Titolo

Manchester by the sea

 

da domenica 17 a  venerdì 22 dicembre 2017

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MANCHESTER  BY  THE  SEA

REGIA DI KENNETH LONERGAN

 

 “Ambientato sulle coste settentrionali del Massachusetts, dove la natura ha la meglio sull’uomo, per l’ampiezza e la profondità delle sue acque e per l’inospitalità e la rigidità delle sue temperature invernali, Manchester by the sea è il rovescio drammatico di You can count on me: Lonergan si è fatto duro e maturo, senza perdere la tenerezza. È una maturità stilistica vera, quella del nuovo Lonergan, tangibile in ogni scelta di dialogo, stacco di montaggio, attacco musicale, e responsabile del respiro autentico e contemporaneamente quasi letterario del film. D’altronde, la parola - la sua insufficienza e la sua estrema, umanissima necessità - sono parte fondamentale dell’impasto di Manchester by the sea.”

 

matteo mazza

domenica pomeriggio

In un film così triste, così tragico, così mortifero, è interessante il fatto che non si veda una lacrima. Si vedono personaggi che piangono ma non le loro lacrime. Sembra che le lacrime siano tutte versate e raccolte in quel mare, lì di fronte. Anche la scelta di non mostrare le fotografie delle figlie è interessante. Ma alla fine, sì. Quindi è lecito, tutto sommato, dubitare delle buone intenzioni del regista e del suo film. Squilibrato, sì forse come la vita direbbero alcuni. Ma non del tutto onesto.

giulio martini

domenica sera

  E' un lento scioglimento del  ghiaccio   (all' interno  dello  Stato  del  Massachusetts e all'interno del protagonista ) verso le acque del mare aperto : un  percorso accidentato per rielaborare una colpa davvero raggelante. Paradossalmentn il tentativo di rianimazione, quando si è cadaveri dentro, scaturisce  da un nuovo lutto.  La ricostruzione della possibile dignità  e  autostima  del protagonista passa attraverso l'offerta  della  stessa funzione in cui aveva fallito.  Con un volto da bambino, Affleck junior prova  così a  rientrate in un  ruolo di tutore/adulto  in cui gli  si chiede di rispondere ( ecco la re- sponsabilità ... ) ad una  serie infinità di domande gravose. Qui la  tipica "seconda  chance" americana è al maschile e in famiglia, tra  donne / mogli complicate, ex concittadini  sospettosi, sublimando il principio  Made in USA  che  nulla è imperdonabile  e mai tutto è inesorabilmente perduto.  Interpretato con dolente immedesimazione da un protagonista sempre in scena, il racconto ha  un coro di  figure minori molto azzeccate ed è assecondato da  un 'onda sonora  mutevole, secondo i  vari affetti /effetti messi in gioco  . Allo steso tempo, muovendosi tra immagini collaterali  prima  rigide e mummificate (dell' hockey) poi tra movenze sportive più tiepide ( con tanto di rimbalzi  finali  dopo il Basket in TV ...), il racconto un poco alla volta innesca un cauto ma progressivo  climax  emotivo/stagionale. Il pubblico se ne accorge solo quando prende coscienza del tragico rogo che ha  incenerito  Lee, e con lui  può partecipare ad una rinascjta degli affetti e dei compiti genitoriali,che crescono passo passo  di grado e  di temperatura ,  fino alla  "nuova navigazione"  on the sea  in una primavera  incipiente.

angelo sabbadini

martedì sera

La dimensione della sofferenza lungo le coste settentrionali del Massachusetts: Lonergan con asciutta estetica espressiva descrive in modo magistrale la fenomenologia del dolore. Una sofferenza indicibile che assedia il personaggio di Lee togliendogli energie e prospettive. Formidabile l’interpretazione di Casey Affleck che in un’ideale graduatoria attoriale della nostra rassegna sarebbe al primo posto assoluto.

carlo caspani

mercoledì sera

Cronaca, inusuale per il cinema USA di questi anni, di un inverno del cuore che si specchia nel gelo di una cittadina della costa orientale. Neve e tragedie lontani, lutti recenti, ma a riequilibrare le sorti, a cambiare, forse, la vita di Lee ci pensa il vitalismo del nipote Patrick, tra musica, fidanzate, hockey ed elaborazioni del lutto davanti al freezer di casa

rolando longobardi

giovedì sera
 

Ci sono momenti in cui il cinema riesce a raccontare il quotidiano attraverso il silenzio, i corpi e le frasi frammentate. Questo è il caso di Manchester by the sea. Questo terzo lungometraggio del regista Lonergan , insieme a Margaret e conta su di me, rappresenta la perfetta conclusione del ciclo dedicato al senso di colpa che accompagna talvolta l’esistenza di uomini. Lee, il protagonista diventa così corpo freddo come la neve, come il fratello morto in attesa di sepoltura, ma a differenza di quest’ultimo, chiamato ancora dalla vita, alla vita. La sfida è questa: avere il coraggio di dire “non c’è la faccio” ma tuttavia riprendere a navigare in quel mare che è l’esistenza il cui navigare difficilmente è dolce.
Bello, davvero.

giorgio brambilla

venerdì

sera

Kenneth Lonergan ci immerge progressivamente in un abisso di disperazione, usando con sapienza la musica, il montaggio e una buona dose d’ironia in modo tale che, anche se la situazione è sommamente tragica, non diventi mai soffocante per lo spettatore. E ha pure grande pudore: ad es. non inquadra dal davanti le foto dei figli, che intuiamo Lee porti sempre con sé, per evitare dei facili ricatti. Ci mostra così la vita in tutta la sua reale durezza, ma ci lascia liberi di fronte ad essa; allora quando inserisce qualche seme di lievissima speranza, come la stanza in più che Lee decide di avere per ospitare, magari, il nipote e, simbolicamente, sciogliere il proprio cuore poco a poco e riaprirsi all’esistenza, questo non ha il sapore posticcio e aprioristico di tanti finali più o meno happy, perché la retorica, decisamente, non abita dalle parti di Manchester by the Sea