'intreccio e dell'uso della macchina da presa, oltre alla consapevolezza metacinematografica. Amo il dibattito proprio perché credo riesca a far emergere le varie complesse sfaccettature di un testo cinematografico, oltre che, come momento di comunicazione umana, perché condividere la bellezza è una delle cose migliori che la vita ci riservi.

Prediligo alcuni generi cinematografici, soprattutto il noir e la commedia “intelligente”; fatico invece con l'horror, perché sono alquanto impressionabile. Scelgo però i film da vedere soprattutto a partire dal loro “autore” (il che mi sembra molto appropriato in un cinecircolo intitolato ad Andrè Bazin). Prediligo i film che riescono ad unire una costruzione intelligente ad una leggerezza di tocco e capacità di emozionare, senza eccessivi intellettualismi. I miei registi di formazione sono stati in particolare Truffaut, Kurosawa e  Allen, scoperti quando ero al liceo. Da allora ho imparato ad amarne molti altri. Casulamente direi che mi piacciono i registi con la lettera “K”: all'inizio, come Keaton o Kusturica, ma anche in mezzo, come Hawks e Haneke, o alla fine, come Hitchcock; va anche meglio se è ripetuta, come in Kubrick, Kim Ki-Duk o Kaurismaki. Ovviamente ci sono delle eccezioni: in negativo riconosco ad che Kiarostami e Sokurov sono bravissimi, ma  con i loro film faccio proprio fatica; in positivo: mi piacciono naturalmente molti registi che non hanno questa caratteristica, innanzittutto italiani, come Visconti, Rossellini, Fellini, Antonioni, o i più recenti Amelio, Moretti, Garrone e Sorrentino; in ambito internazionale l'elenco sarebbe lunghissimo, riporto solo a titolo di esempio i nomi di Chaplin, Lubitsch, Renoir, Scorsese, i fratelli Coen, Eastwood e Cronenberg. Da una mostra su quest'ultimo regista viene ovviamente anche la foto con l'”amico” qui allegata. Io sono venuto male, come al solito, ma di fianco a lui confido di non sfigurare troppo!

Carlo Caspani

Carlo Caspani (Milano - 1955) si occupa da oltre trent'anni di cinema a livello passionale.  È stato bancario, consulente informatico, direttore sportivo, trafficante di réclame pubblicitarie; attualmente fa il traduttore e il domatore di clienti in un albergo. Anima dal 1980 un cinecircolo di fama rionale, il leggendario Cinequattro. È stato membro dei direttivi del Centro Studi Cinematografici e ha organizzato per diversi anni, divertendosi molto, i corsi dello stesso in Lombardia.  È appassionato, oltre che di cinema, di auto sportive d'epoca, modellismo, libri, pittura USA degli anni '30, musica e in generale di tutto ciò che è bello, inutile e dispendioso.  La sua famiglia biologica per comprensibili motivi tende ad evitarlo: lui col tempo si è fabbricato una famiglia cinematografica che comprende John Ford e Alfred Hitchcock, Louise Brooks e Jane Russell come nonni, Fellini come padre putativo, Truffaut come zio preferito, Candice Bergen e Anouk Aimèe come zie e Scarlett Johanson come cuginetta.  La mamma è una Arriflex carica. 

 

Fabio De Girolamo

Non ricordo di essere mai entrato in un cinema fino all’età di dieci anni. Qualche Disney, sicuramente. Ricordi vaghi. Quindi posso dire di aver cominciato con Guerre stellari, a dieci anni appunto. Ero uno spettatore scettico, all’inizio. Il cinema non mi convinceva. La folgorazione è avvenuta all’università, la passione per i classici del cinema è cresciuta insieme alla lettura dei classici del linguaggio audiovisivo, l’attrazione per la superficie dell’immagine venuta su insieme alla scoperta del dietro le quinte. Forse questo ha fatto si che il mio legame col cinema fosse più di testa che di pancia, che il mio modo di osservare i film sia più analitico e freddo che viscerale. Ma allora perché questa autentica passione (insieme ad Antonioni, Wenders e Kieslovski) per Truffaut, Hitchcock e quel perfetto equilibrio tra i due estremi che è Kubrick?

