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The father - nulla è come sembra

 

da domenica 8 a venerdì 13  maggio 2022

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THE FATHER - NULLA E' COME SEMBRA

REGIA DI FLORIAN ZELLER

Inghilterra oggi. Anthony è un uomo di 81 anni che vive solo in un elegante appartamento di Londra; a prendersi cura di lui c’è la figlia quarantenne Anne. Qualcosa inizia però a cambiare nella sua esistenza, non riconoscendo sempre alcune stanze oppure degli oggetti in casa, come pure a volte neanche la stessa figlia…

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Sorprende e atterrisce il film “The Father”, in primis per la cifra con cui l’autore racconta il divampare della malattia mentale in un uomo anziano, il deragliamento nelle praterie della demenza senile. Zeller mette a tema un argomento di forte attualità con una prospettiva abbastanza originale e inedita: non c’è infatti ricatto emotivo, non figurano stanchi stereotipi da mélo. Affatto. Il registro drammatico vira sul sentiero del giallo psicologico: nel film gli spettatori sono accanto ad Anthony nel suo disorientamento; si interrogano sulle anomalie cui l’uomo assiste. Progressivamente ci si accorge di essere nelle stanze della mente dell’uomo, chiamati a provare, come in uno sguardo in soggettiva, lo sconforto e la paura di chi vede sfumare via tracce della propria esistenza. La malattia è spietata e inclemente, non ci sono ripari. E se Zeller mostra notevole capacità nel gestire tanto il copione quanto la regia, grande merito del successo di “The Father” è riconducibile di certo a Anthony Hopkins, che abita il personaggio con misura e incisività, esplorandone i vari stati d’animo. Sul suo volto vediamo infatti scorrere scariche di ilarità, ironia, asprezza, sconforto, paura, e infine il turbamento dell’impotenza, un pianto indifeso dinanzi a fragilità irreparabili. “The Father” è un’opera che si lascia apprezzare, e non poco, muovendosi come un magnetico thriller delle emozioni, che rifugge da pericolose scivolate melense.

Giulio Martini

Domenica pomeriggio

Dopo tanti recenti film sulla "malattia" come dato oggettivivo e destabilizzante della vita e del suo senso  - argomento gramo ma ormai inevitabile anche dal mondo dello Spettacolo - ecco un racconto tutto in "soggettiva".

Con un'intuizione originale sulle specifiche  caratteristiche percettive nel rapporto tra Spettatore/Schermo veniamo inconsapevolmente immersi nel dolore mentale del protagonista,nel suo disorientamento,nelle sue fragilità e frustrazioni.

Un'esperienza emotiva coinvolgente e ben gestita dal giovane regista,che calibra alla perfezione le musiche e le luci di scena perché non si cada in un clima horror,ma si sprofondi in una disperazione lucida, come probabilmente la sperimentano gli affetti da questa crudele menomazione psichica.Attori al superlativo.

 

 

Giulio Martini

Domenica sera

 

 

Angelo Sabbadini

Lunedì sera

Si legge Florian Zeller ma si pronuncia Christopher Hampton che, con raffinata sensibilità, ha traghettato la fortunatissima piece teatrale “Il Padre” verso la dimensione cinematografica. Un’altra trasposizione memorabile che ci fa abitare la mente sgomenta del protagonista Anthony. Operazione perfettamente riuscita che gioca sul sistematico spiazzamento spazio/temporale dello spettatore e debutto di peso al cinema di Florian Zeller, drammaturgo di fama internazionale poco frequentato in Italia.

