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Mon crime

 

da domenica 24 febbraio a venerdì 1 marzo 2024

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MON  CRIME

REGIA DI FRANCOIS OZON

 

“Procedendo al ritmo di un film all'anno, François Ozon non smette di girare e di concimare i generi. Soltanto ieri firmava Peter von Kant, evocazione impertinente del suo idolo, Rainer Werner Fassbinder, e otto mesi più tardi è di ritorno con una commedia che riconfigura il presente col sorriso aperto e la giusta dose di insolenza. Perché quella che avrebbe potuto essere una screwball comedy nostalgica dispiega, al contrario, una vitalità organica che 'suona' le note moderne delle protagoniste.

Con 8 donne e un misteroe Potiche, Mon Crime forma una sorta di trilogia ideale, inscrivendosi nella vena più popolare e leggera dell'autore. Un trittico scintillante che condivide lo stesso DNA e gli artifici della rappresentazione scenica, perché il teatro resta la sorgente d'ispirazione maggiore per Ozon, come se la teatralità gli permettesse di celebrare meglio il cinema. Ma Mon Crime è altrettanto ossessionato dalla storia del cinema e ritrova lo spirito delle commedie sofisticate dell'età dell'oro hollywoodiana. Una stagione glamour, sublimata tra gli altri da Ernst Lubitsch e Howard Hawks, dove i personaggi si affrontano a colpi di repliche e le donne portano volentieri i pantaloni. (…) Comme d'habitude, Ozon va oltre il testo che lo ispira. Mentre le nostre eroine 'prendono la parola' (e la pistola), il film allude a una possibile deriva del potere femminile. (…) Il femminismo ostentato non manca di ambiguità, l'emancipazione e la scalata sociale delle protagoniste passano di fatto per le bugie e la manipolazione. Perfidia intrigante di un film che dietro il divertissement e i virtuosismi verbali si rivela più sovversivo di quanto le sue 'buone maniere' lascino intendere. (…) Ma ancora più bella è la maniera generosa di Ozon di invitare due attrici in divenire, e tra le più promettenti della loro generazione, nello star system francese. Intorno a Nadia Tereszkiewicz, che incarna la 'deliziosa' colpevole che il pubblico, da convenzione, ama odiare, e Rebecca Marder, novizia del foro che farà di lei un'icona femminista, ruotano come satelliti Fabrice Luchini, giudice conservatore che ha fretta di archiviare l'omicidio invece di chiarirlo, Dany Boon, affarista provenzale con accento di Marsiglia e baffo malandrino, e Isabelle Huppert, attrice del muto lanciata a pieno regime contro il privilegio maschile dominante. In questo gioco di ruoli, di inganni e di massacro, la tentazione di mettere in competizione gli interpreti è grande ma è più appropriato constatare l'inarrestabile effetto comico che producono insieme generando un miracolo: la verità dietro tanto trucco.”

Marzia Gandolfi da mymovies.it

 

Giulio Martini

(domenica pomeriggio)

Puro divertissement attoriale, simpatico caleidoscopio di invenzioni narrative, denso crogiolo di citazioni ed omaggi al cinema di ieri e dell'altroieri, con strizzatine d'occhio alla pochade, ma con occhi spalancati sulla lubrica società - non solo odierna - del mondo dello spettacolo e anche oltre.

 

Angelo Sabbadini

(lunedìì sera)

Gongolano i fedeli del cineforum: si proietta Francois Ozon e i più lo candidano come film dell’anno. E hanno ragione perché il pirotecnico Mon Crime ha il pregio impagabile della leggerezza E poi è un film eversivo che inneggia alle potenzialità illimitate dell’alleanza tra donne. Arguta farsa d’epoca tratta dagli sconosciuti Georges Beer e Louis Verneil ha un cuore assolutamente contemporaneo e ripropone con dialoghi cesellati e pieni di arguzia tanti temi cari al prolifico regista francese. La recitazione scandita, da Comédie Francaise, fa parte del gioco e affidata ad uno straordinario cast attoriale in vena di autoironia è di uno spasso irresistibile.

 

Guglielmina Morelli

(mercoledì sera)

Ancora un film dedicato al rapporto “uomo/donna” o, meglio, ai modi, agli strumenti, a come esercitare l’autonomia e l’emancipazione. Questa volta il racconto è declinato con grande giocosità, con un evidente gusto per l’affabulazione e il paradosso, con i modi dell’ironia e un collage del cinema passato (citato esplicitamente o soltanto alluso) e del teatro, col suo implicito rapporto, sempre stimolante, tra realtà e finzione, verità e menzogna (l’aula di un tribunale che diventa una scena teatrale, ad esempio, dove si “recita” il falso resoconto di un omicidio effettivamente avvenuto). Ozon, tornato ai modi della pochade dopo il “serio” È andato tutto bene, impiega un cast importante, dove tutti recitano un po’ sopra le righe, come negli anni ‘30; tra Billy Wilder e il suo unico film francese, le acconciature di Madeleine tra Lulù-Louise Brooks e Marlene Dietrich, l’abbigliamento di Pauline alla Katharine Hepburn, rimarchevole è Isabelle Huppert in versione comica, un po’ Gloria Swanson un po’ Crudelia Demon (ma sottinteso c’è anche Chabrol). Insomma troviamo di tutto e molto molto altro: come trascurare, infine, Le lacrime amare di Petra von Kant che diventano il terribile film Le lacrime amare di Maria Antonietta! Film non proprio necessario ma divertente.

 

 

 

Giorgio Brambilla

(venerdì sera)

François Ozon costruisce una mise en scène che racconta una serie di messe in scena sempre più clamorose: da quella casalinga allestita per il padrone di casa, a quel vero e proprio palcoscenico che è l’aula di tribunale, a quelle riservate ai media (si vedaChicago),ai futuri marito e suocero della protagonista, per concludere con quella per il teatro, il quale diventa così metafora della vita. D’altronde, come diceva il Bardo, “Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini e le donne sono soltanto attori che entrano ed escono dalla scena”.

Ci regala pezzi di bravura sia dei professionisti che ha scritturato (le giovani Tereszkiewicz e Marder, l’affermato Boon, i mostri sacri Huppert, Luchini e Dussollier), sia del terzetto di protagoniste del film (le due conviventi e la grande diva del muto); insieme mette in ridicolo la società maschilista e patriarcale della Francia degli anni ‘30, difendendo la causa delle donne non tanto mostrandone la virtù, in effetti assai discutibile, quanto piuttosto trattando quasi tutti gli uomini come una massa di individui ripugnanti o ridicoli, in un crescendo che va dal giornalista semplicemente ingenuo al giudice caricaturale e al produttore incarnazione della mascolinità più becera. Un meccanismo perfettamente oleato, che davvero procede come un treno nella notte

 

Marco Massara

(Jolly)

Omaggio al piacere della messa in scena.

La ‘pièce’ che risale addirittura a due secoli fa… è un puro pretesto narrativo per scatenare e rendere ben visibili tutte le potenzialità del cinema. Insomma, una ‘”pochade” d’altri tempi attualizzata con la cura dei particolari ed il piacere della citazione.

Non è un cinema destinato a lasciare tracce importanti nella memoria dello spettatore, ma l’effimero piacere del lasciarsi a cullare da una vicenda spumeggiante è assicurato.