Titolo

Escobar

 

da domenica 27 gennaio a  venerdì 2 febbraio 2018

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ESCOBAR

REGIA DI ANDREA DI STEFANO

 

: “Tutti conoscono Pablo Escobar ma nessuno sa davvero chi sia. Raccontando la storia del mio film, ho scoperto che tutti coloro con i quali parlavo non sapevano nulla del fatto che sia stato un politico prima di diventare un criminale. Tutti pensano che sia stato il sosia di Scarface, ma non è così. Era un grosso orsacchiotto di peluche. Tutti pensavano che fosse enormemente ricco e che facesse cose bizzarre e divertenti. Andò a Las Vegas, incontrò Frank Sinatra, era pazzo di Elvis e cantava sempre le sue canzoni. Era fan di una squadra di calcio, e cantava l’opera. Allo stesso tempo, era uno dei più grandi criminali della storia. Pagava 5000 dollari chiunque uccidesse un poliziotto, fece esplodere un aeroplano con 140 persone a bordo, e fece collocare una bomba in un edificio proprio di fronte a un negozio di giocattoli. Compì atti mostruosi, eppure la sua famiglia ne parla come qualcuno di eccezionale. Casa sua, chiamata Hacienda Napoles, aveva il suo zoo personale. Era situata a Puerto Triunfo, ed era un parco divertimenti, dove guidava personalmente le visite dei bambini delle scuole locali in modo che tutti potessero vedere quello che aveva costruito per loro, affinché potessero divertirsi. Adorava i cartoni della Disney. Era un personaggio affascinante, ma psicotico. La cosa divertente è che quando l’FBI tracciò il suo profilo alla fine degli anni ‘80, il suo insolito comportamento impedì di collocarlo nella categoria dei boss del crimine organizzato, perciò lo collocarono nella categoria dei serial killer. Dal mio punto di vista, le persone più terribili all’inizio arrivano con un grande sorriso, e inizialmente non avevo avvertito quanto potesse essere pericoloso. Il mio obiettivo non era quello di fare un documentario, ma di rimanere fedele a ciò che lui era veramente come persona. Sì, era un uomo divertente, ma questo non significa che non fosse anche un mostro.”

(dal Pressbook)

 

marco massara

domenica pomeriggio

Interessante e riuscita l’idea di realizzare un ‘biopic’ partendo da un soggetto di pura invenzione.  Pablo Escobar è una figura bivalente, per certi versi sicuramente affascinante ed altrettanto esecrabile: il bravissimo Benicio Del Toro si trova a suo agio nell’incarnare figure del genere come Ernesto Che Guevara da lui portato sullo schermo meritando il premio per il miglio attore a Cannes 2008”. Il film dosa bene tensione drammatica e risvolti psicologici ma è la sostanziale immoralità dei comportamenti a togliere allo spettatore una completa soddisfazione.

giulio martini

domenica sera

qual era l'intento del Regista  e della Sceneggiatrice - entrambi  italiani - nel  confezionare questa vicenda, tendo conto che in Sud America il "serial" TV su  Escobar ha già raggiunto le 141 puntate  mentre sta cominciando una nuova serie ? Parlare di come si resta invischiati  nella giungla sognante degli affetti e  nell'onda fluida   degli  avvenimenti quando si ha  a che fare con un  Capo carismatico che si crede per di più  Onnipotente ? Forse si, perché è su questi  intrichi e  su questo flusso di emozioni ( con tanto di corrispettive immagini  simboliche ricorrenti ) che insiste il racconto, il cui titolo originale  - " Paradiso perduto"  -  era  fin troppo esplicito a riguardo. Ma ci voleva un'altra forza  psicologica  introspettiva  ed una  diversa  drammaturgia  per  descrivere i gravi tormenti del giovane  canadese, preso dentro le opposte polarità "familiari": quella  ecologista del  fratello  e quella misticheggiante  del  Clan della  fidanzata. Il film si lascia vedere perché il personaggio di  Del Toro è strabiliante, ma  la ghiotta occasione poteva di studiare il personaggio asservito nell'estasi emotiva, che poi però si ribella, poteva essere meglio sfruttata in profondità.

