Titolo

Drive my car

 

 

da domenica 6  a  venerdì 11 novembre 2022

vai ai commenti degli animatori

vai ai commenti del pubblico

 

 

DRIVE MY CAR

REGIA DI RYUSUKE HSMSGUCHI

 

LA CRITICA

 

Drive My Car è un film di parole: parole scritte in un testo, recitate su un palcoscenico, mimate con le mani, create nell'estasi del piacere o dette nell'abitacolo di un'automobile. Parole, ancora, usate per inventare storie, per confessare traumi, per ammettere colpe e trovare sé stessi. Hamaguchi Ryusuke, reduce dall'Orso d'argento all'ultima Berlinale con Wheel of Fortune and Fantasy, affina l'abituale stile elegante e composto, fatto di lunghi piani fissi e di intensi primi piani, e, abbandonando i toni spesso ironici dei lavori precedenti, entra nel dolore e nelle illusioni di un gruppo di personaggi le cui vite trovano un senso e una liberazione nel confronto reciproco. Il teatro da un lato, con la zona delle prove e il palcoscenico, e l'abitacolo della macchina di Kafuku (una Saab Turbo rossa) dall'altro, sono i due luoghi ideali del film. Al loro interno ciascun personaggio trova un rifugio, sia nel confronto con il testo da recitare, e in particolare con le parole universali dello Zio Vanja di Cechov, sia nella solitudine protettiva dei propri pensieri.

Nel corso di tre intense ed emozionati ore, il film mette in scena la progressiva "distruzione" di questi due ambienti e l'evoluzione del suo protagonista: dalla ricerca individuale e soggettiva, Kafuku impara ad accogliere e ad ascoltare gli altri, aprendo lo spazio inviolabile dell'automobile a un'altra persona e osservando la realtà che lo circonda con altri occhi.

Un terzo luogo, in realtà, segna il film: la casa in cui Kafuku e la moglie vivono prima dell'improvvisa morte di lei, nella parte iniziale del film (che dura circa 40' minuti e al termine della quale arrivano significativamente i titoli di testa). Segnati dal trauma della morte della loro bambina, l'uomo e la donna, lui regista e lei sceneggiatrice, trovano ancora un'intesa negli amplessi sessuali in cui lei inventa strane storie dal significato oscuro (tratte anch'esse da racconti di Murakami): la parola, dunque, unisce due vite segnate dal dolore, ma al tempo stesso imprigiona il sopravvissuto Kafuku ai propri ricordi e al proprio senso di colpa. Immerso nella solitudine di ogni sguardo, di ogni pensiero e parola - anche non capita, anche mimata con il linguaggio dei segni, come sottolinea la bellissima idea dello spettacolo fra persone che non si capiscono l'un l'altra - Drive My Car è la storia di una rieducazione alla vita; la storia di un uomo gelosamente legato ai propri spazi che impara ad accogliere, ascoltare, donare. Il film va guardato con pazienza, come se lo spettatore, legato alle proprie parole e ai propri pensieri come i personaggi, dovesse anch'egli reimparare a guardare e ad ascoltare. Solo così ci si accorge di trovarsi di fronte a un capolavoro.”

Sandro Manesseno da Mymovies.it

 

 

Marco Massara

(domenica pomeriggio)

L’elaborazione del lutto e la complessità della comunicazione (quando non dire, quando dire, come dire) sono i temi profondi di questo film monumentale per la durata, ma molto lineare e leggibile nel suo sviluppo. Tre ambienti sono lo sfondo della vicenda: la casa, il teatro e l’automobile (una splendida SAAB 900 turbo, rossa, del 1987),  e ognuno è caratterizzato da ostacoli: la casa è l luogo dell’intimità ma anche del tradimento e del non detto, il teatro è ostacolato dalla molteplicità delle lingue, l’automobile è ‘sbagliata’: è una macchina di una fabbrica ‘morta', ha il volante a sinistra mentre in Giappone si guida all’inglese, il protagonista si deve sedere dietro e l’auto ha solo due porte. E’ proprio il cambio di posto che segna l’inizio dell’avvicinamento tra il protagonista e LA autista, mirabilmente rappresentata dalle due sigarette affiancate nello spazio del tettuccio apribile. Un film che apre alla speranza di una riconciliazione complessa ma non impossibile. Ma attenzione: in Corea i cani si mangiano……..

