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Scompartimento n.6

 

da domenica 13  a  venerdì 18 novembre 2022

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SCOMPARTIMENTO N.6

REGIA DI JUKO kUOSMANENL

 

 

“Opera seconda di Juho Kuosmanen, il regista finlandese classe 1979 di The Happiest Day in the Life of Olli Mäki (2016), Compartment no. 6 è in Concorso a Cannes 74.

Dal romanzo omonimo di Rosa Liksom, segue una giovane donna finlandese, Laura (Seidi Haarla), che lascia a Mosca – ma forse è vero il contrario – l’amante, una professoressa di letteratura, e prende il treno alla volta del porto artico di Murmansk, con l’intenzione di osservare le iscrizioni rupestri (petroglifi) e soddisfare le sue velleità da archeologa. Siamo negli Anni Ottanta, e lo scompartimento sei che dà il titolo si troverà a dividerlo con un minatore russo, burbero se non misantropo, Ljoha (Yurij Borisov). L’incontro li avvicinerà progressivamente, nell’accettazione delle differenze, dell’alterità, più che nella sintesi, ed entrambi saranno portati a riflettere sulla condizione umana, nella convinzione del regista che “la libertà non è una teoria infinita di opzioni, bensì la capacità di accettare le proprie limitazioni”. Il film procede per minimi slittamenti di senso, e sentimento, fino a un’epifania artica, ovvero trattenuta, lieve: non succede nulla di eclatante in quel vagone, in quel treno alla volta della Siberia, ma perché dovrebbe? È rasserenante, che poco accada, ma che molto in realtà si modifichi, e per il bene: Compartment no. 6 ha un effetto ansiolitico, una certa nostalgia del futuro, un piacere piccino. Grandi prove attoriali, palese capacità da parte di Kuosmanen di infilare nel Kammerspiel su rotaia il mondo, ovvero la nostra rappresentazione.”

Federico Pontiggia da cinematografo.it

 

 

 

Giulio Martini

(domenica pomeriggio)

Fin dell'incredibile ringraziamento iniziale del Regista è chiaro il discorso: è decisivo per l'identità di chiunque e di qualunque cosa lo "sguardo" dell'altro.

Noi spettatori (appunto) in sala decidiamo della sorte e del valore di quello che osserviamo sullo schermo.

Ma non è diverso nella vita, che si prenda in esame una persona, una situazione, un reperto archeologico (che alla fine de film neppure si vede...).

Tutto il viaggio verso il "destino" è un percorso a modificare i punti di vista,a mettere a fuoco quanto sta attorno, a cercare l'inquadratura giusta della nostra "cinepresa" per farsi capire dall'interlocutore.

 

 

Angelo Sabbadini

(lunedì sera)

Appena scesi dalla Saab rossa di Hamaguchi, per i cinefili del Bazin c’è giusto il tempo per prendere al volo la coincidenza del treno di Juho Kuosmanen. Gli scompartimenti sono angusti e claustrofobici e il desiderio è quello di tornare a casa in fretta e furia. Ma la compagnia di due attori formidabili fa la differenza. Lei è Seidi Haarla, ispirata attrice finlandese di formazione teatrale e Lui è Yuriy Borisov, talento emergente del cinema russo. In loro compagnia i visionari del Bazin raggiungono il porto artico di Murmansk che evoca tragiche vicende belliche tra russi e finlandesi. Alla fine il viaggio ripaga gli spettatori e il film racconta in modo mirabile l’avvicinamento progressivo di due anime scoperte.

 

 

Carlo Caspani

(mercoledì sera)

Premio speciale a Cannes 2021, ma qualcosa non quadra in questo gelido viaggio ferroviario del finnico Kuosmanen da Mosca a Murmansk. Riprese finto povere, attori bravi e in parte, bella ambientazione anni 80 (ah, come si stava peggio quando si stava meglio, signora mia), ma la sensazione è di un meccanismo preciso che non fa scoccare nessuna scintilla, almeno in chi vi scrive (tra il pubblico anche commenti soddisfatti, e meno male). Sarà forse per la programmatica negazione, salutata con entusiasmo dai critici ggiovani, di ogni sotterfugio romantico e ogni apertura amorosa in un film che alla fine si rivela spudoratamente romantico, ancorché un po' infantile nella psicologia dei personaggi. Vodka casalinga a 130 ottani, cetrioli in salamoia e panini al salame sono omaggio del catering

 

 

Guglielmina Morelli

(venerdì sera)

Un piccolo film, forse, senza la forza e l’ampiezza di Drive my car con cui si imparenta un po’: in entrambi la fanno da padrone due personaggi, apparentemente lontanissimi, e due mezzi di trasporto. Eppure … ci affezioniamo a queste due anime semplici: un ragazzo ubriacone e goffo (forse ordinario, ma premuroso e sensibile) e la sua occasionale compagna di scompartimento, ombrosa e ostile, in viaggio senza una vera meta (ma davvero crediamo al pretesto dei petroglifi?) e un vero scopo perché, come direbbero Massimo Troisi e Lello Arena, “Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca”. Fugge da un mondo intellettuale e colto che vorrebbe essere il suo ma non è, fugge da un rapporto amoroso poco soddisfacente; spaesata lei, finlandese, in una Russia profonda, sebbene a rubarle cinepresa e ricordi (e, viene da dire, per fortuna) sarà però un connazionale che ha superficialmente invitato nello scompartimento - rifugio! Alla fine del film vorremmo conoscerli meglio questi due personaggi, che viaggiano nel gelo di Murmansk (su di un treno così verosimile che finiamo col sentire persino gli odori delle sue sgangherate carrozze, il fumo, i corpi, i cetrioli, la vodka) e nelle incertezze dei sentimenti e dei desideri. Vorremmo sapere qualcosa di più sul loro destino perché questo “road movie artico” scalda il cuore.

Marco Massara

(fuori classifica)

I celeberrimi ‘Petroliti’ come Macguffin (il termine fu inventato da Alfred Hitchcock), ovvero un oggetto misterioso che non si vedrà mai sullo schermo e di cui non interessa nulla allo spettatore, ma che fa da motore drammaturgico dello sviluppo del film.

Se non ci interessa nulla dei disegni rupestri dei dintorni della gelida Murmansk – basta fare un salto in Val Camonica – ci interessa invece la vicenda dei due protagonisti e del calore indotto dal loro progressivo avvicinamento, alla faccia delle distanze caratteriali, scomodità del treno, un ladruncolo di bassa lega e una strada bloccata dalla neve. Quando il sentimento nasce non lo ferma nessuno, si sa, ma raccontarlo con una buona dose di garbo ed intensità non è cosa da tutti i giorni.