 

 

Rolando Longobardi

 

Rolando Longobardi, insegna Filosofia e Storia nei licei. Dottorando in Filosofia Teoretica presso Università degli studi di Torino. Studioso della relazione tra filosofia, letteratura e cinema, ha una passione per il cinema francese contemporaneo ed in particolare per il genere noir. Il suo sogno ricorrente è quello di aver diretto "A bout de souffle" di G.L. Godard e sceneggiato "Bianca" di N. Moretti. Ma è solo un sogno... 

 

 

 

 

Giulio Martini

Cresciuto a Porta Romana, già  dalla  prima classe del Liceo Berchet   partecipava  ai dibattiti  del Gonzaga. Dai 19 anni, ormai all’Università, teneva  i  dibattiti all’ICUM  ed in Provincia, ma  spiegava  pure ai   ragazzi delle medie  di Pioltello  come girare film in super 8.  Dopo la  Laurea in Storia e Critica del cinema faceva rinascere Cineforum estinti in Milano e in provincia (dove teneva - ovviamente - i relativi dibattiti ) e  si cimentava  con  una delle primissime “TV via cavo”. Poi ,mentre scriveva  vari articoli e libri, stendeva la sceneggiatura  di un  lungometraggio e  vinceva il concorso in RAI , fondava il  “Bazin” per  amichevoli  riflessioni tra persone che amino i ragionamenti ad alta voce  dopo una   sana visione comune.  Al Telegiornale si  è interessato anche di cinema e dal 2007  discute  di Cine&TV anche con gli Studenti della Bicocca.  E’ felicemente sposato dal 1974  con  Elisabetta, conosciuta all’Università la quale predilige  soprattutto i gialli ed  la “suspense”, ma  dibatte volentieri su tutto. Hanno 3  figli  e  - per ora -  4  bei nipoti. Anche  a  loro quanto prima verranno svelate  le meraviglie ed i vantaggi del “ragionamento fatto assieme “,  cioè del  dibattito,  dopo la grande emozione di un  film.                                                              

 

Marco Massara

Da bravo ingegnere mi piace smontare e rimontare il film, verificandone la qualità e l’efficacia della struttura, trovarne i punti di forza e quelli deboli e scoprirne le eventuali furberie.
Prediligo in particolare l’analisi dell’intreccio e della sceneggiatura e l’efficacia del montaggio piuttosto che la qualità della recitazione o il luccichio degli effetti speciali.
Tra i miei assiomi fondamentali ci tengo a dire che ‘i film li fanno i registi e non gli attori’ e che ‘ nella vita succedono cose molto peggiori di quelli che accadono nei film’ e faccio mia la folgorante dichiarazione di Francois Truffaut per i quale ‘fare un film è mettere un litro di sceneggiatura in una bottiglia da tre quarti’.
Questo vi fa capire cosa mi ha spinto, ormai 17 anni fa, a passare dall’altro lato dello schermo dando corso alla meravigliosa avventura di wood Hall pictures grazie alla quale ho scoperto che fare un film è più divertente che vederlo, il chè è tutto dire!

Ah, dimenticavo: sono anche il curatore di questo sito che spero vi piaccia più di quello di prima….
 

 

Matteo Mazza

Milano, 1981. Marito, papà, docente, giornalista, maratoneta, lettore metropolitano. Collaboro con Fuorischermo, cooperativa di servizi culturali presso il Cinema Rondinella di Sesto San Giovanni. Per me il cinema è un mondo da esplorare, un atto partecipato. Ogni volta che mi siedo davanti al grande schermo inizia un nuovo viaggio e mi affido a quella visione dinamica, così particolare, così speciale, così diversa. A volte da un film torno cambiato; altre volte non torno proprio. Quindi, caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

 


Angelo Sabbadini

 

Fatale è stato l’ombrellone! Sulla sdraio accanto ad Angelo Sabbadini negli anni Settanta si rilassava Vittorio Taviani e dunque l’avvicinamento al cinema è avvenuto sul bagnasciuga tra sole e salsedine. Certo, poi c’è stata l’immersione nel buio delle sale grazie all’adesione al Centro Studi Cinematografici di Milano e all’amicizia con Giulio Martini e Pierluigi Foglino. Ma quella lezione di cinema civile sulla spiaggia di Albissola Marina è rimasta indelebile e in trenta anni di animazione cinematografica Angelo Sabbadini ha portato il cinema nelle scuole, negli ospedali e negli ospizi con la convinzione che lo spettacolo più sorprendente si svolga in platea tra interpretazioni e incontri. “Sono i film a guardare gli spettatori” sosteneva in anni lontani Marco Ferreri e non era solo un paradosso.  

