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Il grande giorno

 

da domenica 17 a  venerdì 22 marzo 2024

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IL  GRANDE  GIORNO

REGIA DI MASSIMO VENIER

 

 

“Il grande giorno è ciò che il remake del francese C'est La Vie avrebbe voluto essere, perché racconta gli innumerevoli disastri che possono succedere durante un matrimonio dalle grandi ambizioni: ma qui il copione è tutto nuovo e tutto italiano, pieno di dettagli gustosi e di caratterizzazioni divertenti, dal maitre soprannominato "il Riccardo Muti del catering" (Pietro Ragusa) al cardinale Pineider (in omaggio ad una storica cartoleria che tra l'altro stampa partecipazioni di nozze) interpretato da Roberto Citran ad un prete di provincia (Francesco Brandi, anche narratore). (…)  Il cinema di Aldo, Giovanni e Giacomo ha una dimensione tutta sua: anche il ritmo di commedia non è quello forsennato che ci si aspetta nel 2022, ma per loro funziona, perché i tempi più dilatati tolgono ansia e lasciano spazio al gonfiare della risata capitalizzata sulla conoscenza che abbiamo delle loro maschere. È un cinema che, dopo un periodo di smarrimento e alcune cadute rovinose, ha saputo rinnovarsi nella continuità, tenendo conto del passare del tempo e di alcuni temi che diventano riflessioni quotidiane con l'avanzare degli anni. E ci sta restituendo quel "comfort food" che sono da sempre i loro film: sotto Natale, non potremmo chiedere di meglio.”

Paola Casella da mymovies.it

 

“Forse sotto l'albero non è il suo posto, ma Il grande giorno di Massimo Venier con Aldo (Baglio), Giovanni (Storti) e Giacomo (Poretti) in forma crepuscolare, ovvero esistenziale, è più che discreto, va – ehm - a nozze col dramedy, fa i conti con le relazioni ed elegge il divano - né sdraiati, né eretti - a postura morale. È un film carino, nella sostanza umana, nei segreti e bugie di amici, mogli e mariti, figli, nelle geometrie variabili di famiglie allargate, unioni a scomparsa, sodalizi stagionali. Un po’ Casomai, un po’ C’est la vie!, un tot ispirato, un tot derivato, Il grande giorno eleva a potenza il trio che fu nella sua inclusività, nel suo essere primus inter pares, nell’andamento non più solista, ma sinfonico. La scelta, meritoria, va ascritta a AGG, nonché a Venier e al resto della squadra di scrittura, Davide Lantieri e Michele Pellegrini, già al lavoro per il precedente Odio l’estate (2020), sicché il loro undicesimo film si fa apprezzare non per le risate, che pure ci sono, quanto per il malessere che queste non riescono a dissimulare: è una commedia amara, dolente quanto basta, che (si) mette in discussione tra gaffes e incidenti nella sua capacità introspettiva, valenza psicologica, voltaggio residuale. Su quell’altro ramo del lago di Como, Giacomo e Giovanni, amici di vecchia data titolari della Segrate Arredi, stanno per sposare i figli, senza badare a spese: tre gironi di festeggiamenti, vini di pregio, chef di grido, cardinale celebrante e fuochi d’artificio. La situazione si incrina allorché l’ex moglie di Giovanni (Lucia Mascino) si presenta con il nuovo incontenibile compagno Aldo, ma è solo l’innesco del redde rationem, di un Festen un po’ ilare e un po’ lariano, che esalta in levare, per minimalismo le virtù attoriali di AGG e degli altri interpreti, tra cui le mogli Antonella Attili e Elena Lietti, il maitre Pietro Ragusa e il sacerdote Francesco Brandi.

Nulla per cui strapparsi i capelli, molto per non rimanere delusi, Il grande giorno ha gli occhi lucidi di Giovanni, l’istrionismo risonante di Aldo, il vomitino di Giacomo, sopra tutto, absit iniuria verbis, lo scarto esistenziale, l’anello, ehm, che non tiene, la seconda possibilità che lungi dall’essere dimezzata è foriera di felicità. Più che Chiedimi se sono felice (2000), dimmi che non lo sono, e cambiamo strada: le musiche di Brunori Sas aiutano, la sequenza del filmino – sì, abbiamo pure la mise en abyme… – commovente, Il grande giorno quasi un’antifrasi rivelatoria.”

