Titolo

Belfast

 

da domenica 16 a  venerdì 21 ottobre 2022

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BELFAST

REGIA DI K.BRANAGH

 

“In un incipit a colori il film ci mostra con immagini aeree e panoramiche la città del titolo come appare oggi. In breve, ci catapulta nella scena affascinante in bianco e nero di un quartiere popolare della Belfast dell’agosto 1969. Mentre Buddy (Jude Hill) gioca con gli amici nella strada dove abita, un gruppo di protestanti sferra un attacco contro i cattolici che vivono lì, urlando la loro volontà di cacciarli. È l’inizio di quelli che passeranno alla Storia – eufemisticamente – come i “Troubles”, il conflitto trentennale nordirlandese tra la maggioranza protestante (gli Unionisti, a fianco della corona britannica) e i cattolici, all’epoca demograficamente in minoranza, che sentivano l’appartenenza dell’Ulster al Regno Unito come una dominazione e sognavano il ricongiungimento con la Repubblica d’Irlanda.

Buddy è un bambino di famiglia protestante. Come i suoi familiari non vede motivi per odiare, cacciare o combattere i cattolici, con cui convive nello stesso quartiere e studia nella stessa scuola. Ha un fratello già adolescente e un   che lavora come elettricista in Inghilterra e torna ogni due settimane a casa. Entrambi sono costantemente e minacciosamente presi di mira dai fiancheggiatori protestanti che vogliono convincerli a partecipare ai disordini e alle rappresaglie contro i cattolici. La madre di Buddy cresce i figli praticamente da sola, tra i sacrifici necessari a pagare i debiti che il marito ha accumulato con il fisco. Il clan di Buddy è arricchito anche da una cugina più grande che lo coinvolge in avventure da teppista, dagli zii presenti e, soprattutto, dai nonni/babysitter che lo consigliano su come farsi notare dalla compagna di classe di cui si è innamorato. Non c’è solo il conflitto tra protestanti e cattolici a raccontarci la Belfast dell’infanzia di Kenneth Branagh. Belfast è un omaggio del regista alle sue origini, alla città dove è nato e dove ha passato l’infanzia e alla sua famiglia in senso ampio, ma è anche una narrazione sul popolo irlandese, in particolare quella parte che vive in Ulster. Attraverso gli occhi del piccolo Buddy, con leggerezza, ironia e, allo stesso tempo, serietà, lo spettatore scopre i grandi drammi che gli irlandesi hanno dovuto affrontare nei decenni passati: il conflitto tra protestanti e cattolici e le diseguaglianze tra i due gruppi; la disoccupazione, la povertà di larghe fasce di popolazione e la conseguente massiccia e costante emigrazione verso altri paesi, compresa l’Inghilterra e gli altri Paesi del Commonwealth. Non a caso il film è dedicato a quelli che sono partiti, a quelli che sono rimasti e a quelli che si sono persi e la secolare diaspora irlandese è sintetizzata dall’esilarante zia di Buddy, quando dice che, se gli irlandesi non emigrassero, non ci sarebbero buoni pub nel resto del mondo.

Un film raffinato e visivamente potente dove nulla sembra essere lasciato al caso.

Un esempio su tutti è la scelta del bianco e nero, che Kenneth Branagh sostituisce con il colore solo in tre scene: da un lato, le inquadrature panoramiche della città di oggi all’inizio del film e alla fine, per sottolineare il collegamento e, al tempo stesso, la distanza che ci sono tra la Belfast dell’infanzia dell’autore e la Belfast a noi contemporanea; dall’altro, la scena in cui la nonna porta Buddy a teatro. Qui, possiamo vedere un richiamo all’identità artistica di Branagh, attore e regista shakespeariano tra i più celebri in assoluti e un omaggio a ciò che ha significato per lui: mentre gli spettatori in platea sono rappresentati in bianco e nero, la recita sul palco è a colori, come gli occhiali inforcati dalla nonna.