angelo sabbadini

martedì sera

Escobar come Scarface: dal crimine alla consacrazione mediatica. Ha voglia il regista Di Stefano a raccontare nella conferenza stampa la favoletta di un personaggio poco conosciuto. In realtà del narcotrafficante si è occupato mezzo mondo a cominciare dal premio Nobel Gabriel García Márquez, da "Narcos" la fortunata serie televisiva di Netflix, a un bel numero di film e di biografie. L'ennesima riproposizione correva il rischio di essere obsoleta ma la coppia Di Stefano e Marciano è riuscita a rendere credibile l'operazione togliendo lo scettro del protagonista a Escobar grazie a un deuteragonista d'occasione. Il film dunque si fa seguire esibendo con onestà pregi e difetti del debuttante regista Andrea Di Stefano.

carlo caspani

mercoledì sera

L'ambizioso esordio registico di Andrea di Stefano parte sotto una buona stella, quella di Benicio del Toro che spadroneggia con la sua presenza straripante in tutta la vicenda. Peccato che il film proceda come certi motorini sfiatati della nostra gioventù: una prima/primo tempo scoppiettante e promettente, con una storia che sfugge alle regole del biopic classico e rende comunque omaggio a riferimenti alti (dal Padrino 1 a Bonnie & Clyde, nel rispetto della realtà storica del personaggio). Poi però al momento di mettere la seconda/secondo tempo, di Stefano sfolla, manca la marcia e il motorino, pardon il film, arranca rumorosamente fino a fermarsi con un deludente, e ahime banale, ritorno a tutti gli stereotipi del genere, incluso un finale in chiesa che fa pensare al meno velleitario ma più efficace Romanzo Criminale televisivo. Più che un "paradise lost," un'occasione sprecata.

roberta braccio

giovedì sera

Prima prova alla regia da parte di un attore italiano che ha scritto la sceneggiatura. Il risultato è un film che funziona bene e ha diversi spunti interessanti. Il caudillo Escobar, che tutti conoscono ma di cui si sa poco, ci si presenta come un bambinone che vuole pregare con la madre e lo si saluta come un uomo al centro di un impero del male che si sente sperduto e senza controllo. Il regista non lo edulcora, ciononostante la sua violenza è psicologica e questo è un grande merito del film. Il cambio di prospettiva lascia spazio alla finzione senza peró ingannare il pubblico.

giorgio brambilla

venerdì sera

Andrea Di Stefano, il “Lieutenant Catelli” del film precedente, ci mostra la vita del leggendario capo del cartello di Medellín non tanto dall’interno dei suoi crimini, ma attraverso lo sguardo (anche letteralmente…) di uno spettatore esterno, che ne vede soprattutto l’immagine pubblica. Ne nasce il ritratto di un uomo tanto affascinante quanto inquietante, colto nel momento del suo declino che, paradossalmente, fa comprendere ancor meglio il suo immenso potere. Il regista sceglie deliberatamente il registro tragico: non ci viene mostrata quella che sappiamo essere stata la fine della storia, cioè la morte di Escobar, ucciso mentre stava cercando di sfuggire alla polizia, dopo essere evaso dal carcere nel quale lo vediamo entrare. Al contrario, sceglie di trattenersi proprio su questo periodo, che rende efficacemente esplicite le sue popolarità e capacità di arrivare dove vuole, per cui il tentativo del povero Nick di sfuggire, insieme al giovane Martin, al destino deciso per loro da quest’uomo che volle farsi dio, appare inesorabilmente destinato al fallimento. Una decisione coraggiosa quella del nostro regista, portata avanti con scelte stilistiche non banali. Considerato che si tratta di un’opera prima, poi, il risultato è ancor più apprezzabile