Federico Pontiggia da cinematografo.it

 

“Parlare di Aldo, Giovanni e Giacomo significa parlare di una carriera lunga tre decenni. Di una comicità senza tempo che nel corso degli anni ha saputo offrire un’alternativa di qualità alla tradizione nostrana del cine-panettone e penetrare a fondo nel comune immaginario di più generazioni. Il grande giorno, come anche il suo immediato predecessore, gode dunque inevitabilmente di un ricco campionario citazionista: tornano Wagner, il celeberrimo capitano del Titanic, l’osteoporosi di Anplagghed e le tresche amorose alla Chiedimi se sono felice. Senza tralasciare il moderno riarrangiamento del “paradiso della brugola”, qui sostituito dalla società – e dal jingle – “Segrate Arredi – e sai dove ti siedi”. La delicatezza dei rimandi stride però con la fatica con cui Venier e soci volgono lo sguardo in avanti. E le pur confortevoli spire nostalgiche con cui il film tenta di avvolgere la narrazione, finiscono per stritolare la stessa, soffocando le potenzialità di alcuni spunti – almeno per buona parte di primo e secondo atto – nella semplicistica riproposizione di dinamiche note e protagonisti arrugginiti, condannati a vestire abiti antiquati, privi del mordente degli esordi.

Aldo, Giovanni e Giacomo, inizialmente stanche e sbiadite reminiscenze del proprio passato, riacquistano tuttavia spessore al “giro di boa”, quando, al collassare della sfarzosa struttura preconfezionata, riescono infine a liberarsi dal giogo della propria iconicità ed emergere con sincera naturalezza, squarciando il velo dell’artificiosità e meta-riflettendo sulla strada percorsa insieme. E benché ciò non sia sufficiente per ascrivere Il grande giorno tra i prodotti più riusciti del trio, il film “impara” a guardarsi dentro.”

Dario Boldini da sentieri selvaggi.it

 

 

Giulio Martini

(domenica pomeriggio)

Agrodolce sequenza di sketch nello stile lombardo -siculo del trio su un plot classico della commedia e su un argomento oggi in grave crisi in Occidente: il Matrimonio (oltretutto in chiesa).

Dopo una solenne partenza socio - antropologica il tutto si risolve il una alternanza di gags e caratterizzazioni dei tipi talvolta esagerata (cfr. il prete - voce fuori campo scoperta solo alla fine).

Nonostante evidenti limiti il film diverte un ampio pubblico

 (anche di brianzoli presi di mira ...).

 

 

Angelo Sabbadini

(lunedì sera)

Non è indolore la proiezione di Il grande giorno. L’ala dei cinefili oltranzisti non si presenta al Cineforum. Il gruppo liberal li accusa di snobismo culturale e non si fa problema alcuno a ridere alle gag del celeberrimo trio. Che poi, a ben vedere, è un quartetto perché Massimo Venier ha meriti indiscutibili nel successo di Aldo, Giovanni e Giacomo. Anche nell’ultimo film, che sembra chiudere il ciclo iniziato nel lontano 1997 con Tre uomini e una gamba, la mano del regista varesino è riconoscibile. Nella prima parte dell’operina Venier sembra riprendere vezzi, virtù e battute che rimandano alla tradizione del trio: poi, nella seconda parte, gioca la carta del disincanto e dell’amarezza. Così il film rimane a metà, sospeso tra la risata e la smorfia. Ma nelle pieghe del film si legge in controluce una riflessione ora divertita, ora accorata sulla comune vicenda professionale. Ed è questo, a ben vedere, l'aspetto più interessante del film. 

Guglielmina Morelli

(mercoledì sera)

 

 Dalle brugole ai divani, l’umorismo si Aldo, Giovanni e Giacomo si conserva bene. Mai volgari, con un pizzico di surreale e un poco di pensosità, ci hanno fatto star bene per una serata, questa volta accompagnati da un cast robusto. Nel solco del loro tipico humour (Aldo il meridionale sempre sopra le righe, Giovanni e Giacomo due “brianzoli” così come ce li immaginiamo) con in più una malinconia sottile sulla natura complessa e imprevedibile dei rapporti umani (amorosi ma non solo). Solo leggero e divertente cabaret o qualcosa di più profondo? Aspettiamo come evolve la storia del nostro amato trio. Per ora verdino …

 

Rolando Longobardi

(venerdì sera)

un ritorno al cinema di Aldo Giovanni e Giacomo segnato dalla regia di Venier si nota ed è l'aggiunta di qualità a questo film narrativamente prevedibile anche se godibile.  la cifra stilistica di Venier emerge nella capacità di bar dialogare la macchina da presa con la narrazione e i tempi comici.  il risultato è un film che seppur non resterà negli annali della storia del cinema si lascia vedere strappando ance qualche risata.

Marco Massara

(jolly)

La riscrittura di “C’est la vie” nella lingua AldoGiovaGiacomese sostanzialmente si lascia vedere.

Riscrittura e non traduzione, in quanto dopo aver seguito la falsariga del film francese con le prevedibili gag in stile slapstick comedy, Massimo Venier, reduce dal positivo remake dell’ingombrante “Vedovo” dell’ingombrante Dino Risi, fa prendere al film una piega agrodolce mettendo sia in scena il tema dell’amicizia e del suo tradimento, che in piazza gli inevitabili pettegolezzi provincialotti.

Decisamente da evitare invece l’ ‘imbullonato’ pistolotto con le vicende finali dei personaggi. Appesantisce inutilmente un film che, come scritto all’inizio, si lascia vedere con apprezzabile scorrevolezza.