Stefania Fiducia da culturamente.it

 

 

Giulio Martini

(domenica pomeriggio)

 

Amarcord in bianco e nero   autenticamente DOC, dalla musica di Morrison alla totale autobiografia familiare

E se Branagh è più ruffiano del solito, perdonabilissimo perché ci fa sentire l'immenso dolore di ogni migrante  ,il profumo intenso di un'infanzia che non capisce gli stupidi contrasti degli adulti, l'ansia sognante di chi sta tratteggiando suo futuro.

Tra tanti nuvoloni, ripresi dall'alto con soggettive di droni che sembrano aerei da combattimento domina comunque un sano pacifismo, ben oltre gli steccati delle bizzarre diversità coi vicini.

 

Angelo Sabbadini

(lunedì sera)

Sir Kenneth Branagh ci narra la sua infanzia proletaria con la stessa artificiosità che ha fatto la fortuna dei suoi riusciti blockbuster: inquadrature aeree, esibiti piani sequenza, insistite panoramiche circolari, inquadrature dal basso, bianco e nero estetizzante … Il tutto rimanendo sempre in splendida superficie rispetto all’autobiografica e drammatica vicenda narrata. Si ammirano gli attori, si ascolta con immutato piacere Van Morrison ma alla fine la storia sembra troppo didascalica e di maniera per convincere appieno.

 

Carlo Caspani

(mercoledì sera)

Batte il cuore della nostalgia, delle memorie d'infanzia, delle origini irlandesi in questo film scritto e diretto da Kenneth Branagh. Un meritato Oscar per la migliore sceneggiatura originale di un film che si apre e si chiude su una città splendidamente illuminata dall'alto, per poi scivolare nel bianco e nero dei ricordi più profondi, quelli dell''estate 1969, in cui i conflitti religiosi, The Troubles, mettono a soqquadro l'esistenza protetta e rassicurante del quartiere popolare dove vive il piccolo Buddy. Nel suo piccolo mondo famiglia (mamma e papà belli come attori e forti come supereroi, nonni onnipresenti, zii e cugini...), la via trasformata in trincea ma ancora capace di proteggerti, la scuola, il primo amore, il pallone, le macchinine Matchbox, i film al cinema (a colori: è la fantasia libera e non costretta dal grigio della tv e del mondo intorno). A vegliare su tutto le nuvole del cielo d'Irlanda, e quando è ora di fuggire per salvarsi e rifarsi una vita, Buddy disubbidisce alla nonna e si volta a guardare quello che lascia: un film per chi è partito, per chi è rimasto, per chi si è perso, insomma per tutti noi

 

 

 

 

 

 

Giorgio Brambilla

(venerdì sera)

 

 

 

Kenneth Bramagh rievoca la sua infanzia irlandese romanzandola, attraverso gli occhi di un bambino che combatte coi draghi e vede sua madre come Wonder Woman. La macchina da presa adotta forse astutamente il suo punto di vista, ma in modo stilisticamente coerente ci mostra il calore dell'ambiente familiare con le sue contraddizioni e l'inquietudine causata dal pastore protestante e dall'incombere delle violenze "religiose". Usa il cinema a colori come mezzo di evasione e quello in bianco e nero per interpretare moralmente il mondo che lo circonda, rendendo omaggio ai grandi classici e mostrando insieme il peso che la settima arte ha avuto nella propria formazione. Siamo di fronte a un'opera toccante e  intelligente , a mio sommesso avviso tra le più compiute del Nostro

 

Marco Massara

(fuori classifica)

Ricordi di infanzia in un tempo ed un terreno ostile.

Sir Kenneth Branagh mostra ancora una volta la sua grande versatilità nell’affrontare generi diversi e questa volta ripiega nelle proprie memorie raccontando in un bianconero che invita lo spettatore a colorarlo con le proprie emozioni e con quelle del bambino protagonista.

E’ una Belfast greve, appunto ostile, ma compensata dal calore della famiglia e da forti principi morali, e che è incorniciata nelle brillanti sequenze a colori che aprono e chiudono il film dimostrando che una soluzione é  possibile. Struggenti le dediche finali.