Titolo

Madres paralelas

 

 

da domenica 15 a venerdì 20 maggio 2022

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MADRES PARALELAS

REGIA DI PEDRO ALDOMOVAR

In ospedale fanno conoscenza Janis e Ana. Fotografa affermata la prima, minorenne con molte debolezze la seconda. Entrambe partoriscono una bambina, ma Janis, pur consapevole di restare sola, è molto motivata nella scelta della maternità. Ana si sente invece abbandonata a se stessa…

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Al centro di “Madres paralelas” troviamo sentimenti e affetti che diventano commozione alta fino al melodramma; e poi, qui e ora, la storia che non passa, le ferite dolorose che non si rimarginano, i ricordi della guerra civile che incombono. Mentre gli avvenimenti trovano una giusta collocazione, la tempesta si scaglia sulla famiglia, sulla coppia, sul lavoro: su giovani e meno giovani, su genitori e figli, su maternità volute e incompiute. Al centro le donne, pianeta meraviglioso e inesauribile. “Madres paralelas” ha come protagonista una smagliante Penélope Cruz, almodovariana di sicura fede, Coppa Volpi a Venezia78. Su di lei il film poggia e naviga sicuro, forte, convincente. E Almodóvar, con questo titolo che ha aperto l’ultima competizione veneziana, può ormai meritarsi l’appellativo di “classico”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Rolando Longobardi

Domenica pomeriggio

Tutto si spiega nelle prime battute del film: "guarda me, ora guarda in macchina". 

Almodovar decide di giocare subito su questi due piani: la finzione e la realtà: assistiamo allora ad una narrazione classica, quasi teatrale (vedi dissolvenze e controcampi) che ci lascia immergere in una storia personale, intima, familiare e dunque anche melodrammatica e dal finale felice e accomodante. Questa è la finzione che il cinema di Almodovar racconta bene nei colori, dei dialoghi, nelle sequenze e nei primi piani ricercati. Poi viene la storia con la S maiuscola. Quella del passato, dello scavo (non della saliva del DNA), della ricerca, del popolo che non deve e non può dimenticare ma deve fare memoria, affinché le nuove generazioni possano condividerla. Una storia non intima ma pubblica, visibile, denunciabile. Da un lato dunque, la memoria personale dall'altro collettiva. Nel mezzo l'intreccio di donne, madri, figlie che raccolgono e tramandano, come moderne Penelope, capace di tessere trame parallele per non dimenticare la traccia.

 

 

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

Almodovar si fa autore anche politico e tra i tanti parallelismi del film rimarca l'analogia dello stupro subito con l'oscurità immorale del Franchismo.

Morte e vita ancora una volta passano principalmente dalle donne, vere curatrice dei piccoli e dei defunti. È l'ennesimo traino al femminismo (dopo Petite maman ) ma al solito lui lo rende fiammeggiante e vivido con trasgressioni selvatiche, passioni elementari, agnizioni e colpi di coda raccontati con incredibile abilità e sfacciataggine.

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

 

Dopo il testamentario Dolor y gloria Almodovar riparte dalle sue radici e da quelle della Spagna. Dalla legge del desiderio alla legge della memoria storica. Rimane la fedeltà alla forma del melodramma dagli sviluppi inverosimili ricondotta all'ordine da uno stile dalle forti valenze cromatiche. Sponsor invadenti Canon e Suzuki.

 

 

 

 