Guglielmina Morelli

Mercoledì sera

Difficile quale aspetto privilegiare di questo film. Ogni elemento della scrittura filmica è perfetto: la scenografia (quegli ambienti così borghesemente tranquillizzanti e, nello stesso tempo, così inquietanti e misteriosi); la musica, sempre diegetica, presenta una scelta straordinaria, che spazia da Henry Purcell, un musicista divino, a Bellini e alla sua Casta diva della Callas per finire con un Bizet poco noto, la romanza Je crois entendre encore da Les pêcheurs de perles; il montaggio, invisibile e per questo efficacissimo in un film che fa dello spaesamento spazio-temporale uno dei suoi punti di forza; la regia che ora si ferma fissando in primo piano il personaggio e ora lo insegue impercettibilmente, scoprendone, in entrambi i casi, trasalimenti e sofferenza; la sceneggiatura che depura la storia da ogni traccia di sentimentalismo per descrivere un angoscioso parabola sulla malattia e sulla perdita di identità. Soprattutto due attori eccezionali: Olivia Colman che, seppur vincitrice dell’Oscar e della Coppa Volpi per La favorita, accetta di fare qui la “spalla” di un mostruoso Antony Hopkins. E lo sgomento che il film ingenera nasce dalla distonia tra la messa in scena perfetta e rigorosa (perfino nei comportamenti del vecchio uomo e della figlia, dove si alternano aggressività, sensi di colpa e tenerezza) e la vicenda che narra la demenza del protagonista, stabilendo come punto di vista proprio il vecchio uomo nella sua progressiva perdita di memoria e di connessioni logiche. Noi con lui non sappiamo più quale sia il tempo (l’orologio-feticcio), il prima il dopo non sono più controllabili, così accade allo spazio (porte inquietanti che si aprono sull’altrove, come in un horror); forse solo il finale, post rem perditam (afferma il vecchio, parlando all’infermiera, “Chi sono io? Chi sei tu”) sembra tutto perfettamente razionale. Proprio quando la logica non è più e restano la compassione, la pietà (e un albero vitale ricco di fronde) a contrastare il delirio e il tormento.

 

 

Marco Massara

Giovedì sera

E’ questione di punti di vista. E in questo il Cinema è più efficace del teatro, grazie alle tecnicalità del montaggio e nel rappresentare, e far vivere allo spettatore, lo spaesamento spazio temporale. Raccontare l’ Alzehimer ‘da dentro’ con i suoi equivoci, dimenticanze, sostituzione di persona  e remissione allo stadio infantile, richiede allo spettatore di ‘lavorare’ intensamente con il testo filmico e richiede risorse attoriali straordinarie. Appunto un grandissimo Anthony Hopkins (85 primavere in perfetta tensione mentale) ed una altrettanto valida ‘spalla’ Olivia Colman che abbiamo apprezzato ne “La favorita”.

 

 

 

Giorgio Brambilla

Venerdì sera

Florian Zeller ci porta nella mente del suo protagonista (uno strepitoso Anthony Hopkins) e ci fa perdere con lui nel tempo e nello spazio costruendo una narrazione nella quale lo spettatore si perde esattamente come il personaggio. Lo scopo è chiaro: farci caprie cosa vive una persona che diventa vittima dell’Alzheimer. Per questo non ci mette in una posizione privilegiata, non permette a noi che guardiamo di osservare dall’esterno un uomo che si smarrisce nel labirinto della sua mente, ci fa entrare dentro di lui, per sperimentare in prima persona quel tipo di disorientamento. Un film rigoroso come pochi altri (cfr. ad es. Shining  o Memento), che porta ad un livello superiore l’ahimé ormai ampia filmografia sul tema

 

 

 

 

Carlo Caspani

Fuori classifica

In absentia

Da una piece teatrale, sceneggiata e diretta da Florian Zeller, un film che da subito trascina lo spettatore nella confusione spiazzante e disancorata di un anziano alle prese con i dubbi, gli spaesamenti, la perdita di contatto con la realtà. Con un magnifico Anthony Hopkins, ma Olivia Colman non gli è da meno, ci si trova da subito in un film atipico, dove inizio centro e fine si sovrappongono e mescolano, tra salti spaziotemporali, perdite di senso e contatto con la realtà. Niente fantasie distopiche, solo (solo?) l'Alzheimer, che viene descritto in maniera cinematograficamente originale senza diventare esercizio di stile, anzi. Se ne usciamo provati e coinvolti, è perché il Cinema migliore è anche questo: scevro da facili pietismi, non certo a lieto fine ma empatico, commovente, coinvolgente nel profondo.