 

Angelo Sabbadini

(lunedì sera)

Effetto Hamaguchi al Bazin ! All’ingresso gli informati ricordano la fluviale proiezione di Happy Hour al festival di Locarno nel 2015: cinque ore di proiezione in Piazza Grande. Drive my car ne prevede solo tre: al confronto una passeggiata ironizzano i più … Poi all’epilogo della coinvolgente seduta psicanalitica all’interno della Saab rossa prevalgono di gran lunga gli assensi. Piace la felice trasposizione da Murakami, convince la riconciliazione tra gli opposti, conquistano le conversazioni silenziose e l’eleganza della composizione filmica. Soddisfatti si può correre a prendere l’ultima metropolitana …

 

 

Giulio Martini

(mercoledì sera)

Con un timido omaggio ai Beatles, Hamaguchi si cimenta in un mix tra teatro occidentale e letteratura d'oriente,che all'inizio appare improbabile ,ma poi si rivela  avvolgente e piena di legittime consonanze.

L'inutilità e la delusione del vivere, fuori da qualsiasi verità e possibilità di senso autentico, si incaglia nel desiderio profondo di rapporti genuini almeno nella condivisione del dolore.

Architettato e compaginato con strappi linguistici sperimentali eo, il film in realtà fluisce morbido e quasi tradizionale ,rimbalzando di continuo al suo interno echi esistenziali, sensi di colpa, nostalgie di occasioni perdute che risultano alla fine simili tra oriente ed occidente.

 

 

 

Rolando Longobardi

(venerdì sera)

È indubbia la capacità di Hamaguchi di saper trasportare in immagini lo scritto.

La letteratura nei suoi film diventa sempre racconto visivo mantenendo l'intensità e lasciando lo spettatore la capacità di delineare bene i contorni.

I film inizia dopo 45 minuti circa quando compaiono i titoli e inizia il lungo viaggio in macchina. Quello che accade prima sembra un pretesto a viaggio alla capacità che il protagonista ha di organizzare i propri tempi e le proprie reazioni all'interno dell'autovettura. È necessario l'ingresso della sconvolgente autista a modificare la percezione che egli ha del mondo, tuttavia non ci riuscirà fino in fondo al punto che ad emergere sarà sempre l'insoddisfatto zio Vania .

 

 

Carlo Caspani

(fuori classifica)

Da un racconto di Murakami Haruki (nella raccolta "Uomini senza donne") un film "nel" teatro, simbolico e metaforico, eppure chiarissimo. A partire da quella vecchia, bellissima Saab rossa che per il protagonista Kafuku è contemporaneamente luogo di azione, protesi, veicolo e strumento di analisi di cose e sentimenti: nessuno può mettersi al volante tranne che lui, ma il lutto, la solitudine obbligata e non scelta cambiano lentamente sentimenti e punti di vista. Watari, autista giovane e silenziosa, Hiroshima, lo zio Vania di Cecov da mettere in scena: la geografia della Storia e quella dei sentimenti si sovrappongono, si fondono dentro e fuori l'abitacolo della vettura. Baby you can drive my car, cantavano i Beatles: puoi guidare la mia macchina, piccola, non solo nel doppio senso sessuale della swinging England anni 60, ma in quello ben più profondo, psicologico, romantico di una remissione reciproca dei propri passati che "deve" spingere a cambiare mondo e mano di guida (dal Giappone alla Corea) in un finale degno dei migliori film di Clint Eastwood. Per chi scrive, un capolavoro di questi anni pandemici