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Almodóvar è sempre sé stesso, e per definire le sue opere la parola è una sola: eccessivo. Nel decor delle abitazioni (persino una installazione di Calder sul caminetto), negli abiti, nei personaggi (il politically correct ha imposto un transessuale assolutamente inutile alla trama?), eccetera … qui è eccessiva anche la quantità di motivi tematici. Una storia di madri parallele ma anche “nonne” parallele e “padri” paralleli che si incastra nel tipico espediente della narrazione d’appendice - la neonata scambiata in culla – seguito dall’altrettanto tipico espediente della “agnizione” che segue la drammatica morte di una delle neonate scambiate; due storie d’amore (di cui una omosessuale) e qualcuna solo accennata; il tutto incorniciato da una antica vicenda legata alla guerra civile e alla uccisione, da parte di falangisti, di innocenti e tranquilli padri di famiglia, tra cui il bisnonno della protagonista. La trama forse è un po’ più lineare di come l’ho sintetizzata, ma non troppo. Insomma, il regista ha stipato di buoni spunti il film: il desiderio di verità (individuale e storica) e la ricerca della propria identità (personale e storica); i tormenti e le dolcezze dell’amore (materno e non solo!); il ripensamento sulla drammatica storia di Spagna (Almodóvar ha potuto vedere con i suoi occhi il franchismo, non per pochi anni, e non deve essersi divertito per nulla); la forza e determinazione delle donne, seppure colpite da dolori e violenze. Almodóvar fa melodrammi, certo, ma qui non getta il cuore oltre l’ostacolo: non riesce a presentare un universo cupo, dove regnano l’impossibilità dell’amare e la negazione di ogni felicità, i capisaldi ideologici del cinema “melò per donne”. Qui si finisce con una immagine, sì dolente, ma che fa immaginare una futura speranza.

 

 

 

 

 

 

 

Marco Massara

Giovedì sera

 

Almodovar si accorge di avere 72 anni e anziché ‘Volver’, ovvero continuare con il suo cinema dinamico e ‘progressista’, guarda al passato. Sull’onda della legge Zapatero del 2007 che incoraggiava una pacificazione nazionale ripercorre invece i lembi di una ferita ancora aperta. Lo fa con un film diviso in due parti: un finale dalla connotazione realistica ed una prima parte ad alta tensione melodrammatica basata sul tipico topoi cinematografico dello scambio delle culle. Qui scatena tutto il suo armamentario di scenografie dalle saturazioni e dei contrasti cromatici, con qualche salto temporale e richiami omosex abbastanza inutili e supportato da una sonora continua (che di solito detesto) questa volta efficace. Lo spettatore rimane spiazzato del cambio del regime della narrazione, incerto se ammirare un progetto di ampio respiro o un eccesso di sofisticazione intellettuale.

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

Almodóvardichiara da subito lo stile fotografico che intende utilizzare, trasformando le foto di Janis in suoi fotogrammi nei titoli di testa; non c’è quindi da stupirsi della cura della costruzione delle immagini nella prima parte del film, nella quale riflette su uno dei suoi temi favoriti, la maternità. Fa questo illustrando due storie che in realtà non viaggiano parallele, ma si incrociano a causa dello scambio avvenuto in culla. Con primissimi piani e inquadrature ravvicinate ci porta nel vissuto intimo delle sue ottime protagoniste, Penélope Cruz e Milena Smit, e ci racconta del costituirsi di una delle sue amate famiglie anticonvenzionali, test genetici a parte. Questi ultimi tornano nell’ultima parte del racconto, dedicata al desiderio di ritrovare i propri cari assassinati all’inizio della Guerra civile spagnola e girata in modo più realistico, con una comunità che avanza portando le foto dei propri defunti in perfetto stile Quarto stato. Qui l’essere famiglia si inserisce in un percorso storico più ampio, con l’immagine finale coi ricercatori nella fossa che mostra come noi siamo la nostra storia, legati attraverso le nostre memorie familiari a coloro che ci hanno preceduto. Peccato solo che le due anime dell’opera, quella personale e quella civile, risultino più accostate che sintetizzate

 

Carlo Caspani

Fuori classifica

In absentia

Almodovar fa classe  a sè, ormai è assodato: ma è lecito fare una graduatoria nelle sue produzioni, che pur consolidate su tematiche e stilemi. irrinunciabili hanno risultati variabili, e ci mancherebbe. Queste "madri parallele" sono forse un filo al di sotto del precedente "dolore e gloria" pur mantenendo le caratteristiche del mèlo fiammeggiante, della passionalità, del legame sempre più profondo e irrinunciabile con i legami viscerali e spiritiali con i ricordi, i rapporti familiari, la maternità/paternità e la Storia, privata e di una nazione. Ne esce un film a due marce, ma la saldatura tra privato (madri interscambiabili, scambi di prole, la Spagna di oggi e di domani) e storico (il dramma della guerra civile e delle vittime sepolte nella terra ma non nella memoria) non scatta a dovere, risultando in una. racconto squilibrato soprattutto nella parte finale