 

 

 

 

COLLABORATORI

Francesco Rizzo

Milanese, 44 anni, giornalista. Folgorato sulla via del cinema da Fantasia, Il sorpasso, Alien e il finale de Il mucchio selvaggio, da un padre che
 mi faceva vedere Hitchcock e da una baby sitter che mi lasciò guardare Fantasmi a Roma di Pietrangeli (andai a letto tardi, lei perse il lavoro, ma è una vita che vorrei ringraziarla). Al cinema amo i film che mi dicono "vieni, andiamo dove dico io", non quelli che dicono "vieni, andiamo dove vuoi tu". Al cinema odio: i film melensi, i finali educativi, rassicuranti, determinati a spiegarmi tutto senza lasciare misteri, il pubblico che parla, telefona, vuole sempre la stessa minestrina. Sono un ultras di Nanni Moretti. Altre patologie: la Sicilia, il baseball, il Genoa, la bicicletta come grido di libertà in questa città-parcheggio. Per lavoro ho dovuto abbandonare, spero momentaneamente, il cineforum. Mi manca molto.
 

 

 

Guglielmina Morelli

Nata a Genova (come Giuliano Montaldo) ha conosciuto “seriamente” il cinema a 8 anni quando, trovatasi ad abitare ad Atene, ha passato la prima estate ellenica affacciata al balcone di casa che dava su un cinema all’aperto, dove proiettavano pellicole di ogni nazione, tutte rigorosamente in lingua originale e tutte con sottotitoli in greco. Immaginate la gioia nel godere della visione di Guerra e pace di King Vidor, di She, la dea della città perduta con Ursula Andress, dell’Amleto di Laurence Olivier oppure dell’Otello col grande Sergei Bondarchuk; per non essere troppo vanagloriosa deve ammettere che queste visioni erano inframmezzate da numerosi film con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, amatissimi in Grecia. Ammettiamolo: sono cose che segnano queste …. Tornata in Patria, la sua cultura si è raffinata nelle sale dei Cral e nei cinema parrocchiali che, all’epoca, fiorivano dovunque. Da queste esperienze ha tratto pochi radicati convincimenti: che il cinema deve essere anzitutto gioco (se fosse una latinista direbbe un ludus); che va visto insieme, in sala, e insieme commentato e vissuto. Quando la passione (e l’età) è diventata matura, ha scritto molto di letteratura e di cinema. Nel tempo libero non si dedica a tutt’altro ma insegue in giro per l’Europa (e oltre) le atmosfere dei film (i luoghi, gli ambienti, i protagonisti, i registi). La foto recente la vede, infatti, in Russia, sulle tracce di Andrej Rublëv nella pellicola di Andrej Tarkovskij.

 

 

Paolo Lofano

Per me invece è tutta colpa di wood Hall pictures e di Marco che mi ha coinvolto in questa avventura.
Sono diventato nell’ordine “best boy (fac-totum) ”, poi “segretario di edizione” e naturalmente “uomo del ciak”.
Da lì è diventato più intenso il rapporto con il cinecircolo dove anche qui ho percorso la carriera del “buca tessere”, poi “uomo dei carnet e delle pre-iscrizioni” e poi credo ‘Uomo di fiducia’.
Come si vede dalla fotografia di qualche anno fa sono convinto che il cinema sia l’elisir dell’eterna giovinezza, almeno interiore ! Meditate Gente, Meditate.

 
 
 
 
 
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marco massara

domenica pomeriggio

“Carnage” in salsa mediorientale.  Un banale screzio (in realtà nella cultura del posto ‘cane’ è molto più offensivo che da noi) scatena un crescendo di tensioni che agisce come una scintilla nel lago di benzina formatosi  dopo  una guerra civile e di religione mai completamente pacificata. Avesse avuto un po’ meno le forme del ‘legal movie’ il film sarebbe quasi perfetto, comunque è decisamente da apprezzare. Piccolo ragionamento finale: ‘Insulto’ è molto simile ad ‘impulso’: è un invito a pensare all’offesa che possiamo dare all’altro con una parola detta senza passare per il cervello il tempo necessario.

