Titolo

Anton Cechov

 

da domenica 10 a venerdì 15 dicembre 2023

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ANTON CECHOV

REGIA DI RENE' FERET

 

 

“Anton Cechov è un giovane medico di campagna che scrive, con pseudonimo, dei racconti. Uno di questi viene letto e apprezzato dall'editore Aleksej Suvorin e dal famoso critico Dmitrji Grigorovic che lo spingono ad affrontare seriamente la scrittura. Inizialmente Anton vede nella loro offerta un modo per contribuire all'economia della numerosa famiglia a cui appartiene ma progressivamente la letteratura diventa la sua attività principale al punto da fargli sospendere le prestazioni mediche per compiere un'inchiesta in favore del miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti nel penitenziario dell'isola di Sachalin. René Fèret è uno di quei registi che sono apprezzati in patria ma che fanno fatica a passare la frontiera di Ventimiglia anche in tempi di libera circolazione delle opere dell'intelletto. La distribuzione italiana lo ha praticamente sempre snobbato ma finalmente ce n'è una che pone rimedio alle omissioni. Si tratta infatti di un autore che sembra avere nel proprio dna l'elemento familiare. Non solo perché ha attori che tornano ad essere regolarmente presenti nei suoi film o perché la moglie produce e monta questo film e la figlia è presente nell'importante ruolo di Anna ma anche perché le dinamiche che intercorrono tra consanguinei gli stanno particolarmente a cuore.

Lo si può intuire dall'apertura del film quando, con una licenza narrativa, l'editore Suvorin e il critico Grigorovic vengono fatti arrivare a casa Cechov per incontrarlo e i fratelli, lui compreso, si presentano tutti con la stessa maschera a significare che tra loro non esistono distinzioni. Il rapporto con loro e in particolare con il fratello colpito dalla tubercolosi, malattia che successivamente condurrà anche Anton alla morte, nonché con la sorella Marjia occupa una buona parte della narrazione.

Fèret ci accompagna nella vita di uno dei più importanti autori della letteratura mondiale mostrandoci con delicatezza anche le intime contraddizioni di un uomo che si sentiva più medico che scrittore ma che non poteva negare, salvo mettere in gioco una falsa modestia, il proprio talento. Ce lo mostra anche come un autore in grado di cogliere con grande profondità le sfumature dell'animo umano ma al contempo quasi incapace di innamorarsi appieno. (…) È una commedia con tre ruoli femminili, sei maschili, quattro atti, un paesaggio (vista lago), numerose discussioni letterarie, poca azione, cinque pud (una misura di peso) d'amore".

Giancarlo Zappoli da mymovies.it

 

Giulio Martini

(domenica pomeriggio)

 Omaggio del garbato artigiano francese al suo modello teatrale, che incuriosisce non poco perché fa vivere nell' humus russo e nell'ordito familiare  la complessità del letterato , rispetto alla nota -  ma ricercata -  freddezza delle sue trame. C'è una chiara sintonia emotiva tra il regista dietro la macchina da presa e il suo idolo, che salva il film dal forte rischio della didascalia e del documentario, con pochi cedimenti.

 

Angelo Sabbadini

(lunedì sera)

Onore alla Wanted, giovane e coraggiosa casa di distribuzione, condotta con sguardo illuminato da Anastasia Plazzotta, che ha avuto l’intelligenza di recuperare e distribuire l’ultimo film del compianto Rene Feret. Un film del 2015 dedicato alla vita di Anton Cecov, medico dei corpi e fine indagatore delle anime. Un riuscito ritratto imperniato sulla vita famigliare: la sorella protettiva, i cinque fratelli, le donne innamorate di lui e del suo talento. Il tutto confezionato con sapienza e cura

Marco Massara

(mercoledìì sera)

Originale ed intelligente ‘biopic’ costruito più per incontri che per eventi. Il film è architettato in una struttura a quattro atti, all’interno di ognuno dei quali si svolgono scene di incontri con vari personaggi collegati  tra loro attraverso un sottilissimo filo narrativo e che via via costruiscono, come un gioco di specchi, una immagine sfaccettata dello scrittore, facendo metaforicamente  cadere le maschere con cui i fratelli Cechov si erano  presentati nella scena iniziale, fino ad una rivelazione esplicita della sua poetica nel ‘cazziatone’ agli attori del ‘Gabbiano’. E se nel finale Tolstoj dichiara il proprio disprezzo per Shakespeare….beh, a Tolstoj possiamo lasciarlo dire!

 

 

 

Giorgio Brambilla

(venerdì sera)

René Féret dichiara qual è il suo fine attraverso il parere che, verso la fine del film, fa esprimere al protagonista sulla messa in scena della sua opera teatrale: rappresentare una storia che colpisca lo spettatore soltanto con la forza della propria narrazione, senza alcun tipo di effetto speciale. In effetti c’è molto: la storia di uno dei massimi autori russi; la sua devozione a ogni membro della propria famiglia, per quanto parzialmente disfunzionale; la modestia nei confronti del proprio lavoro di scrittore, il cui prodotto a un certo punto è anche pronto a distruggere, e il suo senso d’inferiorità nei confronti di Tolstoj; il suo impegno sociale, che si esplica prima di tutto nella professione di medico, ma raggiunge l’apice con il viaggio alle Solovki; la freddezza con la quale il suo amore si mescola invariabilmente; il distacco anche nei confronti della propria malattia, per cui nell’inquadratura finale lo vediamo, tisico, fumare un grosso sigaro. Tutto questo, certo, non è poco, ma lascia nello spettatore un’impressione di eccessiva didascalicità, che impedisce al film di spiccare il volo

 

 

 

 

 

 

Guglielmina morelli

(Jolly)

Come fare un biopic quando la vita del soggetto non presenta eventi straordinari? Così come ha fatto Féret, che vinto la scommessa: questo è un bel film, girato con cura, con ambienti e personaggi suggestivi, anche se non clamorosamente stravaganti o bizzarri o drammatici; nessuna spettacolarizzazione dunque. La lentezza, la flemma e tutto il sottotraccia di cui è disseminato il film assecondano l’immagine di un uomo che si è volutamente allontanato dai sentimenti forti, e questa è la lettura che il regista dà sull’esperienza di vita di questo fondamentale narratore e drammaturgo; il finale completa questa riflessione poiché le indicazioni di recitazione agli attori non sono relative solo a Il gabbiano ma anche al film stesso e, forse, alla vita! Due rilievi (uno minimo, l’altro più serio): i racconti citati sono i più noti, non i più significativi o belli; l’attore protagonista si inibisce, certo per indicazione del regista, l’espressione del sentimento ma risulta spesso poco incisivo. Peccato!