giulio martini

domenica sera

  la dialettica processuale,che struttura  da sempre il Genere giudiziario, qui si  moltiplica per tre, coinvolgendo le discussioni anche tra mariti e mogli, tra clienti ed avvocati, ma questo rende a dovere l'intrico  che  si vive  oggi in  Libano, ex  terra di pace  e di integrazione  oggi summa ed antologia tragica  delle divisioni e delle diversità insanabili  del Medio-Oriente. Il ritmo è ottimo, la recitazione notevole, la Beirut macilenta e spettrale senza sconti di sorta.  Se c'è qualche furbizia nella sceneggiatura ( i Giudici  sembrano ignoranti di fronte alla stage proiettata  sullo schermo, il finale è molto buonista ed improbabile...) l'insieme  scuote  e  convince. Se nel film della Labaki  il simbolo/guida era il cimitero, qui è la gestazione e la nascita: ma il tema di fondo è lo stesso.

angelo sabbadini

martedì sera

Espletate le formalità dell’anteprima, il Bazin fa subito sul serio e precipita gli spettatori nel conflittuale crogiolo di Beirut. Una potente immersione nel cinema di Ziad Doueiri con la sua indiscutibile sapienza cinematografica e la sua incontenibile sovrabbondanza narrativa. Bello dopo il pasticcino di Branagh essere coinvolti nelle urgenze del cinema libanese ! E i visionari del Bazin ci stanno e tra dubbi e qualche perlessità sull'epilogo, non rimangono certo insensibili davanti al sapientissimo lavoro della macchina da presa sui visi e sui corpi degli straordinari attori.

carlo caspani

mercoledì sera

Ziad Doueiri, cineasta di scuola americana ma di evidente cuore libanese, aggiunge un tassello importante al ritratto cinematografico della situazione mediorientale. A qualche critico il tono narativo, la musica e il  taglio da "legal thriller" di tutta la seconda parte  sono parsi fuori luogo, eccessivi; ma l'urgenza dei problemi, la passione verso il proprio paese e l'occhio accorato verso la sua storia, soprattutto quella recente e sanguinosa, superano ogni riserva tecnica e stilistica. E ancora una volta, come nota il pubblico attento, le figure femminili e materne hanno un ruolo di mediazione e comprensione, ma anche di rivolta contro lo status quo di una società troppo "orgogliosa, maschia e virile", come si diceva un tempo

rolando longbardi

giovedì sera
 

Del film di Doueiri si è detto molto e anche bene.
Quello che a mio avviso emerge è la volontà da parte del regista di non "insultare" nessuno attraverso una obiettività delle posizioni in gioco che non vuole e non può fare trasparire un vincitore. 
Il verdetto salomonico così come la legge del taglione che regola il film ha la funzione di non addormentare le parti ma, al contrario di tenere vispe le coscienze, il tutto accompagnato da una tecnica visiva data da un movimento di macchina rapido e attento al primo piano.
Ottima l'interpretazione dei protagonisti.

giorgio brambilla

venerdì

sera

Doueiri sceglie di mostrare quanto sia difficile costruire la pace con un nemico che ci ha offeso, perché bisogna avere la capacità di entrare in empatia con l’altro e vedere anche lui come vittima, attraverso la forma del legal drama. Questo gli consente di sviscerare le proprie argomentazioni in modo un po’ didascalico, forse, ma certamente chiaro e incisivo. Allora questa storia di finzione ambientata in Libano diviene simbolo di mille conflitti, potremmo dire addirittura del conflitto in quanto tale, individuale o collettivo che sia. Ci fa pure comprendere che per riuscire a far pace con l’altro bisogna, prima di tutto, farla con se stessi, affrontando le proprie ferite e accettando la propria fragilità. Bisogna che si incontrino due uomini, “nudi” uno davanti all’altro, magari che si prendano pure a pugni, se non ce la fanno a fare di meglio, ma senza tutte le sovrastrutture che la comunicazione massmediatica interpone tra gli individui. La sceneggiatura ci fa capire cosa ci sia davvero in gioco in modo graduale, toccandoci nei sentimenti, ma lasciandoci sempre la lucidità per riflettere e decidere non a partire da pregiudizi, ma dalla verità che si impone a tutti, dentro e fuori lo schermo


 

Orari Proiezioni

 

 

Domenica e Mercoledì Ore 16.00 e 21.00

Lunedì e Martedì solo  Ore 21

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